In onore del 90° anniversario della nascita dell’eccezionale poeta ucraino, patriota e combattente per la verità Vasyl SYMONENKO
Traduzione e commenti iniziale e finale di Tania Gryf
L’8 gennaio i circoli letterari ucraini onorano la memoria dell’importante poeta e giornalista Vasyl Symonenko. Nato nel 1935 in un piccolo villaggio della regione di Cherkasy da una semplice famiglia di contadini, avrebbe potuto con buona probabilità arrivare a vivere fino ai giorni nostri. Ma il destino gli concesse soltanto 28 anni. Vasyl conobbe a malapena suo padre; fu cresciuto dalla madre e dal nonno. Durante la sua breve vita, nutrì per la madre un rispetto e una gratitudine così sconfinati, che a volte rasentavano l’adorazione. Sebbene la famiglia spesso non avesse denaro per i beni di prima necessità, Vasyl fu un alunno modello a scuola e poi ha continuato a distinguersi anche alla Facoltà di Giornalismo dell’Università Taras Shevchenko di Kiev, laureandosi con lode nel 1957. Gli fu offerto di lavorare all’estero come giornalista, ma per motivi familiari dovette tornare a Cherkasy. È lì, nella redazione di un giornale locale, che ha incontrato la sua futura moglie. Di recente mi sono imbattuta in un racconto molto toccante sull’amore e sugli ultimi anni di vita di Vasyl Symonenko. L’autrice è la scrittrice ucraina Iryna Hovorukha.
Lei si ostinava a non rispondere alle sue lettere. Vasyl insisteva, la chiamava Maliusia e diceva, che per lui tutte le ragazze in cappotto blu scuro le assomigliavano molto, però soltanto da lontano, da vicino non più. Diceva che nessuno gli aveva mai incasinato la testa in quel modo. Baciava mentalmente le dita di quella donna, affinché lasciassero almeno di sfuggita qualche semplice parola sul foglio di carta. Scrisse nel suo diario: “Vado in giro come un pazzo. Anche il mio migliore amico ha detto che ultimamente sono fuori di testa. E come si fa a non esserlo di fronte a una ragazza così?”.
Lui l’amava in modo appassionato e commovente e in cambio riceveva solo il silenzio. Questa cosa gli faceva sentire l’amaro in bocca, come se avesse mangiato il tarassaco. Continuò gli studi all’università, superò gli esami a pieni voti, continuando ad amarla profondamente. Tanto che ricorse persino alla “magia” e fece del vino di rose per la sua amata. Comprò un secchio di petali al mercato, li pestò con lo zucchero, gli allungò con dell’acqua e aspettò che fermentassero. Per questo vino scelse il nome Simoné alla maniera francese e chiamò la sua ragazza Lucien invece di Liudmyla. Lei continuava il suo lavoro come corriere per il giornale locale. Era senza pretese, un po’ superficiale, un po’ frivola.
Alla fine si sposarono e la vita assunse nuovi colori. Gli sposi ricevettero un bilocale con vista sul fiume Dnipro, Liusia rimase incinta e a casa loro arrivò la suocera. Lo sposo l’aveva avvertito fin da subito per il conto della madre: “Mi ha cresciuto da sola. Ha fatto tutta la vita in una casa con il tetto di canne. Non si è mai risposata, per evitare che l’eventuale patrigno mi facesse qualche torto”. E così sono andati avanti. Vasyl scriveva la tesi di laurea e continuava a scriverle le lettere d’amore, baciando le sue mani con ogni parola. Anche se quelle mani avevano appena finito a pulire il pesce.
Liusia era più pragmatica su tutto, più interessata alle tende nei negozi della capitale che all’arte. L’uomo alzava le spalle: “A maggio c’erano le tende, a giugno il vento le ha spazzate via”. La implorava di mangiare bene, perché la gravidanza è una cosa seria (verrò a casa e ti nutrirò a forza, come un’oca) e di farsi i vestiti nuovi. Continuava a verseggiare. La moglie non capiva la sua poesia. Riteneva che lui dovesse guadagnarsi il pane e non passare le notti a scrivere le poesie. Lui sorrideva e accendeva un fiammifero nella tromba delle scale. Preferiva le sigarette „Prima” e ne fumava due pacchetti al giorno.
A febbraio nacque il figlio Oles. Vasyl si sentì così euforico che non poté fare a meno di confessare durante un discorso alla Casa degli Ufficiali: “Oggi è nato un altro difensore della patria, e io sono suo padre”. Poi arrivò il periodo di “disgelo” e il poeta decise in anticipo che avrebbe potuto fare qualsiasi cosa. Parlò a squarciagola dei crimini del governo sovietico e delle fosse comuni che dovevano essere trasformate in luoghi di dolore e di memoria (vide con i suoi occhi come i ragazzi sul prato della foresta di Bykivnia giocavano a calcio usando un teschio con un buco nella nuca). Hanno cominciato a pedinarlo. Lo rimproverarono: “Sei un comunista”.
Ma lui non si è arreso. Continuava i suoi viaggi alla ricerca della verità. Liusia sospettava, che avesse un’amante, poiché circolavano voci insistenti su una relazione con Nina Cherniak[1]. Vasyl le spiegava che non c’era nulla tra di loro: solo amicizia e calore umano. Lui ha sostenuto Nina, quando lei, incinta, aveva lasciato il marito e le disse: “Svegliati, la vita è solo tua”. Le ha dedicato i versi: “Tu lo sai, che sei umana? Questo lo sai o no?” Le ha dato qualche consiglio su come migliorare le poesie, che lei scriveva. Era tutto qui. Abbracciando la sua Maliusia lui sussurrava con un dolore non celato: “Ti amo ancora molto più di quanto tu ami me”.
Un terribile giorno, il poeta stava accompagnando un amico alla stazione ferroviaria e voleva comprare le sigarette. Mancavano pochi minuti alla pausa pranzo, ma la barista gli chiuse brutalmente la porta in faccia. Vasyl si indignò. La signora chiamò i poliziotti, loro intervennero legando le braccia del “disturbatore” dietro la schiena e caricandolo nella macchina davanti alla folla.
Picchiarono il poeta professionalmente, senza lasciare lividi. Hanno usato “bastoni spessi” riempiti di sabbia. I colpi principali caddero sulla colonna vertebrale e sul fondo della schiena. Qualcosa si lacerava costantemente all’interno. Il cervello scricchiolava e faceva le rime. Dopo le percosse subite ha cominciato sentire dolori continui. La schiena faceva un male insopportabile, così ha cercato aiuto e i medici diagnosticarono un cancro ai reni. Era evidente che la malattia era già in corso, ma i poliziotti con quelle botte l’avevano accelerata. Vasyl fu operato. Fu invano.
Uno dei suoi compagni si rivolse a un noto oncologo di nome Shevchenko. Gli chiese di venire a visitarlo, ma lui rifiutò: “Ho i reparti pieni di questi pazienti”.
– “Lei ha il cognome Shevchenko, ma se le dicessi che questo ragazzo è il nuovo Kobzar?
– “Allora, verrò”.
Il medico arrivò a Cherkasy in una grigia giornata invernale. Lo visitò, lesse le sue poesie e quando uscì, disse piangendo:
“Non posso farci niente”.
Vasyl si stava spegnendo. Perdeva rapidamente il peso e non riusciva a scaldarsi. Fu allora che scrisse al figlio di cinque anni: “Puoi cambiare tutto nella tua vita, figliolo, solo la tua patria non la puoi scegliere”. Lyusia-Maliusia non voleva accorgersi della gravità della malattia. Diceva: “Basta che fumi meno e tutto andrà bene”. Nina lo andava a trovare spesso. Il giorno prima, Vasyl aveva chiesto delle mele e quando lei gliele portò, vide il letto vuoto.
Il funerale del poeta si svolse in mezzo a una tempesta di neve. Amici, madre, figlio in età prescolare… Viburno annerito accanto al viso. Il suo passaporto segnava 28 anni.
Lyusia-Maliusia trovò subito un nuovo marito.
La madre è sopravvissuta al figlio per 35 anni.
Sulla tomba di Vasyl Symonenko la gente porta ancora le mele.
L’epoca, nella quale si è trovato a vivere e lavorare Vasyl Symonenko, forse, non era la più brutale. Gli omicidi di massa di Stalin ormai appartenevano al passato. Tuttavia, erano anni molto ipocriti. Con la sfondo del “disgelo” e del ritorno della libertà, gli artisti continuavano ad essere piegati e plasmati allo scopo di farli diventare “homo sovieticus” ideali. Chi non era d’accordo affrontava l’oblio, l’impossibilità di esprimersi, le molestie e, per i più ostinati, c’erano pronte le celle delle prigioni e i reparti psichiatrici. Gli amici di Symonenko sostennero più volte che, se non fosse morto così presto, sarebbe certamente caduto vittima del sistema. Perché lui reagiva in maniera molto acuta a qualsiasi evento, felice o tragico che fosse, e di conseguenza le sue poesie scorrevano a fiumi. Ecco perché nell’eredità del poeta le poesie patriottiche si affiancano a quelle liriche. È proprio per questo lo chiamavano „il poeta della rabbia e dell’amore“. Nei suoi versi, come in uno specchio, si intravedono sia la personalità del poeta, sia il mondo che lo circondava.
| Boia del mio popolo, dove siete ora?
Dov’è la vostra forza, la maestosità? Su calme acque e sulle stelle chiare La vostra rabbia nera mai più cadrà.
Cresce il popolo e crea e lavora, Senza le vostre fruste e flagelli. Dentro l’anima unisce antico e nuovo, Finché l’eterno sole resta nel cielo.
Vive il popolo! E ci vivrà per sempre! Non ci riuscirà nessuno ad annientare! Svaniscono le orde forestiere Che ci volevano tutti conquistare!
E voi, assatanati bastardi delle iene A noi non porterete più il dolore! C’è il mio popolo! E nelle sue vene Il sangue dei cosacchi scorre ancora!
Vasyl Symonenko Tradotta da Tania Gryf |
Dimmi, se non fosse surreale,
Che nel caos delle vie sparse Sotto il rigido, eterno cielo Ti ho incontrato e ti ho perso? Tu ed io – in eterno, come il cielo. I mondi brilleranno, affinché A cercare Te verranno sempre Io E dagli altri Io andranno fieri Te. Com’è ordinario! Consueto! Quante volte la Terra ha visto questo! Ma noi due poi… Non siamo eterni Siamo semplicemente –Tu ed Io… E per me è tragico il fatto Che sei di qualcuno, non sei mia.
Vasyl Symonenko Tradotta da Tania Gryf
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[1] Nina Cherniak era una dipendente della radio locale; anch’ella scriveva poesie. Lui la aiutò a pubblicare e lei lo ispirava nella creazione delle sue poesie. La loro relazione fu oggetto di discussioni per anni. Più tardi, in un’intervista rilasciata in età avanzata, Nina dichiarò che il poeta nutriva davvero affetto verso di lei, ma soltanto come fosse la sorella o la migliore amica.
