Di Monica Frassoni

 

A due settimane dal cosiddetto “storico” accordo tra Unione Europea e Stati Uniti, l’incertezza continua a regnare e i dubbi sorti fin dall’inizio restano tutti sul tavolo. La sensazione diffusa è che, politicamente, Donald Trump ne sia uscito vincitore, mentre Ursula von der Leyen, Presidente della Commissione europea, abbia scelto una strategia di concessioni calcolate pur di bloccare i dazi al 15%, guadagnare tempo e assicurarsi un Trump collaborativo su dossier strategici come Ucraina, NATO e sicurezza. Secondo il New York Times, la vera molla che ha spinto Bruxelles a firmare un’intesa così sbilanciata è stata la “paura” di non poter reggere uno scontro aperto con Washington.

Il contenuto dell’accordo è ambizioso sulla carta, ma fragile nei dettagli. Dal I agosto gli Stati Uniti hanno iniziato ad applicare un tetto massimo del 15% su tutte le importazioni europee, compresi settori sensibili come farmaceutici e semiconduttori. In cambio, l’UE azzererà i dazi sui beni industriali statunitensi e aprirà a concessioni su alcuni prodotti agricoli tramite contingenti tariffari, assicurando che non toccheranno le categorie più delicate. Sono previste tariffe zero reciproche per aeromobili, sostanze chimiche, farmaci generici, apparecchiature per chip e materie prime critiche, mentre su acciaio e alluminio si negozieranno quote basate sul commercio storico con dazi al 50% oltre soglia. Ma su questo non c’é ancora un accordo chiaro. Ancora aperti i capitoli su vini, alcolici e soprattutto servizi.

Un tema controverso è naturalmente quello energetico. L’UE si sarebbe impegnata ad acquistare energia statunitense – petrolio, gas liquefatto e combustibili nucleari – per un totale di 750 miliardi di euro in tre anni, ovvero 250 miliardi di dollari l’anno. Un numero che Reuters definisce “totalmente irrealistico”: nel 2024 le importazioni europee dagli USA di queste fonti valgono appena 64,5 miliardi di dollari. Per raggiungere l’obiettivo bisognerebbe rescindere contratti con fornitori come Algeria e Azerbaigian, ignorare il calo del consumo di gas (-20% annuo) e accantonare la neutralità climatica al 2050. Persino gli Stati Uniti non dispongono della capacità produttiva per coprire quel fabbisogno. Tutto fa pensare a una promessa scritta per compiacere Trump, sapendo che sarebbe rinviata sine die: uno schema già visto quando la Cina, durante il primo mandato di Trump, si impegnò ad acquistare energia americana per 200 miliardi di dollari, senza poi farlo.

Il pericolo, tuttavia, non sta solo nell’inattuabilità di questi numeri. Anche un impegno vago può diventare pretesto per rallentare o smantellare il Green Deal, spingendo l’Europa a sostituire la dipendenza dal gas russo con quella, altrettanto problematica, dal gas e dal petrolio americani, più costosi e inquinanti. Non mancano forze politiche pronte a cavalcare questa deriva: Salvini, Meloni e Tajani attaccano da tempo le politiche climatiche, Merz in Germania ne ridimensiona la portata, e nel Parlamento europeo il PPE di Weber gioca spesso su due tavoli. Anche in seno alla Commissione, von der Leyen appare meno salda su questi dossier, preferendo distribuire vantaggi settoriali ai diversi Stati membri piuttosto che offrire una visione coerente con i valori e gli obiettivi europei.

Emiciclo del Parlamento europeo a Strasburgo (foto da Wikipedia)

Il rischio è che un accordo nato per rafforzare la coesione UE finisca per minarla, creando rivalità interne, fughe in avanti di singoli Paesi e, soprattutto, una pericolosa riapertura di norme ambientali già approvate. Eppure, un’altra strada è possibile: secondo il think tank ECCO, la risposta europea ai dazi americani non dovrebbe essere la deregolamentazione imposta da interessi esterni, ma il consolidamento di quattro pilastri strategici – autonomia energetica, competitività industriale, attrazione di investimenti e leadership globale nella transizione ecologica.

Se l’Europa avrà il coraggio di muoversi in questa direzione, potrà trasformare un’intesa nata sotto il segno della paura in un’opportunità per rafforzare la propria identità e autorevolezza. Ma per farlo serviranno meno sorrisi forzati davanti alle telecamere, più coerenza, più volontà di agire insieme; la credibilità internazionale non si conquista blandendo Washington, magari correndo a chi lo riverisce di più, rivendicando i propri supposti interessi nazionali di corto termine e impedendo alla UE di parlare con una voce sola, bensì restando fedeli ai principi che hanno reso l’UE un punto di riferimento globale. Su questo la responsabilità non è solo dei governi nazionali, ma anche della Commissione europea e della sua Presidente che, per ora, non è certo cresciuta in autorevolezza e in efficacia di azione in questa partita.

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