Adriano Olivetti aveva dimostrato che l’Italia poteva essere all’avanguardia nell’innovazione tecnologica, competendo alla pari con le grandi potenze industriali del mondo. Eppure, dopo la sua scomparsa, nessuna impresa italiana ha raccolto la sua eredità. Oggi il nostro Paese è completamente subordinato alle multinazionali tecnologiche statunitensi, incapace di esprimere un modello autonomo di sviluppo industriale.
L’Italia di Olivetti non solo produceva macchine da scrivere e calcolatori che non avevano rivali nel mondo, ma lo faceva con una visione che metteva al centro il benessere dei lavoratori e della comunità. Oggi, invece, il panorama tecnologico nazionale è desolante: non abbiamo più un’industria elettronica autonoma, dipendiamo da colossi come Google, Microsoft, Amazon e Apple per software, infrastrutture digitali e persino per l’intelligenza artificiale. L’Italia, che negli anni ’50 e ’60 poteva competere con IBM, è ora ridotta a essere un mercato passivo, un consumatore di tecnologie straniere senza alcuna leadership autonoma nel settore.

L’Olivetti sotto la guida di Adriano Olivetti riuscì a imporsi con prodotti iconici come:
• La Lettera 22, la macchina da scrivere più avanzata del suo tempo, adottata dai più grandi giornalisti e scrittori.
• La Divisumma 24, una calcolatrice meccanica che precorreva l’era del calcolo elettronico.
• L’Olivetti Elea 9003, il primo computer italiano, un gioiello tecnologico che avrebbe potuto rendere l’Italia una protagonista dell’informatica mondiale.
Ma quel sogno fu distrutto. Alla morte di Olivetti nel 1960, e dopo la misteriosa scomparsa di Mario Tchou nel 1964, la divisione elettronica della Olivetti venne ceduta alla General Electric. Questa cessione non fu un semplice passaggio di proprietà: fu la fine dell’informatica italiana. Mentre IBM e le aziende americane si sviluppavano grazie al supporto governativo, in Italia il settore fu smantellato.
L’innovazione tecnologica divenne dominio esclusivo degli Stati Uniti, che negli anni successivi avrebbero imposto il loro modello di sviluppo a livello globale, mentre l’Italia rinunciava completamente a giocare un ruolo strategico.
Dov’è oggi l’eredità di Olivetti?
Se Olivetti fosse sopravvissuto, l’Italia avrebbe potuto essere una potenza dell’informatica, anticipando la rivoluzione digitale. Avremmo potuto sviluppare un’industria nazionale nel settore dei computer, del software, dell’intelligenza artificiale, esattamente come hanno fatto gli Stati Uniti con la Silicon Valley. Invece, non solo non è nata una nuova Olivetti, ma il nostro Paese è stato consegnato mani e piedi legati all’egemonia tecnologica americana.
Oggi:
• Non esistono colossi italiani nell’informatica: le nostre aziende dipendono da Google per i motori di ricerca, da Microsoft per i sistemi operativi, da Amazon per il cloud computing e da Apple per i dispositivi mobili.
• Non abbiamo un’industria autonoma dei semiconduttori: il futuro dell’elettronica è nelle mani di Stati Uniti, Taiwan e Corea del Sud.
• La nostra economia digitale è totalmente subalterna: utilizziamo software sviluppati all’estero, investiamo pochissimo in ricerca e non abbiamo aziende in grado di competere a livello globale.
Mentre la Germania ha SAP nel software aziendale, la Francia ha Dassault Systèmes e Atos, e persino la Cina ha creato giganti tecnologici autonomi come Huawei e Alibaba, l’Italia non ha nulla. Eppure, eravamo partiti prima di tutti con Olivetti.
Un’occasione storica sprecata
La storia di Adriano Olivetti è quella di un’occasione tradita. Avevamo un modello industriale basato su innovazione, giustizia sociale e sviluppo tecnologico, ma è stato smantellato per miopia politica e mancanza di visione strategica. Oggi, il nostro Paese è privo di una politica tecnologica autonoma e si affida esclusivamente alle grandi potenze straniere per il suo futuro digitale.
Se vogliamo recuperare il tempo perduto, dovremmo chiederci: come possiamo costruire oggi una nuova Olivetti? La risposta richiederebbe investimenti in ricerca, una visione politica chiara e il coraggio di sfidare il dominio tecnologico statunitense. Ma fino a quando l’Italia continuerà a essere solo un cliente delle big tech americane, il sogno di Olivetti rimarrà solo un lontano ricordo di quello che avremmo potuto essere.
Questo articolo è stato originariamente pubblicato nel blog dell’autore www.achilledetommaso.com