Goffredo Fofi amava camminare, una specie di attento Socrate, ma più puntuto e più sconveniente. Se ne stava a chiacchierare con i suoi amici, che non ha mai però chiamato discepoli, termine che non gli andava a genio. Egli procedeva con il passo della marcia nonviolenta: nella testa don Milani, Capitini e Freire, a piedi invece, gomito a gomito, con Danilo Dolci, a Partinico quando ancora i bambini affamati e i lavoratori senza terra suscitavano una ripugnanza attiva, che ancora oggi servirebbe per le moltitudini palestinesi.

Successivamente la sua voglia di percorrere le strade del mondo divenne una vera e propria metafora del viaggio intorno all’uomo: a Parigi con gli studi sulla Comune e l’impegno nel cinema, a Torino tra gli operai e i migranti dal Sud, a Napoli con la mensa dei bambini proletari; capiva che il suo tempo non gli sarebbe bastato senza accettare l’istintiva inclinazione del viandante, quella voglia di camminare “per tre lune nei mocassini di un altro” prima di giudicarlo, come sembra essere l’espressione dei nativi americani.

Crediamo che questo sia il carattere principale di un intellettuale: abitare la curiosità, interrogare gli eventi, mai vinto dai fallimenti della storia e sempre alla ricerca di chi, ai margini della vita sociale, culturale e anche artistica, avrebbe, al contrario, molto da dire su come vanno realmente i rapporti fra oppressi e oppressori.
Un continuo chiedersi perché succedono le cose; un estenuante processo interpretativo della realtà.
Fu questo aspetto che gli fece amare la letteratura, la storia, il cinema. Non aveva nei confronti della cultura un atteggiamento snobistico, perché il suo scavare nelle scritture del mondo, la fondazione delle riviste, l’uscita dei suoi saggi, rappresentavano il modo per unire il pensiero all’etica, la sua ragione illuminista alle drammatiche condizioni vissute dalle moltitudini diseredate, così come emergono dalla violenza e dall’indigenza.

La ricerca dei minores

Goffredo Fofi studiava gli alfabeti subordinati e li metteva a confronto con quelli del potere ed ha tenuto fede a questa vocazione fino alla fine. Cercava nei minores, l’immagine di una lateralità indispensabile per orientarsi nelle pieghe del sociale, per scorgere “la terra vista dalla luna” come aveva intitolato una delle sue riviste. La figura di Totò è stata esemplare in questo senso; nelle contraddizioni del comico vedeva la genialità, declinata come protesta contro i ricchi, che andava scemando ai suoi occhi di osservatore sempre di più, anche in chi ne avrebbe dovuto farne un fulcro di ribellione. “Una delle astuzie della società attuale è di aver convinto i poveri ad amare i ricchi, a idolatrare la ricchezza e la volgarità” scrive nel saggio “La vocazione minoritaria”.

Durante la sua ultima parabola di vita, lo sforzo di prossimità aveva raggiunto anche gli animali, il loro silenzioso soffrire e il loro sfruttamento. Il bellissimo testo “Non mangio niente che abbia gli occhi” risveglia ancora una volta la responsabilità comune nei confronti di tutti i viventi e fra questi coloro che non possono difendersi e la cui condizione animale è strettamente legata alla condizione umana.

Goffredo il viandante percepiva infatti, sotto i suoi calzari, questa solidarietà planetaria che non ha a che fare solo con la politica o con l’economia, ma con la dimensione civica. Egli comprendeva che è in atto nel nostro Paese una delle più turpi operazioni che possono avvenire per ingarbugliare e confondere gli animi, un’astuzia del nostro tempo e dei modelli sociali imposti, per aver fatto sparire il senso del collettivo, l’orizzonte comunitario a cui ogni cosa dovrebbe rivolgersi come unico orizzonte solidale.

Vi sembra poca luce nel buio dei nostri anni?

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