Tutte le piattaforme ideologiche, i propositi di palingenesi e di riscatto di quello che una volta veniva definito il Belpaese (ora ex) si scontrano con il pessimismo della ragione. Una constatazione deve permeare a priori ogni fuga in avanti, ogni possibile wishful thinking: l’Italia è una Repubblica a sovranità super-limitata. Infiniti vincoli si frappongono alla piena realizzazione dei programmi di un qualunque governo di destra, di centro-destra, di centro-sinistra, di sinistra, di estrema sinistra. Partendo dalla zavorra del nostro debito pubblico, del peso di mafie, corruzione, evasione fiscale. Non vogliamo minimizzare un possibile progresso in un relativismo qualunquistico, ma i dadi che si possono tirare sono se non truccati, almeno condizionati.
Le briglie vengono da lontano. L’Italia non è mai riuscita a liberarsi dalla morsa dei vincitori della Seconda Guerra Mondiale. Il proliferare di basi Nato, dunque a vocazione statunitense, sul nostro territorio sta a testimoniarlo. Basi extra-territoriali che avvolgono il territorio in un presunto scacchiere di difesa che al contrario è di possibile offesa. Come quando, nel 1999, Massimo D’Alema (con Mattarella vice-presidente del Consiglio) diede il lasciapassare perché dal Friuli si levassero aerei americani a bombardare la Serbia, in assoluto spregio del diritto internazionale. Oggi viene quasi voglia di rivalutare Craxi per un solo singolo gesto di simbolica indipendenza: lo strappo di Sigonella. I casi Abu Omar, del Cermis, dell’intervento della CIA durante la prigionia di Moro sono solo alcuni esempi della morsa da cui l’Italia, per evidenti suoi difetti strutturali, non è mai riuscita a liberarsi, complice anche la gratitudine per il piano Marshall di ricostruzione.
Voltando pagina, fa bene dunque Conte, il leader dei Cinque Stelle, a non scegliere tra Harris e Trump perché l’amico americano, chiunque esso sia, sarà ancora il pater familias della nostra politica. L’Europa ci delude anche perché era nata per la pace e la sicurezza ed è diventata un serbatoio di armi per continuare ad alimentare morti e distruzione tra Russia e Ucraina, senza aver mosso una reale proposta per un compromesso tra Putin e Zelenski. Oggi il presente è un mercato dove l’economia (spesso con la stessa credibilità dell’astrologia) esprime scelte e potere (vedi, nel corso della storia, le nomine di Ciampi, Monti, dello stesso Draghi).
Terza opzione condizionante: le multinazionali. Larry Fink, amministratore delegato, viene spesso ricevuto dalla Meloni a Palazzo Chigi. Chi è Fink? Il gestore di BlackRock, il più grande fondo di investimento del mondo, con una cassa che vale 10.600 miliardi di dollari. Danilo Castellarin ha stimato che la cifra vale tutti i PIL di Italia, Germania, Francia e Spagna, messi insieme. Fink è socio di maggioranza in Unicredit, secondo azionista di Intesa San Paolo e Monte dei Paschi di Siena. Può spendere una parola importante in Italgas, Enel, Snam, Leonardo, Italo e Mediobanca. Vogliamo parlare ancora di sovranità o aspettiamo di prenderci in giro?
Con tanti saluti alla logica impotenza dei teorici sovranisti, dei voglio ma non posso.
