Un’altra delle sfide dell’Architettura nel prossimo futuro sarà il saper riaffermare continuamente la credibilità di questa professione, che ha in sé la capacità di interpretare il proprio tempo, certamente in antitesi con la politica che invece appare spesso troppo distante dai problemi che si stanno 
Iniziando a considerare gli spazi dell’Architettura più privata, quelli che riguardano le singole abitazioni, dobbiamo riflettere sul fatto che noi costruiamo le nostre case al confine tra il privato e il pubblico, tra l’intimo e il sociale. Sono confini mobili, spazi liberi ma dettati dai rapporti delle relazioni umane. Le nostre abitazioni ci avvolgono e devono proteggerci, ma si aprono sugli spazi esterni, e nel disegnarle dovremmo lavorare su esigenze non standardizzate ma con chiare personalizzazioni, anche nei grandi centri densamente abitati. Dobbiamo progettare edifici dove si viva bene, in un sistema di condivisione, ma con ambienti tutti diversi. Un po’ come nei centri storici, dove convivono edifici storici di varie epoche, il nuovo e il moderno e tantissime tipologie di attività e di residenti, quindi dobbiamo realizzare un sistema di condivisione di personalità e di attività, coltivando insieme le nostre diversità e accettando le diversità degli altri.
Gli ambienti delle nostre case devono riequilibrarci e allo stesso tempo suscitarci emozioni, una buona Architettura può e deve amplificare le nostre sensazioni. Per dirla con Alain de Botton nelle sue Consolazioni della filosofia, «ciò che chiamiamo casa è semplicemente qualsiasi luogo che ci faccia comprendere con maggiore coerenza le importanti verità che il mondo nel suo complesso ignora o che noi, indecisi e distratti, fatichiamo a tenerci strette». Costruire è preservare ciò che ci sta a cuore.