Lo sviluppo è un fenomeno complesso e per molti versi un enigma per le diverse cause che lo generano. Ma un punto fisso è rappresentato dal ruolo svolto dall’imprenditore è l’artefice del processo innovativo, di quella che l’economista Joseph Schumpeter definì già nel 1911 la “distruzione creatrice”, alla base dell’incessante dinamica del capitalismo. E la recentissima attribuzione del Premio Nobel per l’Economia a Philippe Aghion e Peter Howitt (oltre che a Joel Mokyr) sono una conferma dell’attualità di questo fenomeno ai fini della crescita economica.
In un Paese come l’Italia, dove il capitalismo ha radici personali e familiari, la figura dell’imprenditore assume un ruolo ancora più centrale, quasi inseparabile dal contesto territoriale che lo alimenta. Ogni impresa nasce dentro un tessuto di relazioni, culture, risorse, e da questo trae la sua linfa vitale.
In una fase storica segnata da un rimescolamento profondo dei paradigmi dello sviluppo, che tocca anche l’Italia e i suoi territori, è però essenziale liberarsi da alcuni stereotipi che pesano sulla vitalità imprenditoriale e che rischiano di rallentarne la capacità iniziativa e di innovazione.
Il primo stereotipo è quello efficientista, che riduce l’impresa al solo calcolo del profitto immediato. Una visione limitata, perché trascura la natura complessa dei processi produttivi e ignora valori come coesione ed equità. E’ il paradigma della produttività ad ogni costo, a prescindere dall’efficacia del processo produttivo. L’impresa è, in fondo, un microcosmo sociale, e quando riesce a includere valori condivisi diventa più forte anche sul piano economico. Non a caso le aziende basate su un equilibrio tra obiettivi economici ed etici (che definiamo “imprese coesive”) mostrano performance migliori: più produttività, più capacità di innovare, più competitività sui mercati internazionali. Secondo le analisi dell’Istituto Tagliacarne il 50% delle imprese aventi forti legami con la comunità territoriale prevede crescita del fatturato contro il 28% alle altre imprese, il 33% incrementi dell’export (vs 25%), il 64% farà innovazione tecnologica contro il 49% delle altre imprese nel triennio 2025-2027.
Il legame tra coesione e performances aziendali
Il secondo stereotipo è il declinismo, la tendenza tutta italiana a interpretare persino i successi come episodi transitori, destinati a svanire in un quadro di stagnazione inevitabile. I problemi non mancano, ma vanno contestualizzati in una cornice che ci narra anche dei progressi che conseguiamo. È un atteggiamento che permea larga parte della nostra cultura e che rischia di scoraggiare anche chi avrebbe la forza di osare e finisce per creare un disincentivo verso l’impegno, in particolare nei campi che richiederebbero una forte capacità di iniziativa e di fiducia nel futuro.
Il terzo stereotipo è la rassegnazione, che porta ad accettare l’inevitabilità degli eventi, a piegarsi senza reagire. Eppure, se guardiamo ai fatti, la rassegnazione è infondata. Negli ultimi anni le performances del nostro Paese sono state superiori a quelle dei principali competitors, in termini di apertura ai mercati, crescita del pil, risultati occupazionali (2021-24 Pil +6,3% vs 5,4% della Francia e +0,4% della Germania; occupazione +5,6%, +4,2 della Francia, +2,1% della Germania; Export +19,7%, +19,4% della Francia, +12,9% della Germania).
Guardiamo poi al Mezzogiorno, nonostante ostacoli e fragilità, ha dimostrato dinamismo: tra 2022-2024 la crescita cumulata è dell’8,6% superiore a quella delle altre aree del Paese (+5,6%), e si è distinto per la propensione all’innovazione digitale, all’apertura verso nuove forme di impresa, alla vitalità di settori emergenti. È la dimostrazione che quando si rompe la spirale dell’attesa e della sfiducia, anche territori dati per “periferici” possono riscrivere la propria traiettoria e la nuova narrazione serve anche nell’infondere fiducia sul futuro. E a questo proposito si pone il tema dei giovani.
C’è però un nodo che resta centrale: la distanza tra aspirazione e realtà. Da noi circa un quinto della popolazione dichiara di voler avviare un’attività imprenditoriale, ma meno della metà traduce questa intenzione in fatti. È un divario che pesa soprattutto tra i giovani: il livello di aspirazione è superiore alla media europea, ma la capacità di trasformarlo in azione resta debole. Pesano ostacoli burocratici, difficoltà di accesso al credito, incertezza normativa. Non a caso solo il 20% degli aspiranti imprenditori considera agevole avviare un’impresa e per la Banca Mondiale siamo al 98esimo posto per facilità di avvio dell’impresa su 213 Paesi.
Eppure, proprio tra gli under 44 si concentra la quota più significativa di chi sceglie di fare impresa cogliendo reali opportunità di mercato, rispetto a chi lo fa come forma di autoimpiego. Sono loro, per ragioni anagrafiche ma anche culturali, a mostrarsi più pronti a rovesciare gli stereotipi dell’efficienza a tutti i costi, del declino inevitabile, della rassegnazione passiva, con un deciso orientamento a investire in capitale umano (il 72% delle imprese giovanili ha investito negli ultimi tre anni in formazione contro il 66% delle altre imprese).
Nonostante il calo strutturale delle nuove iscrizioni imprenditoriali negli ultimi quindici anni – nel manifatturiero passate da 30 mila nel 2010 a circa 20 mila nel 2024, con la controtendenza dell’high tech – l’Italia è, dopo la Francia, il secondo paese europeo con la più ampia presenza imprenditoriale. Ma è anche il penultimo per numero di giovani tra i 15 e i 30 anni già avviati su questa strada. C’è un capitale potenziale enorme, che però fatica a diventare realtà.
Ancora una volta il Mezzogiorno offre segnali incoraggianti. Qui la presenza di imprese giovanili è più elevata rispetto al resto d’Italia, oltre il 9% delle aziende meridionali, mentre al Centro-Nord sono meno dell’8%. È un fenomeno che andrebbe sostenuto con politiche mirate, perché il legame tra impresa e territorio, da sempre cifra del modello italiano, può diventare un punto di forza se alimentato da nuove generazioni capaci di innovare e radicarsi al tempo stesso.
Il confronto generazionale, in questo senso, è eloquente: mentre gli ultra-trentacinquenni cercano sicurezza in un posto fisso (lo scorso anno gli over 35 hanno contribuito per il 71% alla crescita dell’occupazione a tempo indeterminato), gli under 35 mostrano propensione a misurarsi con il mercato, a intraprendere, a sfidare l’incertezza: il 48% sarebbe interessato a svolgere una attività di lavoro autonomo, più di Francia, Germania e Spagna. È una tendenza da assecondare e sviluppare, che rappresenta una delle chance di vero rilancio.
Perché alla fine l’impresa oltre a contribuire all’innovazione dà anche il ritmo allo sviluppo e dobbiamo decidere se secondare un “andamento lento” oppure trasformarlo in un battito capace di dare fiato al futuro del Paese.
E allora per combattere i tre stereotipi del declino occorre favore una cultura dell’intraprenditorialità che non significa solo fare impresa per il profitto, significa stimolare, a partire dall’istruzione scolastica, il valore del senso di iniziativa in tutti i campi, come del resto stanno dimostrando le sempre più numerose attività che si vanno creando nel campo del cosiddetto no profit e dell’economia sociale (che oggi secondo l’Istat impiegano quasi un milione di persone e sono in aumento), e che evidenziano come la capacità di iniziativa sia un valore etico e morale, ma può trovare anche un soddisfacente equilibrio economico per le nuove generazioni.
Direttore generale Istituto Guglielmo Tagliacarne
