Nella distanza pubblica non esiste la sfera del coinvolgimento. E’ quello spazio che non si può valicare senza essere invitati, una separazione naturale o voluta ma dirimente. Questa distanza mantiene le persone degli estranei, ed eventuali contatti richiedono gesti e voce amplificati.

Gli spazi preordinati seguono disegni prestabiliti dai condizionamenti culturali. L’interno delle abitazioni occidentali è organizzato spazialmente con compiti precisi: preparazione dei cibi, consumazione dei pasti, zone ricreative e sociali, riposo, spazi che corrispondono a precise esigenze di funzionalità, di igiene, di utilizzo e di equilibrio. In realtà queste distinzioni sono relativamente recenti. Fino al diciottesimo secolo le stanze delle abitazioni europee non avevano funzioni fisse, solo da questo periodo le “camere” cominciano a distinguersi dalle “sale” e assumono anche nomi diversi: camera da letto (bedroom), soggiorno (living room), sala da pranzo (dining room)… e nascono i corridoi, in modo che per le varie funzioni non si debba più passare direttamente da una stanza all’altra. Comincia a manifestarsi in modo più appariscente il tipo di rapporto che lega la persona allo spazio preordinato che la circonda. L’influenza sul comportamento di questo tipo di spazi è concisamente ben definita da una famosa citazione di Winston Churchill, che in occasione della sistemazione della sala del Parlamento si espresse così: “Noi formiamo gli edifici, e ne siamo a nostra volta plasmati”.
A livello microculturale poi, particolarmente nelle microculture europee, le osservazioni prossemiche diventano ricchissime quando riguardano la posizione e l’uso degli oggetti personali, che si ripongono in base a schemi assolutamente personali, e quando consideriamo il modo di sistemare e maneggiare le proprie cose, che segue modalità assolutamente uniche.
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Tutte le foto sono dell’autrice