Novanta secondi. “C’è sempre un tempo in cui i popoli smarriti han perso le idee semplici, la sapiente brutalità degli uomini forti. In noi trovano lo sfogo dei loro rancori, l’evasione dal senso mortificante della propria impotenza, la speranza, come per miracolo, di capovolgere il loro insoddisfacente destino. Bastano le parole giuste, semplici, dirette, il tono giusto. E allora ci amate, ci venerate. Mi avete amato follemente per vent’anni, mi avete adorato e temuto come una divinità. E poi mi avete odiato, follemente odiato perché mi amavate ancora. Mi avete ridicolizzato, scempiato i miei resti perché di quel folle amore avevate paura. Anche da morto. Ma ditemi, a cosa è servito? Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi.” Novanta secondi, durante i quali, al suono di un proiettore d’epoca sovrastato da quello dei filmati LUCE, scorrono in un montaggio frenetico immagini di falciatori su un campo di grano, donne ai covoni, uomini e buoi agli aratri, Mussolini a torso nudo applaudito alla “battaglia del grano”. E poi torri, cannoni, officine e a piazza Venezia Mussolini al balcone (“Duce! Duce!”) più istrionico che mai: “L’ITALIA, SOTTO LA GUIDA DI VITTORIO, ARRIVERA’ IN UN MESE ALLA POTENZA E ALLA GLORIA!” (“Duce! Duce!”). Sipario. Soldati che sfilano, stadi che applaudono, esibizioni aeree di squadriglie disposte a croce uncinata sotto gli occhi del Duce e del Führer ai Fori Imperiali. Vagoni piombati che si chiudono, bombe sganciate dagli aerei, baci alle stazioni, Piazzale Loreto. L’orrendo scempio, i calci in faccia. Buio. “Ma ditemi, a cosa è servito? Guardatevi attorno, siamo ancora tra voi.” Novanta secondi.
Il canone La Capria. Diceva Raffaele La Capria, tuffatore di pregio in gioventù al circolo Posillipo Di Napoli, che un buon romanzo è come un tuffo riuscito: meticolosa preparazione, perfetto disegno in mente di ogni aspetto dell’esecuzione prima di muovere un alluce e niente spruzzi nell’entrata in acqua. Tutto dev’essere chiaro dall’inizio. Nel suo incipit (“Oggi è morta mamma. O forse ieri, non so”) c’è tutto “Lo straniero” di Camus. E in quel “Sì.”, ripetuto due volte, che chiude il monologo fra sonno e veglia di Molly e l’”Ulysses” di Joyce, c’è la più bella entrata in acqua della storia della letteratura. Pluf. Rispetta scrupolosamente il “canone La Capria” questo “M. Il figlio del secolo”, dell’inglese Joe Wright.
La storia al cinema e in TV. Ora che anche le ultime due puntate sono andate in onda – fra consensi entusiastici, neghittosità (“ancora Mussolini, che palle!”) e il prevedibile fuoco di sbarramento social delle opposte nostalgie (imprevedibilmente forte è ancora quella di realismo socialista) dopo la messa in onda delle prime due – viene da approfittare del fatto che la rete sembra pensare ad altro e prendere sul serio l’invito di “Rolling Stone”: “zitti e guardatela”.Anche perché, davanti ad un prodotto come questo, che non assomiglia a nessuno di quelli visti sull’argomento in cinquant’anni, la mente va a ritroso alla ricerca di antecedenti (europei, se non italiani). Molti sono i film e le serie realizzati in questo dopoguerra sulla storia del fascismo, eppure il lavoro più importante rimane quello a più mani (Nicola Caracciolo, Nico Naldini e altri) sui Cinegiornali Luce, base di quella fondamentale opera di repertazione, restauro e montaggio – cinematografica (“Fascista!” di Naldini, voce narrante Giorgio Bassani) e televisiva – protrattasi per tutti gli anni settanta e ottanta. Lavoro documentario coronato dallo stupendo “Nascita di una dittatura” di Sergio Zavoli, capolavoro della nostra televisione pubblica. La fiction cinematografica e televisiva produceva, in quegli anni e dopo, film e serie più o meno riusciti, più o meno pedissequi, più o meno nobilmente accesi, ma a base sostanzialmente didattica. Quei film di cui la prima cosa che dicono tutti appena in sala è: “Questo dovrebbe essere proiettato nelle scuole” (e i professori di storia si mobilitano). Ecco, “M.- Il figlio del secolo” non è cosa da matinée scolastici. “M” è uno stupendo prodotto per adulti, svegli e vaccinati (se ancora ce ne sono, sul tema). Per ritrovare un antecedente – diversissimo eppure rapportabile – la memoria del boomer che è in me deve risalire all’anno di grazia 1978, quando al Filmstudio di Roma viene proiettato in due giorni, in prima visione italiana (a contarle tutte basteranno le dita di una mano), un grande film “maledetto”, “Hitler, un film dalla Germania”, di Hans Jurgen Syberberg. Film oggi irreperibile e del resto mai davvero visto in Italia se non, vent’anni dopo (24/25 aprile 1999), dai frequentatori di “Fuori orario”, la benemerita rubrica che occupa durante i weekend le notti di Rai Tre. Non è che un’illazione, ma sono convinto che Antonio Scurati e Joe Wright, lo scrittore e il regista di “M”, oltre a conoscerlo bene, lo abbiano tenuto presente.
Syberberg e la grande Germania
Anni 70. Nuovo cinema tedesco. Quando, il giorno di Ferragosto del ‘77, Herbert Kappler evase rocambolescamente dall’ospedale del Celio, dentro una valigia trascinata dalla moglie (così si disse), Syberberg era, in Italia ma non solo, praticamente sconosciuto. Altri erano i beniamini dei grandi festival e delle kermesse per cinefili all’interno di quel “Nuovo cinema tedesco” allora in voga: Wim Wenders (“Alice nelle città”), Rainer WernerFassbinder (“La paura mangia l’anima”), Werner Herzog (“Aguirre, furore di Dio”), Volker Schlondorff (che l’anno dopo sarebbe stato il primo e ultimo tedesco a vincere l’Oscar per il miglior film straniero con “Il tamburo di latta”, già Palma d’oro a Cannes). E poi la moglie di quest’ultimo, Margarethe Von Trotta (“L’onore perduto di Katharina Blum”), e Werner Schroeter (“La morte di Maria Malibran”), un piccolo Visconti tedesco più sperimentale, e i più artisticamente radicali Alexander Kluge (“La ragazza senza storia”) e Jean-Marie Straub (“Non riconciliati”), alsaziano naturalizzato.
Eppure, qualcosa avrebbe dovuto rendere Syberberg un po’ meno ignoto a noi. Otto anni prima aveva scelto infatti la Sardegna per il suo esordio. Ma senza un “Fuori Orario”, che non c’era, “Scarabea – Di quanta terra ha bisogno un uomo?”, da un racconto di Tolstoi, rimase materia per “Chi l’ha visto?”. A far conoscere questo “critico reazionario della modernità” (Mereghetti) a un pubblico di cinephiles e frequentatori difestival fu, qualche anno dopo, “Ludwig – Requiem per un re vergine”, il film con il quale Syberberg celebrava il mito del re folle, cugino di Elisabetta di Baviera, amico e mecenate di Wagner, due anni prima di Visconti. Bella ancora oggi l’”intervista impossibile” in cui un Ludwig/ Carmelo Bene, rispondeva alle domande di Alberto Arbasino. Un’intervista immaginaria di tutt’altro tipo accompagnava a quel film, come un’appendice girata a tamburo battente: “Theodorus Hierneis”, dove l’intervistato era il cuoco di Ludwig e il modello era Gli affari del signor Giulio Cesare”, unico romanzo di Brecht (trattato anche da Straub in “Lezioni di storia”), in cui Cesare era raccontato dal suo schiavo. Un’altra intervista, vera (una specialità del regista tedesco), sarebbe seguita due anni dopo: cinque ore di faccia a faccia con Winifred Wagner, anziana nuora del musicista e primo amore dello zio Alfred. L’aveva chiesta in sposa, la nipotina, quello zio che “arrivava dal buio con la pistola tasca” (che sorpresa per i bimbi!). Cinema raccontato, non visto, a parte le solite sortite nei cineclub romani e milanesi del tempo.
Quanto grande è la Germania. Ma torniamo a Frau Kappler e al suo carico. Nel clamore seguito alla notizia che l’ufficiale tedesco delle Fosse Ardeatine era tornato in Germania (dove sarebbe morto sei mesi dopo), una curiosa notiziola passò inosservata. Un regista tedesco, Hans Jurgen Syberberg, si era trasferito in Francia. Sosteneva, questo strano tipo, che la Germania fosse effettivamente grande, ma non abbastanza per contenere lui e Kappler insieme. Breve espatrio, concluso insieme al fatto che lo aveva prodotto e seguito dal ritorno a Monaco, dove viveva e vive, da fresco ottantanovenne. Non era vasta la sua notorietà prima di quell’originale atto di ribellione: per quanto riguarda l’Italia, nulla più di un festival veronese dedicato al Cinema tedesco d’autore, seguito da un numero di “Cinema & Cinema”, l’ultimo diretto dal fondatore Adelio Ferrero (morto poco dopo), che vi aveva personalmente firmato un bell’articolo su “Ludwig” e “Winifred Wagner”. Ma quando tornò tutti parlavano di lui. II film che dopo quattro anni di preparazione aveva girato in venti giorni con un budget ridicolo di 500.000 dollari era passato a Cannes. In Germania avrebbe prodotto più guai di Kappler. Un entusiasta Francis Ford Coppola curò l’edizione americana (“Our Hitler”) e Susan Sontag ne avrebbe fornito l’analisi più completa in un lungo saggio per la “New York Review of Books” (qui sia in originale che in italiano) che molto citerò ma di cui consiglio la lettura integrale.
“Hitler, un film dalla Germania” è un’opera ciclopica. Sette ore divise in quattro parti: “Il Graal – Dal frassino cosmico alla Quercia di Goethe a Buchenwald”; “Un sogno tedesco…fino alla fine del mondo”; “La fine di un racconto d’inverno e la vittoria finale del progresso”; “Noi, figli dell’inferno ricordiamo l’epoca del Graal”. La parola “GRAAL”, in caratteri di pietra spaccati e frammentati, inizia e chiude l’opera. Il frassino è quello delle “Valchirie”; la quercia cara a Goethe(mito analogo a quello della nostra quercia del Tasso) si trova in mezzo a un bosco di faggi, in tedesco: Buchenwald. Fra modelli positivi (Eisenstein, Méliès) e negativi (Riefenstahl e Hollywood), Wagner ne è il nume tutelare, ma non è l’unico. Un mosaico di citazioni stilistiche, di riferimenti artistici, storici, musicali, teatrali e poetici, di richiami all’ottocento romantico (il nazismo come “romanticismo d’acciaio”, il ferro e l’acciaio delle macchine a sostanziare il “secol superbo e sciocco” di Leopardi) e alle avanguardie artistiche degli anni che precedettero il nazismo (espressionismo e surrealismo), avvicina questo film alle altre opere-mondo del Novecento: “Ulysses”, “La terradesolata”, “L’uomo senza qualità”, “Ivan il Terribile”. Se umili sono i mezzi, enorme è l’ambizione: dimostrare grazie alle risorse del cinema, arte che tutte le altre rappresenta e integra, che il nazionalsocialismo, “grottesco compimento (e tradimento) del romanticismo tedesco” (Sontag), sbocco naturale e insieme distruzione di secoli di cultura della Grande Germania, ha dato e ancora dà la linea ai decenni successivi alla sua sconfitta, per quanto catastrofica. “Non esiste dittatura fascista senza un popolo che la sorregga, le dia forza, la foraggi. In questo tribunale cinematografico non è “solo” Hitler a essere processato, ma tutto il popolo tedesco. Il pensiero dominante tedesco. Di ieri e di oggi” (Meale). Hitler, colpa collettiva della Germania, è in noi e noi in lui, sostiene Syberberg. Perché non possiamo non dirci nazisti. L’Hitler di Syberberg, come il Mussolini di Wright: “Guardatevi intorno, siamo ancora tra voi”.
Destra/sinistra. Questa conclusione della trilogia sulla Grande Germania (“Ludwig”, “Karl May” – il Salgari e il Leone, il westerner, tedesco – e “Hitler”), non poteva piacere ai tedeschi – ancora impegnati a esorcizzare i fantasmi della vicenda Kappler – che la presero malissimo; a destra e a sinistra per una volta non così distanti. Politicamente anticomunista, Syberberg è culturalmente un liberale, con venature reazionarie quando si accosta al mondo moderno ed evoca in Hitler ”una presenza fantasma nella cultura moderna, un principio proteiforme del male che satura il presente e rifà il passato” e singolari filiazioni: “da Hitler alla pornografia, da Hitler alla società dei consumi senza anima della Repubblica Federale, da Hitler alle rozze coercizioni della DDR.” Ma “non è vero che Hitler abbia generato la moderna società dei consumi di plastica post-hitleriana. Ciò era già sulla buona strada quando i nazisti presero il potere.” Mentre “è più plausibile, Syberberg, quando afferma che la DDR assomiglia allo stato nazista, un’opinione per la quale è stato denunciato dalla sinistra nella Germania occidentale; come la maggior parte degli intellettuali cresciuti sotto un regime comunista e passati a uno democratico-borghese, è singolarmente scevro da ‘pietismo di sinistra” (Sontag)
Può sembrare strano a questo punto che il regista tedesco divida equamente l’omaggio ai suoi padri culturali fra Wagner e Brecht, difficilmente assimilabili. Ma cresciuto fino a vent’anni nella Germania Est, da giovane aveva messo in scena alcune opere del grande commediografo, divenendo un entusiasta ammiratore del suo teatro epico. Ne esce, quanto a modernità delle pratiche artistiche, un’influenza visibilissima in questo film. A partire dal titolo. “Una delle pretese del film è che Hitler, che non visitò mai il fronte e che guardò la guerra ogni sera attraverso i cinegiornali, fosse una specie di regista. Germania, un film di Hitler” (Sontag). Non su Hitler, ma di Hitler: il suo film dalla Germania. Così in “M” è Mussolini/Marinelli a introdurci alla nascita di una dittatura. “Seguitemi, il mio film vi piacerà”. Anche questo è Brecht. Entrambi davano un’enorme importanza al cinema, anzi, Mussolini aveva mutuato quella celebre convinzione (“il cinema è l’arma più forte”) da Hitler, che si faceva proiettare tre film al giorno a Berchtesgaden (gli piacevano moltissimo John Ford e i western).
Fantasmagoria cinematografica. Abbiamo visto qualcosa di ciò che li assimila, e c’è molto altro, ma “M – il figlio del secolo” e “Hitler, un film dalla Germania” non potrebbero essere più diversi, narrativamente e stilisticamente. La voce narrante del regista spiega fin dall’inizio i termini della questione. “T
utto quello che vedrete è liberamente inventato. Tutti i personaggi e gli avvenimenti storici, anche eventuali somiglianze, sono puramente casuali. Non si tratta di uno scherzo purtroppo. Per motivi legali si è qui costretti a fare questa dichiarazione. Trenta eredi di Hitler si sono già fatti avanti accampando diritti, e non soltanto loro. Quelle pretese sarebbero lecite proprio perché Hitler in realtà non è mai stato processato”. A più di trent’anni dalla fine della guerra, questo in Germania era lo stato delle cose. Quella a cui assistiamo, quindi, non è una storia del nazismo (che si dà per nota), ma una rappresentazione per attori e pupazzi: un gruppo di attori si alterna a leggere, monologare, dialogare con marionette, compresa la piccola AmélieSyberberg, con in capo una corona di pellicola cinematografica, a rappresentare la Germania e la malinconia (di Durer: “Melancholia 1”). Alle loro spalle un complesso straordinario di proiezioni, musiche, simboli, filmati, voci e documenti storici, in un gioco a contrasto con quanto letto o recitato dagli attori. C’è anche la trasmissione natalizia del ’42, in cui soldati, aviatori e marinai da tutti i fronti e territori occupati (Stalingrado, Libia, Grecia, Francia, Norvegia) cantano in coro “Stille Nacht”. E la mente corre all’analoga sequenza di Kubrick in “Orizzonti di gloria” (Prima Guerra Mondiale). Gli orrori del nazismo, giustamente considerati irrappresentabili, sono evocati in quella che diventa un’avventura della mente. Fantasmagoria di simboli a base teatrale, in uno studio che rievoca la “Black Maria”, il primo studio cinematografico di Edison e le invenzioni di Méliès, dalle magie al viaggio sulla luna. Può sembrare incredibile, ma così distillato, l’atto d’accusa non solo non perde nulla ma diventa moralmente più inesorabile e in queste sette ore (non c’erano le serie televisive) gloriose per densità e tensione intellettuale, “Hitler è una presenza multiforme ricorrente, raffigurata nella memoria, attraverso il burlesque, nella parodia storica” (Sontag).
