Conduciamo una bambina, un bambino al cinema, teniamo per mano una piccola esistenza che sta per immergersi in una realtà altra, rispetto a quella di ogni giorno, molto più vicina al suo sentire e al suo immaginare. Quelle mani che si stringono; i corpi che si appressano, gesti semplici, che andrebbero ripetuti mille volte nella vita dei bambini, schiudono uno spazio di incontro che attinge all’immaginario infantile e ne guida la formazione del pensiero.

Quale rapporto c’è tra il cinema e la realtà? Esso è di rispecchiamento o di svelamento? Il cinema come la televisione mostra oppure immerge?

Ricordate la vista del transatlantico “Rex” nel film di Fellini “Amarcord? Sono tutti lì, marinai, giovani intirizziti, l’ingenua e sognante Gradisca. Aspettano sulle barchette, nella nebbia che qualcosa accada, fiduciosi che dalle profondità della sera emerga fluttuante la mole illuminata di un dio meccanico. E poco importa che sia il mito della boria fascista o il sentimento di un appuntamento in grado di cambiare per sempre una povera esistenza; ciò che conta è che l’attesa venga premiata, che affiori dalla cupezza quotidiana una prua lenta che dia luce al futuro e memorie al passato.

Il cinema dialoga con la realtà e, spesso, ne orienta la percezione. Fa uno strano effetto: proprio quando allontana dalla consistenza oggettiva dell’esperienza, ne offre una versione approfondita, andandola a pescare nelle profondità della poesia, lì dove si è più scoperti, meno inibiti e maggiormente disponibili a dialogare.

In questa maniera è facile che esso entri indisturbato negli approcci alle relazioni con gli altri, ne faccia intendere le profondità, scopra le vite sommerse e predisponga a contatti umani che nemmeno si pensava di poter avere. Forse per questo motivo può essere uno strumento di pace. Lavora di fino nella coscienza, magari muove al riso o al pianto, ma intanto fa sperimentare sentimenti, induce ad indagare i motivi, gli scopi, le scelte di un momento della vita. Così silenziosamente cambiamo.

Cambierebbe anche la comunità intorno a noi se per poco dessimo ascolto allo sguardo, che nella sala buia si accende e squaderna il mondo. La stessa ampiezza dell’immagine rispetto a noi, seduti in poltrona così tanto più piccoli delle figure rappresentate, ci avvolge e le solitudini si accorciano, la corporeità delle persone si fa presente, nonostante ne avessimo sentito fino a poco tempo prima l’estraneità.

Un film, anche quando ha uno scarso valore estetico, si pone al centro di una profonda mediazione con la vita di tutti i giorni e ne intercetta alcuni nodi, presentandoceli come interrogativi e innescando così un movimento di pensiero che ci lascia più liberi e maggiormente in grado di elaborare stili di vita civili.

Pricò, il ragazzino solo e indifeso del film “I bambini ci guardano” e Antoine Doinel, il ragazzaccio che corre verso il mare di “I 400 colpi”, sono intenti ad osservarci, non permettono che eludiamo il loro sguardo, proprio come è successo quando abbiamo visto l’ultimo film, magari insieme al nostro bambino e alla nostra bambina, tenendo loro le mani quando vedono il mostro che in primissimo piano vuole addentarli. Lo sguardo sulle cose parla di noi agli altri e impariamo dal cinema come si fa. Ce lo ricorda Italo Calvino “La sala buia scompare, lo schermo è una lente d’ingrandimento posato sul fuori quotidiano e obbliga a fissare ciò su cui l’occhio nudo tende a scorrere senza fermarsi”. È un passo dall’Autobiografia di uno spettatore e ci somiglia tantissimo. In fondo non siamo che uno sguardo.

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