La verità non è ciò che è dimostrabile, ma ciò che è ineluttabile.
Antoine de Saint Exupéry
La crisi della Roma repubblicana e le ragioni di una fine violenta
Roma, tra il II e il I secolo a.C., attraversò una profonda crisi politica, sociale ed economica, che minò le fondamenta del sistema repubblicano. Le cause di questa crisi furono molteplici e interconnesse e le istituzioni si mostrarono incapaci di adattarsi all’enorme crescita territoriale e alle trasformazioni della società.
L’espansione dell’imperium portò immense ricchezze a Roma, ma queste furono distribuite in modo diseguale. I piccoli proprietari terrieri, pilastro della società romana, vennero privati delle loro terre a vantaggio dei proprietari dei grandi latifundia, che sfruttavano la manodopera servile.
La tensione tra l’aristocrazia – conservatrice e gelosa delle proprie prerogative – e una plebe sempre più numerosa e povera, favorì l’emergere di due partiti – quello senatorio e quello democratico – guidati entrambi da figure carismatiche con sempre maggiore potere. I primi volevano mantenere il monopolio politico, i secondi chiedevano maggiori diritti e partecipazione.
Le riforme tentate da alcuni tribuni della plebe, come i fratelli Gracchi, che volevano redistribuire le terre e limitare il potere dei senatori, furono brutalmente represse, ma segnarono l’ingresso della violenza come strumento della lotta politica e un minore credito delle istituzioni repubblicane.
Anche l’esercito vide aumentare in maniera decisiva la propria influenza. Una volta formato da cittadini proprietari, divenne sempre più dipendente dai generali, che arruolavano i soldati tra i più poveri, promettendo terre e ricchezze, ottenendo in cambio una classe più fedele ad essi che allo Stato. Questo permise a uomini forti come Mario, Silla e Cesare, di ottenere grande potere personale, costruendo il proprio potere su basi militari.
Infine, le guerre civili scoppiate tra le diverse fazioni – tra Mario e Silla, poi tra Pompeo e Cesare – furono il segno evidente di un sistema ormai incapace di garantire stabilità e giustizia.

Cesare fu il punto di arrivo di questa crisi e l’inizio di un nuovo Stato, l’espressione più autentica dell’opposizione, con una forte base popolare, a una classe oligarchica al termine del suo potere.
La sua rapida ascesa e le sue ambizioni personali generarono forti contrasti. Dopo aver vinto la guerra civile contro Pompeo, Cesare si era fatto nominare dittatore a vita, accumulando un potere immenso e riducendo di fatto il ruolo del Senato, suscitando il timore che volesse trasformare la Repubblica in una monarchia, ponendo fine alla libertà politica romana.
Cesare nominava senatori e magistrati secondo la sua volontà, senza rispettare i meccanismi elettivi. Questo minava l’equilibrio tra le istituzioni e aumentava il malcontento dell’aristocrazia. Una sostanziale noncuranza per le conseguenze dei suoi atti e l’estrema sicurezza di sé, unita a un culto della personalità del tutto inedito per Roma, colmarono la misura.
Molti senatori, sia tra i suoi avversari sia tra i suoi stessi alleati, cominciarono a vederlo come una minaccia per la Repubblica e anche per sé stessi. Motivazioni politiche ma anche personali divennero così predominanti da convincere i suoi antagonisti che l’unico modo per salvare la Repubblica fosse ucciderlo. Si arrivò così alle Idi di marzo del 44 a.C.
Il tramonto della Repubblica
I tempi erano quindi maturi per la fine dell’ordinamento su cui si era fondata Roma nei primi sette secoli della sua storia. Per i motivi che portarono alla presa del potere da parte di Cesare, appare chiaro come i contrasti sociali ed economici interni ed esterni, le ragioni strategico-militari di un impero ormai vasto e differenziato avessero progressivamente scavalcato e superato la capacità del governo di Roma di comprenderli e fronteggiarli.
Di fronte a un mondo in evoluzione, nel quale Roma costituiva soltanto un’infima parte dell’immenso impero che aveva generato, non vi era più posto per una prospettiva conservatrice come quella dell’aristocrazia dominante, di corto respiro perché preoccupata soltanto di mantenere il proprio potere e capace di censurare ogni tentativo di innovazione. C’era bisogno di un’idealità nuova, di un orizzonte che superasse l’angusta misura della conservazione del potere attraverso un rispetto della legge ormai soltanto formale, c’era necessità di uomini atti a comprendere la nuova realtà che si era creata e a guidarla, perché Roma potesse riprendere la marcia verso il futuro.
D’altra parte, idealità e uomini simili si erano già manifestati nei momenti più difficili della storia della Repubblica e questo significa che non era necessariamente un ordinamento monarchico quello utile a Roma, ma sicuramente era necessaria una classe politica nuova, che sostituisse in modo rivoluzionario l’ormai consunta oligarchia al governo. Peraltro. la prima cattiva testimonianza in fatto di virtù repubblicane l’aveva data per primo proprio il Senato, con l’appoggio offerto alla dittatura di Silla, ammettendo implicitamente che dalle sole proprie capacità sarebbe difficilmente venuto qualche cosa di risolutivo per Roma.
Probabilmente Cesare, che questa rivoluzione cavalcò senza ricorrere agli strumenti più sanguinosi (le liste di proscrizione erano state usate prima e vennero usate dopo di lui, la sua magnanimità verso i nemici era proverbiale), date le eccezionali caratteristiche personali, affrettò questo passaggio. Forse la Repubblica senza Cesare avrebbe potuto sopravvivere qualche tempo ancora, ma il vantaggio rappresentato da una simile eventualità è assai dubbio, e prima o poi avrebbe senz’altro dovuto soccombere sotto il peso dell’influenza raggiunta dai propri comandanti militari, se non sotto la spinta di rivolte (si pensi a Catilina) o comunque di altri uomini nuovi.
Proprio gli eventi succedutisi alla morte di Cesare fanno comprendere come non si potesse più tornare alla Repubblica, e da allora in poi i protagonisti del governo di Roma saranno allo stesso tempo reggitori dello Stato e supremi condottieri.

Di fronte a quelle che avrebbero dovuto essere le vittime della congiura (non solo Giulio Cesare, ma anche quelle «politiche» come Marco Antonio e gli altri fedeli a Cesare), il Senato – nonostante la presenza di uomini autorevoli come Cicerone a guidare il tentativo di restaurare la Repubblica – appare sulla difensiva, le leggi di Cesare vengono confermate e i congiurati vengono premiati consegnando loro delle lontane provincie romane (a Cassio la Siria, a Marco Bruto la Macedonia).
Fin dal momento delle esequie quest’ambiguità del potere repubblicano emerge in tutta la sua evidenza, lasciando di fatto mano libera a Marco Antonio prima – che d’altronde i congiurati non avevano avuto animo di uccidere quel 15 marzo in Senato, forse per misurato calcolo -, a Lepido e a Ottaviano poi, i quali rapidamente assumono il controllo della scena politica.
Il secondo triumvirato fra i tre nuovi protagonisti della politica romana viene costituito nel 43 a.C. presso Bologna – ma come una vera e propria magistratura nata, secondo la formula inaugurata da Silla, per il riordinamento dello Stato (rei publicae constituendae) – e durerà sino al 33 a.C. L’emanazione da parte dei triumviri di liste di proscrizione – che anch’esse rimandavano ai tempi di Silla – trascinò Roma in un bagno di sangue, che celebrò il suo culmine nell’uccisione di Cicerone. L’assemblea senatoria, ormai vuoto simulacro, era sempre più in balìa di eventi che la sovrastavano, né il tentativo di costituzione di un esercito repubblicano agli ordini di Bruto e Cassio avrebbe rappresentato il capovolgimento di un futuro ormai fatale per le morenti istituzioni.
A Filippi nel 42 a.C. la sostanziale inesperienza dei due congiurati nell’arte militare si rivelò nell’improvvido susseguirsi degli eventi, quando Cassio, che stava per essere sopraffatto, si convinse che anche Bruto era perduto e si uccise, mentre Bruto già vittorioso venne spinto dal suo esercito avido di bottino a ingaggiare di nuovo battaglia e venne sconfitto, fino a trovare anch’egli la fine nel suicidio: così coloro che avevano inflitto la morte a Cesare in nome della libertà della Repubblica e contro la violenza della tirannide, conoscevano nella violenza la propria stessa fine. E con essi la Repubblica.
Alla fine della nostra indagine, possiamo trarre una conclusione certa, che dovrebbe far meditare anche oggi: un potere cristallizzato nella difesa di privilegi, lontano dalle attese del popolo e senza possibilità di riforma, ispira fatalmente un anelito rivoluzionario che vede nella distruzione dell’ordine precedente l’unica possibile via al cambiamento.
Nonostante l’ultima resistenza, Giulio Cesare aveva infatti già trasformato profondamente Roma. Leader abile e flessibile, capace di una visione a lungo termine, rifondò lo Stato con la centralizzazione del potere e la limitazione del peso del Senato, ponendo quindi le basi dell’impero.
Con i suoi scritti, il De bello gallico e il De bello civili, egli non solo raccontava le sue imprese, ma plasmava la percezione di sé stesso, modellando il consenso dell’opinione pubblica e consolidando la sua immagine.
Promosse il nuovo calendario giuliano, attuò riforme giuridiche, fiscali (codificazione del diritto e calendarizzazione efficace del sistema processuale, limite agli abusi delle province per contrastare la corruzione, riforma delle pene per eliminarne l’arbitrarietà) e sociali (con la distribuzione di terre ai veterani e migliorando la condizione delle classi più povere), e favorì quindi un’amministrazione più efficiente, ampliando in parallelo il favore popolare.
Sullo sfondo, a breve distanza di tempo, con l’avvento di Cristo, una nuova rivoluzione dell’anima si sarebbe rivelata, portando a una profonda trasformazione nella coscienza morale e nella visione del mondo, influenzando la cultura occidentale per i secoli a venire …
Immagine di apertura: R. Giannetti, L’ultimo Senato di Giulio Cesare, 1867, Wikimedia Commons


