15 Aprile 2026 - mercoledì
Parlamento Europeo
Parlamento Europeo

A forza di sentire, e dire, che l’Unione Europea è assente, non esiste, è inutile, è fallita, finiamo con il diventarne anche noi convinti abbandonandoci ad una disperata rassegnazione. Certo è però che le lentezze con le quali si sta procedendo per una gestione in modo unitario da parte chi lo vuole delle sfide da affrontare sembrano dare ragione agli scetticismi di molti.

L’ Europa si trova oggi di fronte al più grave attacco ai suoi valori, ai suoi interessi e alla sua stessa esistenza come sistema di istituzioni dalla fine della seconda guerra mondiale. Per otto decenni ha prosperato, con alti e bassi, momenti di crisi e di rilancio. Il gruppo dei sei fondatori, mosso dalla volontà di pace irreversibile tra i nemici di ieri ha con il successo dei suoi risultati attirato progressivamente gli altri paesi del continente. Ciò ha consentito altri risultati per la crescita economica, una aumentata resilienza di fronte alle crisi, il consolidamento della democrazia e la stabilità laddove vi erano rischi di involuzioni e di nuovi conflitti che si erano drammaticamente verificati ai suoi confini sud-orientali. Ma ha anche determinato, soprattutto negli ultimi tre lustri, una attenuazione delle spinte all’integrazione e alla progressiva condivisione di sovranità insita nel processo avviato dai fondatori, assieme ad un rallentamento di processi decisionali paralizzati su questioni cruciali come la politica estera e di sicurezza e la fiscalità dalla regola dell’unanimità nel Consiglio in una comunità di 27 membri. E ciò malgrado i successi della moneta unica, rimasta però orfana della necessaria politica fiscale e di bilancio comune, e le promesse del Trattato di Lisbona.

Condizione essenziale di questi sviluppi è stata la sicurezza garantita dall’Alleanza Atlantica e nel suo ambito dall’impegno americano a considerarla indissolubile dalla sua sicurezza. Tutto questo sta ora cambiando. L’aggressione russa all’Ucraina dopo quella alla Georgia e la manifesta intenzione di riaffermare il controllo di ciò che era parte dell’Impero zarista e poi sovietico sembra accettato dalla nuova Amministrazione americana che in pochi giorni ha rovesciato i principi su cui si era basato l’ordine costruito dopo la seconda guerra mondiale.

Vladimir Putin

Effetti mal governati della globalizzazione, della rivoluzione tecnologica e di una propaganda strumentale sui fenomeni migratori hanno indebolito le resistenze interne agli attacchi cui la nostra Europa è sottoposta dalla Russia di Putin e ora anche in modo evidente ed esplicito dall’America di Trump il cui leader, assieme ad Elon Musk, persegue secondo chiare enunciazioni, un sistema svincolato dalle regole e dalle leggi quando ciò è secondo lui necessario “a rendere grande l’America”

Ferma, rapida e conseguente deve essere la reazione dei paesi europei che possono e vogliono. Con la stessa determinazione con cui è stata affrontata la pandemia e i suoi seguiti economici e con cui è stato lanciato un ambizioso programma di transizione energetica per fare fronte ai cambiamenti climatici, oggi sotto un forte attacco da destra, adottando innovativi strumenti di finanziamento come un dedicato indebitamento comune

Tra questi paesi in grado di guidare il rilancio devono esservi necessariamente la Francia, la Germania, la Spagna. Se lo vuole e agisce in conseguenza l’Italia che ha sempre avuto un ruolo determinante nel processo di integrazione europea, la Polonia, se ugualmente vuole partecipare ad un percorso di maggiore condivisione di sovranità e altri paesi che accettino tale principio. E naturalmente le istituzioni europee anche se potrà essere necessario ricorrere a formule aggiuntive a quelle esistenti.

L’Unione Europea, o meglio i paesi che al suo interno lo vogliano, devono ora aumentare le loro capacità di difesa. Ma un aumento delle spese militari, se non è in un contesto di integrazione industriale e di coordinamento delle acquisizioni o di acquisizioni comuni, superando le tante duplicazioni esistenti, non è efficacie rispetto alle esigenze e rischia di aumentare gli sprechi. L’opinione pubblica si può meglio convincere a tale aumento, anche con debito nazionale fuori dal patto di stabilità con la conseguenza peraltro di aumentare il debito complessivo con tutto quello che ciò comporta, più oneroso per alcuni paesi e meno per altri, se questo è destinato ad acquisizioni comuni preferendo quelle di produzione europea. Credo comunque che prima o poi, considerata la sfida cui si è sottoposti e per scongiurare l’irrilevanza si dovrà giungere ad un debito comune con meccanismi ad hoc tra i paesi partecipanti. Sarà necessario in tale ambito un consistente bilancio comune sostenuto da risorse proprie per finanziare acquisizioni e assetti comuni e garantire tale debito.  E ciò non soltanto per la difesa ma anche per altre urgenze come le transizioni energetica e digitale.

Parigi

Il vertice di Parigi del 17 febbraio doveva segnare nelle buone e a mio avviso meritorie intenzioni di Macron una svolta in questa direzione con un formato comprendente i Capi di Stato o di Governo dei maggiori paesi europei , di Olanda e Danimarca in rappresentanza dei paesi nordici, i Presidenti del Consiglio Europeo e della Commissione, il Primo Ministro del Regno Unito e il Segretario Generale della NATO. Esso ha invece fatto registrare divisioni sulle modalità con cui affrontare la duplice sfida posta dalla Russia e dagli Stati Uniti e su come fornire all’Ucraina le necessarie garanzie di sicurezza. Favorevole ad un invio di forze di interposizione sul terreno ma con una garanzia americana, oggi rifiutata da Trump che come Putin ha detto di non volere una presenza europea, si è detto Starmer. Ipotesi prematura la considera Sholz che però non la escluderebbe a tempo debito ma ugualmente con garanzia americana. Contrarie al momento la posizione polacca e quella italiana diversamente da quella francese. La Presidente Meloni ha anche voluto sottolineare che l’incontro non deve dare l’impressione della costituzione di un blocco anti-Trump ed ha interpretato il discorso di Vance a Monaco, diversamente da praticamente tutti i commentatori, non come un attacco all’Unione Europea ma come una realistica rilevazione delle sue carenze. Tutti si sono tuttavia espressi in favore di un aumento delle spese per la difesa senza però orientamenti comuni sulla necessaria integrazione di capacità industriali e di assetti.

Di strada ne va quindi ancora fatta tanta ma la direzione deve essere quella.

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