PARIGI ERA UNA DONNA
Era il 1935 quando Mario Soldati, firmandosi Franco Pallavera (non si sa mai), scriveva “24 ore in uno studio cinematografico”, frutto dei tre anni di apprendistato alla Cines come aiuto regista e sceneggiatore di Mario Camerini. Raccontando la giornata di riprese di una diva immaginaria, ispirata a diverse dive del tempo fra cui Greta Garbo, il giovane scrittore ironizzava sul contrasto fra la dismisura e la pervasività di quel mito fra gli uomini e l’asserito disinteresse per il sesso maschile della Divina, assorbita da un’attrazione molto maggiore per le donne. Garbo, non ancora trentenne, era al punto più alto della propria parabola divistica, fra “La Regina Cristina” e “Anna Karenina”, nell’anno in cui entrava ufficialmente in vigore in America il famigerato Codice Hays, che infiniti addusse lutti al buon senso e all’arte cinematografica, normando tempi e visibilità di ogni atto d’amore – e arto inferiore – per colpire prodromi e sintomi, veri e presunti, di quell’attrazione per il male che molti anni dopo Mick Jagger avrebbe chiamato “Sympathy for the devil”.
Finiva, anche se non del tutto, la fase più dissoluta e controversa di quella Hollywood Babilonia che Kenneth Anger avrebbe raccontato in due libri, segnata da clamorosi fatti di sangue (omicidi, suicidi, rapimenti e quant’altro) e prendeva forza quel doppio standard imposto ai divi del cinema e dello spettacolo in genere, praticamente fino ad oggi. Da una parte amori e stili di vita modellati sulla vita familiare: matrimoni – per quanto labili, meglio se con figli – e amori etero di cui parlare e far sognare. Dall’altra un fiorire libero di comportamenti e vite fuori norma e sotto traccia, noti a tutti e a nessuno. “Si fa ma non si dice / si fa poi si rifà”, come nella canzone di Milly “e chi l’ha fatto tace / lo nega e fa il mendace”. La Garbo contribuiva, pur nella proverbiale riservatezza, tanto ai primi quanto ai secondi (quelli a cui alludeva Soldati). Non con i matrimoni (mai si sposò) e nemmeno con le relazioni ufficiali, ma non mancavano quelle di dominio pubblico.

Ultimi anni degli americani a Parigi, cantati da Gerswin e Minnelli, danzati da Gene Kelly e Leslie Caron, raccontati da Gertrud Stein, la grande critica e memorialista nemica del romanzo, amica di Picasso e di Matisse, nella sua “Autobiografia di Alice Toklas” – da noi nella storica traduzione di Cesare Pavese – o in “C’era una volta gli americani” (trad. Barbara Lanati). Gli anni in cui “Paris was a woman”, curioso documentario di Greta Schiller, inedito in Italia, sulle grandi americane che dominarono Parigi nei primi trenta/quarant’anni del Novecento, tutte felicemente omo o bisessuali. Da Stein e Toklas a Sylvia Beach di “Shakespeare & Co” e della prima edizione di Ulysses. Da Djuna Barnes, scrittrice e commediografa (“la più celebre sconosciuta al mondo”, così si definiva), a Natalie Clifford Barney, la Madame de Stael femminista dell’ “Academie des Femmes” di Passy, che nel suo salotto intellettuale tutte le accoglieva, con le francesi Colette e Marguerite Yourcenar, le danzatrici Ida Rubinstein (che si dice avesse commissionato a Ravel il suo Bolero), Isadora Duncan, Mata Hari (la Salomè olandese) e una giovane attrice svedese di umili origini ma di sicuro avvenire, Greta Garbo, il cui viso sarebbe diventato uno dei “Miti d’oggi” di Roland Barthes. La parte femminile di quei “Surrealisti ed espatriati. La Parigi letteraria degli anni Venti”, che Matthew Josephson raccontava nel 1962 in un bel libro uscito adesso per “Minimum fax”. Gli anni favoleggiati – ironizzando incantevolmente sulla loro persistente nostalgia – in uno dei massimi capolavori di Woody Allen, lo strepitoso “Midnight in Paris”.
Oggi la Mostra Mercato dell’Editoria Cinematografica allestita presso la Cineteca di Bologna, a margine della XXXIX edizione di “Il Cinema Ritrovato”, ha in bella vista il recente “Se Greta Garbo. La prima diva queer” di Stefano Mastrosimone (e così è sistemata Marlène Dietrich, che avrebbe potuto ambire al titolo), mentre il festival onora con una retrospettiva di dieci film restaurati (non tutti imprescindibili), curata dall’americana Molly Haskell, un’altra grandissima “diva queer”: “Katharine Hepburn, femminista, acrobata e amante”.
FEMMINISTA, ACROBATA, AMANTE
“Essendo cresciuta come un maschiaccio in un luogo e in un’epoca convenzionali – il Sud degli Stati Uniti e gli anni cinquanta – ribellandomi ai canoni tradizionali di femminilità, fui conquistata da Katharine Hepburn. Riusciva a emanare un’aura di autosufficienza, di furiosa indipendenza, persino quando era innamorata”. (M. Haskell)
Non ci sono rarità assolute o sorprendenti in questa rassegna bolognese di film splendidamente restaurati che onora – un anno dopo Marlene Dietrich – un’altra delle tre grandi dive d’inizio novecento. La maggior parte rientrava già in quel grande ciclo televisivo dell’ottobre/novembre 1977 che fece conoscere in Italia a una generazione di “boomers” (quorum ego) la più moderna delle tre grandi dive d’inizio novecento. Sorprende anzi vedere che tutto sommato siamo ancora lì. In compenso è cambiato il mondo e a dirlo è la fiumana di giovani da tutta Europa che ogni anno si riversa a Bologna per questo appuntamento affiancandosi ai maturi e ai più maturi in queste code di cinquanta metri sotto i portici, fra prenotati e last minute, con la prospettiva per questi ultimi di vedersi negato l’ingresso (a me è capitato due volte). Tutti attratti dalla grande Kate e da quel pugno di film il cui ricordo, a mezzo secolo di distanza, accompagna i più grandi.
Eppure qualche tratto anticonvenzionale c’è, nella scelta della critica newyorkese che ha curato la rassegna: via i film in costume (bene), via i quattro i film per cui ricevette l’Oscar (ma il primo sarebbe stato una novità interessante), via quattro dei sette film girati con Spencer Tracy, ma dentro tutti e quattro quelli con Cary Grant, segno di un giusto privilegio accordato alla commedia, genere che più di ogni altro esalta i tratti di autosufficienza, indipendenza e felice arroganza del personaggio. E se nessuno di questi capolavori trattati malissimo all’esordio ebbe l’Oscar, peggio per l’Academy, che in tre casi su quattro premiò il mito dell’attrice, ormai anziana, in film tutto sommato trascurabili (a parte “Indovina chi viene a cena”). Il più celebre degli aforismi di Flaiano (“l’insuccesso mi ha dato alla testa”) avrebbe potuto essere il motto araldico di uno spirito come quello della Hepburn, ricca di insuccessi commerciali fino ad essere considerata “veleno per il botteghino”, ma irriducibile nel non rinunciare a un grammo del proprio orgoglio.
Due primati vanta Katharine Hepburn, che nessuno può toglierle: i quattro Oscar, unica nella storia del premio, e il “percorso netto”: 45 film tutti da protagonista, concedendosi l’unica parte di secondo piano nell’ultimo, il quarantaseiesimo, ormai ottantanovenne. Dal primo (“Febbre di vivere”, 1932, di George Cukor) al penultimo (“Agenzia omicidi”, 1985, di Anthony Harvey), sempre protagonista. E dall’ottavo, “Sylvia Scarlett” (“Il diavolo è femmina”) sempre il nome sopra il titolo nei manifesti, che è il segno del potere a Hollywood. Si era presentata da regina in “Maria di Scozia” di John Ford: “Non mi sposerò. Ho seguito consigli di uomini per tutta la vita, ora vivrò la mia vita”. Era il 1936, aveva ventinove anni e da due aveva divorziato dall’unico marito, dopo un matrimonio brevissimo. Cinquant’anni dopo, in una delle rare interviste avrebbe tirato le somme: “Ho sempre vissuto come un uomo, non come una donna. Se segui tutte le regole perdi tutto il divertimento.”
Susanna (Bringing up baby)
Dammi tre parole. Femminista: figlia di un prestigioso urologo e di una suffragetta, accompagnava la madre nelle manifestazioni per il voto alle donne. Non avrebbe mai deflettuto di un mm. Acrobata: atleta in molte discipline, fra cui quella meno femminile di tutte, il golf. In “Susanna” (“Bringin’ up baby”), di Howard Hawks, la più bella commedia della storia del cinema, anche il golf ebbe la sua parte. Anziana, alta com’era, si esibiva nell’esercizio di chinarsi in avanti a gambe tese toccando terra non con la punta delle dita ma con il palmo della mano. Amante: al cinema è stata la più folle, la più affascinante, la più tenera, la più impossibile. Nella vita, chiusa a novantadue anni, ebbe poche relazioni conosciute (Howard Hughes, John Ford) e una, lunga e arcinota, con Spencer Tracy, iniziata nel ’41 e finita con la morte di lui nel ’67. Tracy era sposato, con un figlio disabile. Cattolico, non voleva divorziare e del resto il matrimonio non figurava nei programmi di lei. Vissero insieme, molto amandosi, ma ufficialmente separati per un riguardo alla famiglia di lui. Per lo stesso riguardo, dopo la sua morte per infarto in cucina (si erano conosciuti in un film, “La donna del giorno”, in cui la cucina aveva un ruolo importante), lei fece svuotare la casa dei suoi effetti e scelse di non farsi vedere al funerale. C’è una storia più bella e teneramente balorda?
No, ma non si può mai star tranquilli.
JUST A GIGOLO
Se cercate su Wikipedia qualcosa su Scotty Bowers (ma per farlo dovreste sapere già chi è) lo troverete qualificato in maniera che dire inconsueta è dire poco: “Scotty Bowers, magnaccia”. Non so se ce ne siano altri nella galassia dell’enciclopedia digitale per antonomasia. Ne dubito, non fosse altro che perché non credo che la stessa dedichi un settore di ricerca a questa diffusa quanto repellente categoria professionale, in genere clandestina. Perché dunque apporre a una voce tutto sommato significativa, quello che a giusto titolo può essere definito un insulto. Un difetto di traduzione?
Scotty Bowers
Diciamo subito che il nostro non era un “magnaccia”. Era piuttosto quello che gli americani chiamano un “hustler”, che non significa magnaccia ma “marchettaro”, se vogliamo usare un termine altrettanto sprezzante di quello gergale americano. Un gigolò, per usarne uno più da Wikipedia. Un “american gigolò”: citazione illustre, che sa di Armani, Paul Schrader e Richard Gere. “Just a gigolò”, per dirla (forse “più puntualmente”) con la stupenda canzone di quegli anni (1929), tradotta e cantata anche da Francesco De Gregori e Lucio Dalla .
George Albert Bowers, scomparso sei anni fa a 96 anni, era un adolescente sveglio, socievole e dotato, che negli anni duri della depressione rendeva piccoli servizi, in cambio di un ragionevole “argent de poche”, ai preti cattolici della sua zona. Piuttosto che far molestare gli amichetti preferiva offrirsi lui, spiegava, che non aveva problemi, in cambio di un modesto guiderdone. Si sacrificava, al posto degli altri ragazzini che ne avrebbero volentieri fatto a meno. A 19 anni si arruolò come paracadutista nei “marines”, si fece Iwo Jima perdendo un fratello e un po’ di amici, e alla fine della guerra si ritrovò con il problema della quasi totalità dei reduci: trovare un posto nel mondo. Non essendo affatto stupido, scelse Hollywood. Per l’esattezza Hollywood boulevard, dove c’era un distributore di benzina frequentato da tutte le star e aspiranti tali della Mecca del cinema. “Avete bisogno di me?”, chiese. “Perché no?”, e si mise alla pompa.
Il primo a passare di lì fu Walter Pidgeon. Notò il nuovo arrivato e chiese: “Perché non mi vieni a trovare? Ho una bella piscina, prendiamo qualcosa.” Presto il giovane benzinaio diventò amico di tutti, e siccome la clientela cresceva insieme alle amicizie, promosse il lavoro di tanti, ragazzi e ragazze, presso quelle ville nel verde. Tutti padroncini, ognuno viveva del suo e ce n’era per tutti. Non si ha un’idea del lavoro che c’era. Soprattutto uomini per gli uomini e donne per le donne.
Dopo una vita lunga e felice, sposato con una donna innamorata invecchiata con lui, in una casa incasinata e frequentatissima, Scotty si è guardato intorno e ha scoperto che i coprotagonisti della sua vita erano tutti morti. La verità, custodita gelosamente fino ad allora, non poteva più far male a nessuno. Non aveva bisogno di soldi, ma di togliersi un peso un po’ sì. E dopo decenni di segreto professionale scrisse un libro: “Full service”, naturalmente molto letto. Un regista tutt’altro che banale, Matt Tyrnauer, ne trasse un documentario di successo, presentato otto anni fa da Antonio Monda alla “Festa del cinema” di Roma: “Scotty and the secret history of Hollywood.” Lo potete vedere ogni tanto su “Cielo”, il canale in chiaro di Sky, naturalmente a tarda notte, ma non su Sky. In rete c’è solo in inglese. Se Anger si era occupato del lato tragico della Babilonia hollywoodiana, Scotty scelse quello ludico, che era stato la sua vita. Mancava una versione fictional di “Full Service”, quella a cui sta lavorando Luca Guadagnino.
LA COPPIA TRACY-HEPBURN
Si ha un bel da dire che sono tutti morti. Le rivelazioni di Scotty non potevano scivolare come acqua sui vetri, anche per chi così ingenuo non era e aveva avuto modo di decifrare tante battute argute, e sotterraneamente impertinenti, del cinema di quegli anni (ce ne sono diverse in “Susanna”). Le fotografie persino sfacciate del cinque volte sposato Cary Grant in piscina con l’amico Randolph Scott, l’eroe dei western di Budd Boetticher, circolavano anche prima. Ma quelli che colpivano di più erano i report sulla coppia Tracy-Hepburn, che ne usciva come il mito bifronte di una leggenda queer di Hollywood: lui cercava solo uomini, lei solo donne e l’amico Scotty era il loro esclusivista. E allora? La storia che ci hanno raccontato per anni? Lei che realizza con le sue mani una scultura per la tomba di lui?
E allora niente, cari signori. Non vi piace l’ipocrisia? Neanche a me. Ma non andate al cinema, allora. Il cinema è il parco di Yellowstone dell’ipocrisia. Il cinema è più bello della realtà (Truffaut). Anche il film di Tyrnauer è più bello di quel che racconta. E’ divertente e affettuoso. Emana una certa simpatia. Se il vostro spirito delicato non regge alle rivelazioni di Scotty, lasciate perdere. Se quelle che vi suggerisce questa storia sono pillole di saggezza del tipo “il più pulito c’ha la rogna” (fantastico!) o “io lo sapevo, era troppo bello”, siete irrecuperabili al cinema, ma anche alla vita. “Narrate, uomini, la vostra storia”, diceva Savinio. E narratela come vi pare, se il racconto è bello. Noi la leggeremo, e verremo a vederla. Rideremo e piangeremo. Vivete come vi pare, come vi riesce, e non rompete i coglioni al prossimo. Soprattutto, non confondete la vita con il cinema. Il cinema è meglio, ma va bene così.