Lettera aperta dell’Amb Pasquale Ferrara
Il giorno in cui fui nominato direttore generale per gli affari politici e di sicurezza presso il Ministero degli Esteri, il 20 maggio 2021, scrissi un post su Facebook: “Un nuovo incarico, inatteso, da svolgere in punta di piedi e con capacità di ascolto, per dare un piccolo contributo alla pace in un mondo lacerato.” Parole forse ingenue, ma sincere. Un vasto programma, potrei aggiungere. Oggi ci troviamo in un mondo assai più lacerato che nel 2021.
Di idee ed iniziative italiane, se non per la pace, quanto meno per una decente stabilità – dall’Afghanistan all’Ucraina, dalla Libia a Gaza – insieme ai miei colleghi ne abbiamo prodotte e proposte tante; poche sono state accolte e fatto oggetto di vera attenzione, ma è fisiologico che avvenga così. Abbiamo provato persino a delineare – senza molto successo, ma con molto impegno e serietà, e non eravamo neanche i primi – i punti focali di una Strategia Nazionale di Politica Estera e Sicurezza. Abbiamo proposto una riforma della Farnesina coraggiosa e lungimirante, con esiti, tuttavia, a mio modesto parere, ancora al di sotto delle ambizioni richieste in questa fase critica delle relazioni internazionali.
Nella voce Diplomazia del Dizionario Treccani del 1931, si legge: “Si dice generalmente che i diplomatici curano gl’interessi dei rispettivi stati, e questo è vero, ma non è tutto. Quando un diplomatico conchiude un accordo giovevole a tutti i partecipanti, quando dipana una questione arruffata, quanto evita una guerra non necessaria, esso non tutela soltanto l’interesse dello stato proprio, ma anche quello di altri.”
Tuttavia, la diplomazia è una condizione necessaria, ma non sufficiente, per la stabilità mondiale. Vediamo proliferare ovunque “wars of choice”, non certo “wars of necessity”.
La diplomazia, tuttavia, torna sempre testardamente sul suo punto focale, e cioè evitare, risolvere o quanto meno contenere i conflitti, costruire se non ponti almeno, più modestamente, delle passerelle, dei passaggi impervi e spesso difficoltosi, delle serpentine piuttosto che delle linee rette.
Ma oggi, dopo 41 anni di servizio, prevale una dimensione diplomatica più autobiografica, più intima.
Mi hanno molto colpito le parole con cui un collega albanese, Arben Pandi Cici (“Albanian Daily News”, 1.4.2025) ha sintetizzato il suo percorso in diplomazia. Ne condivido pienamente lo spirito, anche se ogni traiettoria è specifica ed unica. Cito: “Nel corso della mia esperienza diplomatica – scrive Arben – ho attraversato i grandi palazzi del potere e mi sono seduto a tavole modeste in terre lontane. Mi sono trovato in regge dove i lampadari scintillavano come costellazioni sopra i capi di Stato, così come in campi profughi, dove l’unica luce proveniva dal fuoco negli occhi delle persone: la determinazione a sopravvivere, a sperare, a credere in qualcosa che vada oltre la guerra. Ho visto il mondo attraverso gli occhi dei sovrani e attraverso quelli di chi non possiede altro se non la propria dignità. E se vi è una verità che ho appreso, è questa: essere diplomatico significa essere ponte, voce, custode della possibilità di intendersi in un mondo che troppo spesso dimentica il potere del dialogo.”
Oggi in me prevalgono tre sentimenti.
Anzitutto, un sentimento di gratitudine, in primo luogo verso i miei genitori (mio padre non c’è più), persone semplici, persone del popolo, dell’entroterra campano, con un livello di istruzione elementare, e che con non pochi sacrifici mi hanno consentito di andare all’università e fare corsi di specializzazione. Gratitudine, nel senso di cui cantava Violeta Parra, poetessa e cantautrice cilena, da un Paese che ho amato intensamente, e non solo perché è stata la mia prima sede all’estero. La gratitudine di chi dice “gracias a la vida, que me ha dado tanto”. Non solo e non tanto alla carriera, ma proprio alla vita in quanto tale che mi ha sorpreso, con l’avventura in giro per il mondo con mia moglie Silvana ed i miei tre figli, ormai adulti, Marco, Claudio e Paolo (da qualche giorno sono diventato nonno per la seconda volta, due meravigliose nipotine italo-coreane). E gratitudine a questo nostro Paese, con i suoi grandi pregi ed i suoi non meno grandi difetti, che però compongono una miscela unica, difficilmente replicabile altrove.
In secondo luogo, un sentimento di riconoscenza, non all’entità astratta ed impersonale dell’Amministrazione degli Affari Esteri, che io ho sempre resistito a chiamare “la Casa”, come pure si usa fare tra i diplomatici, ma a persone in carne ed ossa che hanno creduto in me, che mi hanno sostenuto, che mi hanno fatto crescere, che mi hanno offerto il privilegio della loro amicizia, molto più apprezzata quando sincera e disinteressata. Una riconoscenza che va soprattutto a tutti i miei collaboratori ed amici, per questi ultimi quattro intensissimi anni, certo non all’insegna del glamour dei ricevimenti o della grandeur di una Residenza storica, ma della fatica anche fisica, macinando chilometri e non in senso figurato.
In terzo luogo, un sentimento di prossimità, nel senso più bello e più solare, non certo dei circoli chiusi, delle cordate, dei clan e delle consorterie, di cui mi sono sempre tenuto a distanza. Porto con me i volti, i momenti vissuti assieme, le piccole grandi storie personali, le storie con la s minuscola che non sono meno solenni della grande storia, la Storia con la Smaiuscola. C’è una micro-fondazione della politica estera e della politica internazionale che attraversa le nostre esistenze concrete, i nostri mondi vitali. Riguarda persone in carne ed ossa, famiglie, associazioni, piccoli gruppi di volontari, quelli veri, molto diversi dai cosiddetti volenterosi, pronti ad avventure belliche con assai poco costrutto.
Ho iniziato la mia carriera con politici che hanno fatto la storia della prima repubblica, come Andreotti e Cossiga, ho collaborato con personalità molto dissimili come D’Alema e Frattini. In questi ultimi quattro anni, ho avuto il privilegio di servire il Paese operando a stretto contatto con due Ministri, Luigi di Maio e Antonio Tajani, profondamente diversi, per indole e per provenienza politica, verso i quali non ho mai fatto mancare la lealtà istituzionale, senza aver però mai rinunciato, quando possibile, a dire rispettosamente la mia, e non sempre necessariamente in sintonia. Parresia, la definivano i greci, il diritto-dovere di franchezza, specie con chi detiene il potere.
Potrei aggiungere che, proprio all’inizio e proprio alla fine della mia carriera, ho visto cadere due autocrati, benché molto diversi tra loro, Pinochet in Cile e Bouteflika in Algeria. Entrato in diplomazia, coltivavo sin da subito un sogno: essere il primo Ambasciatore d’Italia presso il neo-istituito Stato di Palestina. Sapete com’è andata. La tragedia di Gaza, immane, indegna, inqualificabile, ingiustificabile, vergognosa e al di sotto di ogni criterio di civiltà ed umanità, vera barbarie che non conosce misericordia, furia omicida di massa, parla da sola, anzi, grida dinanzi alla nostra coscienza e alla coscienza – anzi all’incoscienza – del mondo.
Per quanto ho potuto, quando ho ricoperto incarichi direttivi e dirigenziali, ho cercato di improntare la mia azione, in tutti questi anni, a criteri di equità e giustizia.
L’articolo 54 della nostra magnifica Costituzione repubblicana recita: “I cittadini cui sono affidate funzioni pubbliche hanno il dovere di adempierle con disciplina ed onore.” Non sta certo a me dire se sono riuscito o meno a realizzare questo programma impegnativo. Quello di cui sono certo è che ho sempre avversato gli scadimenti etici e di senso istituzionale della carriera diplomatica. Mi capita spesso di citare la circolare n.26 del 12 settembre 1972, firmata dall’allora Ministro degli Esteri Giuseppe Medici, che ha un oggetto inequivocabile: “Raccomandazioni per promozioni, nome e avvicendamenti all’estero”. Il Ministro Medici riteneva che “la raccomandazione nuoce alla dignità del servizio e, in definitiva, a coloro che dovrebbero beneficiarne, i quali scadono nell’opinione dell’Amministrazione e dei colleghi”. Mi chiedo se oggi sia ancora così. Ma c’è di più: Medici riteneva trattarsi di una pratica grave che, sosteneva, addirittura “mal si concilia con i principi di uno Stato democratico”.
Sia chiaro. Nessuno di noi è esente da inciampi. Anch’io ho fatto, come tutti, degli errori di gioventù, ed anche dell’età adulta, e che oggi sicuramente non ripeterei. Chiedo però, con serena coscienza, il beneficio della buona fede. Ho anche scelto di correre rischi, benché sempre nel perimetro della legalità, per aiutare persone deboli, senza risorse, senza accesso alle stanze del potere, e questo lo rifarei cento volte. Alla fine, ciò che prevale, è un senso di benevolenza e di riconciliazione, che prima ancora di essere atteggiamenti etici individuali sono virtù civiche indispensabili alla convivenza e, in definitiva, anche alla causa della pace.
Da parte mia, ho conservato sempre la fiducia nel valore della diplomazia, come strumento fondativo di un mondo più civile e meno troglodita (benché sia dimostrato che i Neanderthal avessero un cervello più grande dell’Homo sapiens, e ciò è confermato dalla storia recente). Una diplomazia generativa, più incline a generare processi che non ad occupare spazi.
Ad altri validi diplomatici passa ora il testimone della grande storia della diplomazia italiana e, più in generale, del servizio pubblico della Farnesina. Sono sicuro, specie per i più giovani tra loro, che sapranno condurre questa istituzione della Repubblica verso una nuova stagione di rilancio e rinnovamento. Lo devono anzitutto a loro stessi, ma lo devono soprattutto al popolo italiano. E lo devono alla causa primaria della pace, che viene ben prima di ogni idea di nazione.
