15 Aprile 2026 - mercoledì

La giustizia tardiva, anche se ti riabilita, non è più vera giustizia. Trattandosi di giustizia italiana quanto mai corretto continuare a usare la minuscola. Non sono da criminalizzare i giudici ma il sistema che fa si che i tempi della giustizia siano lenti e strazianti accomunando nell’insoddisfazione vittime e carnefici, effrattori della legge e parti lese. Il discorso generale è obsoleto, parlo per esperienza personale. Nel 2009 sono stato condannato per reato a mezzo stampa (diffamazione) a sei mesi di reclusione per l’etichetta di “pregiudicato” attribuita nel libro “Le mafie nel pallone” a un imprenditore salentino molto noto nella cronache mondane e non solo. Errore in buonafede perché lo stesso era stato condannato in primo grado ma assolto in secondo grado, a mia insaputa. La legge non ammette ignoranza. Ma quello che più mi interessa comunicarvi è che, difeso dagli avvocati di Libera, con la tutela dell’attuale senatrice del PD Enza Rando, il Processo d’Appello è scattato nel 2016, 4 anni dopo il primo verdetto e ha avuto la prima udienza, dopo lo spostamento di sede (da Prato a Firenze) sette anni dopo.

A fine marzo 2025 il capolinea. Attendevamo l’ovvia prescrizione ma c’era di più. Il processo originario è stato annullato per un vizio di forma nella notifica al mio avvocato della convocazione per un’udienza. Fine dei giochi, neanche come al Monopoli dove si torna alla casella di partenza. La prescrizione fa si che il processo non sia mai realmente cominciato. Nel merito e nella forma. Spese di trascrizione, provvisionale di 10.000 euro pagata al teorico diffamato di improbabile restituzione. Cui prodest? Chi ha vinto e chi ha perso? Con la giustizia tardiva abbiamo perso tutti. Ma chi mi restituirà lo stress patito in questi anni, il lungo andirivieni nelle aule di giustizia, il tempo perso nel tentativo di transazione, la frustrazione nel tentativo di dimostrare la vulnerabilità penale del soggetto che mi ha intentato causa? La giustizia italiana ha migliaia di casi personali di questo genere con cui fare i conti. Con questa esperienza e con altre di esasperante lunghezza esci con la sensazione di non voler mai più voler a che a fare i con i tribunali, i giudici e gli avvocati. L’inestricabilità delle cause produce squilibri evidenti. La sola Roma ha un numero di avvocati pari ai colleghi di tutta la Francia. Siamo un paese estremamente litigioso dove però l’enorme conflittualità giudiziaria entra nell’imbuto di una giustizia lenta, pasticciona e, per larghi versi, ancora cartacea. L’avere giustizia è una pura utopia.

Dunque l’intransigenza viene messa da parte. Si rinuncia alla causa anche se un senso di giustizia ribolle dentro di noi. L’enorme contenzioso non può avere un condono, una fine, un punto di svolta. L’insoddisfazione è un boomerang sulla credibilità del sistema Paese. La giustizia divina ha ben altri puntelli. E così entri in una zona di relativismo schivo e diffidente in cui ti interroghi sulle leggi e sulla loro deperibilità (quelle sulla morale a esempio) . Fausto Coppi finì in carcere per adulterio. Franco Viola ruppe le leggi del delitto d’onore. Todo cambia, a volte non in meglio. Ma pensare di avere un Ministro come Nordio al vertice della cupola della giustizia certo non induce all’ottimismo anche se i problemi vengono da molto lontano..

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Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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