15 Aprile 2026 - mercoledì

 

 

Dedicato alla memoria del Prof. Ezio Burri

In questa VII puntata del racconto dei nostri viaggi in Iran per studiare i qanat, parliamo del ritorno a Teheran, della breve visita al centro e al Museo Nazionale, dove vi sono magnifici reperti dell’antica Persia. Le due giornate nella capitale sono state vivificate da inattese avventure con nuovi conoscenti locali, da strane pietanze e non solo. Buona lettura, continuate ad accompagnarci lungo le strade, i villaggi ed i deserti persiani.

 

Viaggio di ritorno: tappa a Semnan

Sempre con il solito minibus, l’autista e un funzionario ci hanno prelevato verso le otto di mattina dall’appartamento di Shahrood, per partire verso Teheran. Siamo arrivati in meno di un’ora a Semnan, il capoluogo della provincia, ma non c’era tempo per andare in centro a visitare musei e moschee; ci fermammo solo in periferia per consentire ai nostri accompagnatori di consegnare qualcosa ad una signora che volle gentilmente offrirci un tè a casa sua.

Due piccole notazioni per capire meglio la situazione locale. Fare una commissione è una piccola cosa, ma in Iran è spesso un compito strategico; infatti viaggiare con la propria auto (per i pochi che la possiedono) è scoraggiato. Ci dissero che ogni capofamiglia poteva ottenere una quantità modesta di benzina che bastava solo per i giri settimanali in città. Se si voleva andare in un’altra città, bisognava chiedere l’autorizzazione per acquistare benzina extra, ma occorreva anche ben specificare dove si vuole andare e perché. Pertanto, quando si sa che qualche amico o collega viaggia, se possibile, si chiede la cortesia di effettuare una commissione nel luogo del viaggio.

La seconda nota riguarda il fatto che lasciammo tutti i bagagli incustoditi e a vista nel minibus, per salire nella casa della signora di Semnan, ci dissero di non avere alcuna preoccupazione. In Iran c’è una grande severità per chi tentasse di rubare, è considerato un reato odioso, per cui non si temono i furti nelle auto o nelle case e vi è un grande controllo del territorio, non solo da parte delle forze dell’ordine, ma anche da parte degli stessi cittadini. D’altra parte il velocissimo rinvenimento della macchina fotografica era stata una testimonianza evidente.

 

In viaggio verso Teheran

Riprendiamo il viaggio verso Teheran, mancano più di tre ore alla meta, attraversiamo una zona desertica, percorrendo un’ampia strada, forse una otoban (vedi I puntata), come la chiamano loro. Di tanto in tanto incontriamo piccole baracche o un traino con il mulo attaccato, dove vengono offerti prodotti alimentari, in genere frutta secca e fresca oppure bevande; questi ambulanti, spesso, possono anche offrire un tè caldo, preparato sul momento.

La nostra attenzione è attratta dall’aspetto della natura attorno alla strada; il panorama è composto da rilievi aridi e contorti cespugli, in lontananza si scorgono montagne innevate, ma a volte ci sono spettacoli inattesi come le colline multicolore composte da striature orizzontali sovrapposte, dovute a materiali diversi preponderanti in ciascuno strato: l’ossido di ferro per la parte rossiccia, il carbonato di calcio per il biancastro o l’ossidazione del rame per il verde.

Rilievo multicolore dopo Semnan, lungo la strada verso Teheran (Foto Hassan)

Il tempo è splendido, il cielo azzurro, ma ad un certo punto, in lontananza, vediamo un’ampia area avvolta in una nuvolaglia grigia che sembra concentrata solo in quel punto. Ci sembra strano l’evento, una specie di enorme “nuvola di Fantozzi”. Chiediamo agli accompagnatori e ci dicono che non è un temporale che ci attende, ma la cappa di smog che avvolge Teheran!

In effetti quando arriviamo sulla Najafi Rastegar otoban, l’arteria che entra nella capitale da est, non vediamo più l’azzurro, il sole è appannato da un velo grigio. Il traffico è abbastanza fluido ed arriviamo nell’appartamento che ci è stato prenotato; era un immobile non utilizzato di proprietà di conoscenti, che ci viene lasciato in uso per quel giorno. Portiamo i bagagli nell’appartamento, i nostri accompagnatori vanno subito via, per l’indomani è stato fissato un incontro con una persona che ci verrà a prendere e poi ci aiuterà per andare all’aeroporto.

 

Primo assaggio della capitale

Abbiamo tutti voglia di vedere qualcosa di Teheran, saltiamo il pranzo, preferiamo una passeggiata nella zona centrale della capitale. La città fu costruita su un altipiano, con un’altitudine compresa fra 1100 e 1600 metri ed è contornata da un lato da alte montagne innevate.

Prendiamo un taxi per andare in centro, vicini alla zona del grande bazar. Passiamo nei pressi dell’imponente Torre Azadi, uno dei simboli di Teheran; fu completata nel 1971, su commissione dell’ultimo Shah, per celebrare i 2500 anni dalla fondazione dell’Impero Persiano da parte di Ciro il Grande.

 

Torre Azadi, uno dei simboli di Teheran (Foto A. Ferrari)

Teheran divenne la capitale della Persia al fine del XVIII secolo, ma la sua crescita fu dovuta soprattutto ai due Shah Pahlavi che, a partire dagli anni Venti del XX secolo, quando vi risiedevano solo duecentomila abitanti, hanno promosso molte nuove costruzioni, coinvolgendo importanti architetti occidentali e russi, facendo realizzare importati arterie stradali e supportando la costruzione di palazzi privati, sempre con una grande attenzione nel prevedere varie aree di verde pubblico. Al tempo del nostro viaggio le stime indicavano più di otto milioni abitanti in Teheran, oggi si sfiorano gli undici milioni.

Monumento di A. Pomodoro presso il Museo d’Arte a Teheran (Foto mia)

Nella passeggiata passiamo davanti alla sede del Museo d’arte contemporanea, che era chiuso, e fotografiamo la grande sfera intaccata di Arnaldo Pomodoro, quella che lui definiva “una forma magica”. Ci dispiace molto non poter visitare il Museo, poiché lo sapevamo ricco di un gran numero di capolavori del Novecento, collezionati dall’ultimo Shah.

Notiamo, passeggiando, che le donne non sono intabarrate con il chador come molte a Shahrood e a Semnan, invece molte sono vestite in modo quasi occidentale, ben truccate e con un foulard sui capelli, a volte indossato senza occultarli del tutto; la novità ci sorprese positivamente e fu la prima differenza di costumi evidente fra le città di provincia e la capitale.

Poi arriviamo in una piazzetta circolare dove erano aperte varie librerie, altra bella novità per noi. Non possiamo mancare di visitarne un paio, c’erano libri in farsi ed in arabo, pochi in inglese e francese. Facciamo un po’ di amicizia con tre ragazzi che rimangono stupiti ed emozionati del fatto che sapessimo vari aspetti della storia antica e recente della Persia; loro dell’Italia ricordavano solo il nome di Dante Alighieri. I libri costano poco ed alcuni sono molto belli e con ricche illustrazioni. Non posso fare a meno di acquistare un testo storico in farsi, per la bella grafica e anche grazie ai suggerimenti dei nuovi amici che erano molto orgogliosi della storia millenaria del loro Paese.

Torre Milad a Teheran (Foto mia)

Vediamo in distanza la Torre Milad, da poco inaugurata; l’edificio più alto nella capitale e, ci dissero poi, fra le prime dieci del mondo sia per altezza, sia come struttura autoportante. È alta 435 m, antenna compresa; fu realizzata da un architetto iraniano ed ospita anche tre ristoranti con vista panoramica.

La pizza americana

Era ancora un po’ prestino per cena, ma avevamo fame e chiediamo un suggerimento gastronomico. I ragazzi si consultano e si offrono di accompagnarci nella migliore “pizzeria americana” della città! Non replicai e, d’accordo con i miei amici, ci lasciamo condurre in questo posto che non era troppo distante. Il locale non ha nessun carattere attraente: tavoli brutti con tovagliette di carta, mura scalcinate, pavimento grigiastro, poca gente. I tre ragazzi rimangono a gustare la “pizza” con noi. Vado a sciacquare le mani, sarebbe stato meglio non farlo; le condizioni igieniche del bagno erano molto sommarie!

Chiediamo ai nostri convitati perché chiamassero “americana” la pizza, uno di loro, piuttosto sorpreso dalla domanda, ci spiega che gli americani avevano inventato quel piatto e avevano anche fondato una catena mondiale per diffonderla nel mondo e loro la mangiavano non solo perché “era buonissima” (sic!), ma anche perché era uno sberleffo al regime. È insopportabile per loro non poter ascoltare la musica occidentale, non poter comprare la moda in voga nel resto del mondo, non poter neanche immaginare di viaggiare all’estero. Si sentivano imprigionati in un paese dove non c’è futuro e non c’è gusto di vivere.

Uno di loro ci spiega con chiarezza quello che già avevamo sospettato: in Iran si vive in una “doppia realtà” e ciò è vero specialmente a Teheran, dove ci sono più occasioni e, in media, maggiori risorse economiche disponibili. Una realtà è quella della vita all’esterno della propria casa, sotto gli occhi di tutti: non parlare di politica, non bere alcolici, per le donne coprire i capelli, non ascoltare musica occidentale, ecc. La seconda realtà è quella vissuta nella propria casa o a casa di amici fidati e consiste nel fare tutto quel che è vietato: criticare le assurdità della teocrazia, disprezzare la polizia morale, diffidare del clero, impiantare la parabola (cosa vietatissima, da arresto immediato) per collegarsi ai canali occidentali, sentire il rock a tutto volume, bere vino, se si riesce a trovarlo; per le donne non coprire i capelli, andare con generosi decolté e accettare di essere corteggiate dai ragazzi, stringendo addirittura le mani. Insomma in privato si fa esattamente l’opposto di quel che si è costretti a fare in pubblico, per evitare guai.

Arriva la “pizza”, inguardabile e di gusto strano. Si tratta di una specie di focaccia rotonda di un 25 cm di diametro e di 6/7 cm di altezza, vuota dentro e con sopra un assurdo miscuglio di ingredienti: cipolla, pomodoro, peperoni, zucchine, tonno, una specie di carne in scatola, pistacchi e altro che non ricordo. Per fortuna la cola è simile a quelle originali, ovviamente abbiamo evitato la “birra iraniana”. La fame aiuta in questi casi e mangiamo quel “mappazzone” sabbioso, anche per non deludere i ragazzi.

Una delle migliori margherite in Italia, assaporata a Caserta (Foto mia)

Però decisi che fosse importante spiegare che la pizza è italiana e in particolare napoletana. Descrivo la “Margherita”, i ragazzi mi guardano poco convinti, gli sembra troppo semplice come condimento; mi sarebbe tanto potuto fargliela provare una pizza originale, semmai proprio all’ombra del Vesuvio. Uno di loro mi chiede perché la catena mondiale di pizzerie non è italiana, visto che l’avevamo inventata noi la pizza. Bella domanda, a cui risposi in maniera evasiva, in realtà me la pongo tuttora quella domanda, a maggior ragione visti gli affronti che in questi giorni vengono dagli USA verso tutta l’Europa. Ancora un po’ di chiacchiere, poi ringraziamo i tre ragazzi e chiamiamo un taxi per andare a riposare, dopo una giornata molto densa di novità.

 

Ultimo giorno nella capitale: una nuova conoscenza sorprendente

L’ultimo giorno a Teheran incontriamo il nostro nuovo contatto; un signore di mezza età, vestito elegantemente, ci aspetta sotto casa, con una berlina e ci porta nel suo ufficio. Scopriamo che è un piccolo imprenditore, evidentemente benestante; ci accolgono due collaboratrici, belle, perfettamente truccate e con foulard di colori sgargianti, indossati con nonchalanche, una parla bene in inglese. Nella sala delle riunioni il nostro ospite, che chiamerò K., ci racconta come funziona la sua attività, non è mai critico verso il regime e ritiene che nel prossimo futuro terminerà la distanza dell’Iran dal mondo occidentale, perché “il bazar lo vuole”, esprimendo così l’auspicio di commercianti e imprenditori. Con grande gentilezza ci preannuncia che ci vorrebbe suoi ospiti a cena, ha già avvertito la moglie, poi da casa sua andremo direttamente all’aeroporto.

I miei amici devono andare in un ufficio per controllare i biglietti aerei, K. li fa accompagnare da una delle ragazze. Per me invece una sorpresa, infatti, per lasciarlo libero gli avevo detto che sarei sceso a fare una passeggiata, lui disse: “sei mio ospite, abbiamo cose migliori da fare”. Andiamo a piedi in un altro appartamento nei pressi dell’ufficio, ci apre un collaboratore di K., ho subito immaginato che era un buen retiro. Vi erano due ambienti, entrambi ben curati: una stanza da letto e un salottino con un tappeto bellissimo, vari cuscinoni e un enorme schermo TV, già sintonizzato su un canale musicale americano.

Ovviamente sono impressionato, arriva il collaboratore e ci porta un grande vassoio con due bicchierini di tè caldo, due bicchieri più grandi con whiskey e due piccole pipe. Ahi, ahi, ahi stiamo facendo cose proibitissime: TV straniera, dunque parabola vietata; alcool e fumo ignoto. Insomma siamo in pieno nella “seconda realtà”.

Per non fare il bacchettone accetto il tè, fumo un po’ la pipa dallo strano odore intenso ma con un buon sapore, che per fortuna non mi dà alcun disturbo, e assaggio appena il liquore che mi è sembrato un po’ annacquato o forse aperto da tanto tempo. K. mi racconta alcune sue avventure galanti o finanziarie, io gli racconto un po’ dell’Italia. Poi mi chiede se durante la settimana di lavoro a Shahrood ci fossimo organizzati con una “moglie temporanea”. Resto un po’ interdetto e mi spiega.

Riporto quanto mi venne detto al tempo, non so se era vero allora e se sia ancora vero ora, mi sembrava un po’ assurdo come racconto, ma con la “doppia realtà” forse tutto è possibile. Se un uomo ha voglia di accompagnarsi ad una donna, può, se è ben conosciuto, rivolgersi all’imam della moschea che frequenta. Con discrezione viene organizzato uno sposalizio con una donna che si presta ad essere “moglie temporanea” (incredibilmente tale procedura è prevista davvero nel contesto islamico sciita, anche se non per fini strettamente sessuali). Ovviamente non importa se sei già sposato, avere più di una moglie è consentito secondo i dettami religiosi. i due “neo-sposi” per un giorno o più trascorrono insieme gli incontri amorosi ed infine ritornano in moschea per il divorzio concordato e il pagamento di una congrua offerta, parte della quale va alla donna.

 

Visita ad uno splendido museo

Ci avvisano che i miei amici sono tornati, li raggiungiamo nella sala riunioni, poi ringraziamo e salutiamo K. e ci diamo appuntamento per le 19,00 in serata. Con un taxi ci facciamo portare al Museo Nazionale dell’Iran ove c’è una bellissima collezione di oggetti e monumenti ritrovati soprattutto a Persepoli, la capitale dell’antico Impero.

Lastra con processione rituale ritrovata a Persepoli (Foto mia)

 La visita del Museo è imperdibile, vediamo alcuni capolavori che avevamo studiato a scuola. Nella parte preistorica ci sono addirittura manufatti dell’uomo di Neanderthal, poi fa davvero impressione avvicinare reperti che furono costruiti forse al tempo di Ciro il Grande, il conquistatore di Babilonia e visti poi dallo sfortunato Dario III, l’ultimo degli Achemenidi, morto durante la battaglia nella Battriana del 330 a.C., quando Alessandro Magno conquistò definitivamente il regno e con saggezza decise di non umiliare i vinti. Infatti fece portare a Persepoli il corpo del re e fece organizzare un imponente funerale, dopo sposò una delle figlie di Dario, Stateira, e promosse una fusione fra le culture greca e persiana, in parte realizzatasi negli anni successivi.

 Colonna con due teste di tori da Persepoli (Foto mia)

A pranzo ci accontentiamo di un kebab preso in un posto nei pressi del Museo, poi cerchiamo dei fiori da portare alla signora stasera, ma non troviamo un fioraio e ripieghiamo su un cestino di frutta, cui aggiungeremo una confezione di cioccolatini che era ancora rimasta intonsa dall’Italia.

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Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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