In Italia è in atto una carneficina: quella dei suicidi in carcere. Quest’anno, finora, ce ne sono stati più di 60, uno ogni tre giorni. A questi si aggiungono sei guardie carcerarie che si sono tolte la vita: una al mese, vittime di un sistema tremendo e crudele, esistenze sacrificate sull’altare della pena, sia di chi custodisce sia di chi è custodito. Un massacro che promette di non arrestarsi, soprattutto in estate, quando il caldo rende la detenzione un’abominevole tortura. Di quello che succede negli istituti di pena, infatti, non importa a nessuno, se non a quelle associazioni e partiti che da una vita cercano di portare alla luce il dramma italiano delle carceri. 
Perché ci siamo ridotti così? Le ragioni sono tante e affondano le radici nella brutale semplificazione che negli ultimi decenni ha avvolto l’Italia come un raccapricciante sudario: l’iper-penalizzazione, la convinzione che serva una legge – non importa di che genere – per risolvere d’incanto i mali del Paese, e che l’affidamento al circuito giudiziario del compito di bonificare le piaghe della società sia la mossa che monda e salvifica. E scarica le responsabilità. Così, nelle celle si celebra la liturgia dell’idoneo castigo, e molti scelgono di impiccarsi. Un muto grido di angoscia che non vogliamo sentire.
I motivi sono infiniti, ma in questo Paese serve un gesto forte: la concessione di amnistia e indulto non sarebbe una sconfitta dello Stato, come afferma il Ministro Nordio; anzi, potrebbe sembrare invece un riscatto dello stesso per tutti questi anni di inefficienza. Il prossimo anno sarà l’Anno Santo; per questo abbiamo deciso di marciare verso le sue braccia, affinché possa accogliere il grido di speranza che i detenuti nutrono in lui, e che la sua parola venga ascoltata dai nostri politici, sordi di fronte alle urla strazianti di chi si uccide in carcere.