Il secondo contributo dedicato alle scritture del mondo. Qui la prima parte.
Cominciò il Dio dei cristiani che raccontò il mondo come un giardino lussureggiante nel quale s’insinua una tentazione maligna e da quel giorno le cose non si misero molto bene per chi ne fu scacciato. Questa narrazione dava ragione delle drammatiche condizioni umane, della fatica e del lavoro, del dolore delle relazioni, ma anche del bisogno di sostare e di riposarsi insieme agli animali e alla terra. Più tardi nel mondo greco ottenne cittadinanza un’altra forma di scrittura quella che partiva dall’eros come forma dinamica di vita e si apriva all’idea della partecipazione alla comunità civile e alle sue scelte. Fu così che la narrazione maschile – alle donne non veniva riconosciuta la capacità dibattimentale – disegnò il mondo della democrazia, del confronto speculativo, dell’intelligenza delle cose.
Poi arrivò l’astuto Ottaviano, il venerato Augusto, che pensò di nobilitare la sua gens, chiamando Virgilio il poeta a raccontare l’origine divina della propria storia: mitologica genesi, fonte di legittimazione che richiedeva, per questo, obbedienza e gratitudine popolare. Cosa che dopo di lui faranno numerosi signori feudali e rinascimentali fino ai nostri poveri giorni di cabaret trumpiani.
Le scritture del mondo, quindi, non sono interpretazioni della storia, aperte al confronto, ma vere e proprie mappe intenzionali che disegnano, alla luce di un principio politico, un intero sistema pubblico: quali sono i criteri etici che presiedono al consorzio umano, quali i rapporti di potere e le condizioni economiche e finanziare che li alimentano. Insomma una cornice di pensiero al cui interno i popoli, talvolta un’intera civiltà, trovano giustificazione della loro visione della vita e dell’orizzonte nel quale riconoscersi.
Questi criteri, cosiddetti di leggibilità del mondo, funzionano bene quando la necessità di agire contro qualcuno, che ostacola i propri interessi, conduce la scrittura ad additare un nemico, in modo da catalizzare intorno alla sua minaccia un’intera società. Ve lo ricordate il perfido giudeo? E che dire del negro stupratore? Per non parlare del migrante che mette a rischio i confini della patria, seduto su un gommone di fortuna!
Per consolidare il potere non c’è nulla di meglio che sollecitare il bisogno di difendere se stessi e i propri simili da quella che si avverte come una imminente intimidazione; perciò, diventa indispensabile un racconto che spieghi e dia ragione della prossima terribile incombenza, falsa o inventata che sia.
È così che si giustificano la tortura e la caccia alle streghe, la mordacchia a Giordano Bruno, il rogo di libri a Berlino in una buia notte di maggio del 1933 e, infine, terribile sopra ogni cosa, i genocidi di intere popolazioni. Vorrei riportare brevemente due esempi per descrivere quali mistificazioni sono possibili quando si scrive il mondo per giustificare gli abomini e rendere logico e perfettamente potabile il modo di valutare i fatti e gli eventi.
Il primo riguarda il colonialismo, in particolare quello riferito alla Conquista iniziata nel 1519, a quasi un trentennio dalle spedizioni di Colombo. Le forme narrative con le quali vengono riportati gli eventi della “scoperta” dell’America e del periodo di due secoli che ne seguì, manifestano in maniera lampante la volontà di trasformare quello che fu un massacro di interi popoli e una pianificata distruzione della loro cultura in un esempio di civilizzazione. Fu un processo lucido e razzista di controllo, mediante l’uso di un racconto svolto con le categorie di pensiero europee, simile a quello ripetuto poi da Mussolini durante la guerra d’Etiopia del 1935.
Siamo di fronte ad una macchina del tempo che può essere fermata se s’impara a disvelare queste figurazioni e a dare cittadinanza alle scritture altre. Non c’è una sola mappa del mondo, ma tante mappe e ciascuna può collegarsi all’altra se solo impariamo ad articolarle intorno ad un sistema di conoscenze e di sapienze. Non è forse più ragionevole, favorire l’universale propensione umana a darsi ragione della propria storia senza filtri e a costruirne una condivisa e pacifica?
