Posizionamenti e riposizionamenti all’interno della maggioranza e delle opposizioni. C’è chi guarda con paura all’astensionismo elettorale in vista del voto politico del 2027 e chi invece non se ne cura. C’è chi teme per la tenuta della stessa democrazia con poche persone ai seggi e chi pensa di vincere scommettendo sulla fedeltà identitaria dei propri elettori.

Un fatto è certo: l’allarme rosso è suonato. Nelle elezioni regionali di fine novembre va alle urne solo poco più del 40% dei votanti. La diserzione di massa dei seggi lascia attoniti: appena il 41,83% dei votanti in Puglia, il 44,06% in Campania, il 44,64% in Veneto. Oltre il 10% dei votanti in meno rispetto a cinque anni fa.

I commentatori si affannano ad analizzare chi vince e chi perde. In realtà perdono tutti ed è sconfitta la democrazia italiana. Quando c’è l’astensionismo da collasso è inferto un micidiale colpo alla salute delle istituzioni democratiche. Significa che c’è un grave problema di credibilità dei partiti e del sistema politico italiano. Significa che la società non si riconosce più in chi la rappresenta. Così per protesta i cittadini non votano. Ancora negli anni Settanta e Ottanta, all’epoca della Prima Repubblica, quella dei partiti di massa, i votanti erano molti: l’80%, il 90% degli italiani. Era l’era delle ideologie, delle sezioni frequentate dagli iscritti, dei cosiddetti “partiti pesanti” con grandi apparati, scuole e giornali di partito. Dc, Pci, Psi e partiti laici elaboravano progetti politici e culturali per dare risposte ai problemi, per conquistare l’egemonia. Quella poi indicata come “la casta” e abbattuta con Tangentopoli all’inizio degli anni Novanta, aveva una sua credibilità politica e sociale pur con tutti i suoi problemi.

La Seconda Repubblica vede il trionfo del “populismo dolce” di Silvio Berlusconi e il “populismo nordista” di Umberto Bossi. Tutto cambia. Berlusconi e il tris D’Alema-Prodi-Veltroni da posizioni contrapposte proclamano la missione della cancellazione della “casta” introducendo il leaderismo, il sistema elettorale maggioritario con il bipolarismo. Arrivano i “partiti leggeri” (per qualcuno “gassosi”), ma i risultati sono fallimentari. La “casta” rimane assumendo altre forme e comincia a salire vertiginosamente lo “sciopero del voto”.

La Terza Repubblica, vista come una palingenesi, è una nuova delusione. Dal 2018 il populismo destra-sinistra declinato con toni messianici da Beppe Grillo e Matteo Salvini segna l’effimero trionfo prima del Movimento 5 stelle e poi della nuova Lega Nazionale e non più del Nord. Le mirabolanti promesse di rinnovamento restano inevase. Così alla fine la spunta il populismo patriottico di Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia, una destra post fascista. Nuovo giro, nuova delusione.

Il bilancio è nero. Lo stato sociale fa acqua, il sistema produttivo annaspa, aumenta il precariato, i diritti subiscono una brutta cura dimagrante, l’Italia diventa più povera. La “decrescita felice” cantata da Grillo è infelice. La corruzione pubblica è sempre presente, ma a differenza della Prima Repubblica gli introiti illegali non vanno tanto a finanziare un partito ma i portafogli personali. Il Pil (Prodotto interno lordo) italiano del 1991 analogo a quello di Regno Unito, Germania e Francia sprofonda: oggi è nettamente inferiore a quello dei maggiori paesi europei. Non a caso i ragazzi e gli adulti, i lavoratori qualificati e quelli meno professionalizzati emigrano nel Regno Unito, in Germania, in Francia, in Svizzera, in Spagna per guadagnare molto di più e con contratti regolari.

La sfiducia dilaga. La causa non è un mistero: i problemi non sono affrontati e risolti ma solo declamati. La protesta diventa di massa, si trasforma nell’astensionismo da collasso. Addio al voto un tempo considerato un diritto-dovere del cittadino. Così l’astensionismo supera perfino la soglia della maggioranza degli italiani: prima brucia il primato negativo del 50% poi cresce fino ai livelli iperbolici delle elezioni in Veneto, Campania e Puglia toccando quasi il 60% del corpo elettorale. Votanti più che dimezzati per una democrazia più che dimezzata.

La coalizione di destra-centro di Giorgia Meloni vince le elezioni politiche del 2022 con una affluenza alle urne del 63,9%, potrebbe andare molto peggio nelle politiche del 2027. Lo spauracchio è la partecipazione ridotta a poco più del 40%. Il pericolo è la delegittimazione. Alexis de Tocqueville per la democrazia indicava il rischio di una “dittatura della maggioranza”, adesso invece siamo al pericolo di una “dittatura della minoranza”. Occorre fare attenzione. Il governo di destra-centro penserebbe a una nuova legge elettorale: sistema proporzionale più premio di maggioranza alla coalizione con il 40% dei voti validi. Ma se l’astensionismo alle politiche si avvicinasse al 60% come nelle regionali di novembre, allora potrebbe vincere una coalizione grazie al premio di maggioranza basato su un consenso nettamente minoritario del corpo elettorale. Si aprirebbe uno scenario da incubo, sarebbe un disastro dal punto di vista della legittimità popolare. Costituzione alla mano, l’elezione potrebbe essere addirittura invalidata.

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Rodolfo Ruocco, classe 1954, giornalista professionista. Ha lavorato prima come redattore economico-sindacale e poi come giornalista parlamentare all’”Avanti!”, al “Il Giorno”, al Tg2, a Televideo Rai e a Rainews24. Ora è impegnato nella confezione della pubblicazione digitale “Sfoglia Roma” che ha creato nel 2017 assieme a un collega.

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