Papa Francesco
Papa Francesco

Ricorre in questi giorni il primo anniversario della scomparsa di Papa Francesco. È anche l’occasione per fare alcune riflessioni sui suoi 12 anni di pontificato, su ciò che avvertiamo come lascito e su quello che la sua assenza interroga. Dalla denuncia della guerra mondiale a pezzi, al dramma dell’emarginazione e sfruttamento del sud del mondo, alle ondate migratorie, all’ architettura dell’egoismo, alla domanda di una Chiesa rinnovata, inclusiva, pellegrina, per Tutti. Capace di tramutare la tradizione in speranza e la liturgia in abbraccio.

La sorpresa del Papa argentino

L’intelligenza di un conclave anomalo, convocato non per la morte di un Pontefice, ma per le dimissioni di Benedetto XVI, coglie il senso di smarrimento e porta dritto in direzione di un Papa sorprendente. Che arriva dalla periferia del mondo cattolico. E si presenta subito: Francesco, a squadernare un programma già scritto. Un nome semplice, eppure così emblematico ed impegnativo. Così diverso per un Papa, da apparire proibitivo. Il Papa venuto dalla fine del mondo si presenta sulla loggia centrale della basilica vaticana con la talare bianca. Senza mozzetta rossa né stola, con la croce d’alpaca. Il “Buonasera” che pronuncia è l’annuncio di un pontificato nuovo. Dalla residenza a Santa Marta agli strappi al protocollo vaticano, nonostante e oltre la Curia. Non è una scelta, è una necessità avvertita per riposizionare la voce della Chiesa nel mondo. Questo non lo aiuterà nel delicato governo della gerarchia, ma lo porta dove vuole arrivare: a Todos, per parlare a Tutti, alle moltitudini che affollano i confini della Chiesa.

I valori del suo pontificato

Francesco, nomen omen. La centralità, dunque, ai poveri e ai diseredati, alle sterminate periferie, agli immigrati. Il Papa argentino vuole fare quello che ha sempre fatto: portare la propria testimonianza di fede nelle aree più disagiate, nelle realtà emarginate, tra gli ultimi. Farlo in prima persona, calandosi nelle singole realtà. Dalle favelas di Buenos Aires a quelle del mondo. Di fronte e dentro. Dialogare con la forza della spontaneità che libera le parole fuori dai testi scritti, per assumere la dimensione concreta della vicinanza. Inizia con il suo primo viaggio, a Lampedusa, la terra promessa per milioni di africani. Prosegue toccando ogni angolo della terra, come ad abbracciarla tutta, promuovendo il dialogo interreligioso, accendendo i riflettori sulla condizione umana, denuncia la costruzione di muri e le politiche respingenti. Il mondo trumpiano insorge e anticipa il fronte di fuoco che l’amministrazione americana riserverà anche al suo successore. Francesco percepisce la distanza tra il mondo nuovo e le stanze vaticane. Avverte la globalizzazione dell’indifferenza, la lontananza dei linguaggi e l’estraneità delle culture che si vanno radicando. Ne sente la sofferenza, cerca strumenti per sintonizzarsi. In quest’ottica il soglio pontificio diventa porto universale, finestra sui tumulti della modernità, sulle fragilità e incertezze che interrogano l’esperienza dell’uomo contemporaneo. È in ascolto, in cerca della lunghezza d’onda sino a svestirsi, “Chi sono io per giudicare”. La sua Chiesa è accogliente, aperta, misericordiosa. È manifestazione della presenza che diventa testimonianza attiva, predicazione sostanziata in scelte concrete. La misericordia è la bussola per orientare il dialogo e accogliere Tutti. Non può essere respingente, giudicante, chiusa. Lo muove la consapevolezza che la Chiesa è la casa di Tutti e, soprattutto, va portata a Tutti. Ed è anche il riflesso della natura, aggredita dall’attività umana e minacciata dai cambiamenti climatici. Custodire la terra, curare la natura, conservare le ricchezze del creato per le generazioni future, consentire a Tutti di godere dei suoi frutti è un’altra costante del suo messaggio, più attuale che mai. Insieme all’invocazione della pace come scelta irreversibile ma anche come grammatica di vita.

La guerra come fallimento delle leadership

L’invocazione alla pace e al dialogo è stato uno dei fili conduttori del pontificato di Papa Bergoglio. Che non si è mai stancato di denunciare i conflitti in Ucraina e Medio Oriente, come in Africa e in Asia. Li bolla come crimini contro l’umanità. Ma anche come fallimento di quelle leadership che le hanno promosse, e per questo andrebbero rimosse. Per Gaza, chiede ripetutamente la fine dei bombardamenti e la conclusione delle ostilità. Proclama la soluzione dei due popoli, due stati. Denuncia le atrocità nella striscia, i dolori inflitti alla popolazione, a donne, bambini, anziani. Evoca rischi di genocidio, fino a terremotare le relazioni diplomatiche. Sull’Ucraina, è ancora più netto. Esprime vicinanza alla popolazione aggredita e invoca la fine delle ostilità. Al martirio del popolo ucraino rivolge ininterrottamente i suoi appelli, bacia la bandiera insanguinata dai massacri russi a Bucha. Il suo sguardo sul mondo vede i danni del riarmo. Coglie nello scenario geopolitico l’espansionismo delle alleanze militari, denuncia con forza la spesa in armamenti. Coglie i segnali, nelle parole dei leaders, di un crescente bellicismo nel linguaggio sempre più aggressivo. Presagisce nuove crisi. Avverte il delinearsi di scenari bellici più ampi. È un messaggio premonitore. La crisi iraniana è in incubazione, ma si staglia sullo sfondo della guerra israeliana scatenata a Gaza, come completamento dello scenario. Esplode un anno dopo la scomparsa di papa Francesco. Ha ricadute e conseguenze economiche globali. Pesa di più sui paesi poveri, sottrae risorse alle popolazioni più deboli, peggiora le condizioni di vita. È uno degli effetti della terza guerra mondiale a pezzi che aveva preconizzato. In questo senso, il suo magistero ci restituisce l’immagine di un pontificato per molti versi sofferto quanto profetico.

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