Oggi, alla vigilia del quarto anniversario dell’invasione su vasta scala della Federazione Russa in Ucraina, è molto difficile scrivere qualcosa di nuovo su questa terribile guerra. A noi, ucraini, sembra che sia già stato detto, scritto e spiegato così tanto. Molti provano un senso di inutilità delle parole e di scoraggiamento di fronte al continuo intensificarsi del terrore russo e alla sua progressiva normalizzazione.
Questo quarto anno, l’anno dei negoziati di Trump, è indubbiamente diventato il più letale per la popolazione civile ucraina dall’inizio dell’invasione. Lo ha recentemente sottolineato la attivista per la difesa dei diritti umani ucraina e Premio Nobel per la Pace Oleksandra Matviichuk, evidenziando che il numero di civili ucraini uccisi e feriti è aumentato del 31% rispetto all’anno precedente.
Quando gli ucraini “si svegliano” al mattino dopo l’ennesimo attacco notturno russo, con morti e feriti, nelle loro case fredde senza luce né acqua, e sentono nei notiziari le parole di Donald Trump: «tra Ucraina e Russia stanno accadendo cose molto positive, la Russia vuole concludere un accordo, siamo molto vicini alla pace…» — le parole semplicemente non riescono a trasformarsi in frasi. Per noi, le parole semplicemente non si formano; non troviamo le parole per esprimerci. Tuttavia continueremo comunque a parlare e a sperare che la nostra voce venga ascoltata.
Sono molto grata a TUTTI Europa Ventitrenta per il fatto che la rivista offra la possibilità di ascoltare non solo esperti e analisti politici, che distribuiscono attivamente commenti e previsioni sulla guerra russo-ucraina, ma anche semplici cittadini ucraini, che sono testimoni diretti di ciò che accade qui. Questi compatrioti non vi forniranno una valutazione professionale del processo negoziale o degli eventi al fronte, ma è proprio al loro posto che può immaginarsi qualsiasi abitante di una città europea.
In questo numero propongo al lettore un breve articolo di mio padre — professore, Medico emerito dell’Ucraina, che vive a Kyiv — e della sua collega, professoressa di Kharkiv, già nota ai lettori per il suo “diario di guerra”.
Iryna Medved
SONO PASSATI QUATTRO ANNI
Di Volodymyr Medved
Quando il 24 febbraio 2022 per gli abitanti di Kyiv è iniziata la vera guerra, nessuno di noi poteva immaginare che sarebbe durata più a lungo della precedente contro la Germania hitleriana, quella iniziata a Kyiv il 22 giugno 1941! [Le riflessioni dell’autore sui primi giorni dell’invasione su vasta scala si possono leggere su un nostro numero precedente].
È un grande dolore per i bambini: è stata loro sottratta un’infanzia felice e spensierata, che non tornerà più. È un grande dolore per gli anziani: sono state loro sottratte condizioni di vita dignitose e a molti è stata tolta la vita stessa. È un dolore per le donne: sono stati loro sottratti i mariti, è stato sottratto l’amore. In fondo, dispiace per tutti, perché da febbraio 2022 tutto è cambiato radicalmente. Noi ora non possiamo essere felici.
A mio parere, la conseguenza peggiore di questa terribile guerra è la vita senza progetti, una vita ridotta all’oggi. In realtà non si può pianificare nulla, nemmeno per la sera stessa. Torni a casa e non c’è luce, l’ascensore non funziona, sali a piedi fino al 17° piano e non hai più voglia di andare a teatro o a trovare qualcuno. Ogni notte bombardamenti: se un drone colpirà il tuo appartamento, o se un missile balistico distruggerà l’intero edificio, nessuno lo sa. Ci siamo ormai abituati: nei rifugi scende solo una minoranza; non tutti riescono a passare la notte tra la folla, seduti. E spesso non si fa nemmeno in tempo a raggiungere il rifugio.
È grave quando una persona, nel centro dell’Europa, si rallegra per l’acqua che esce dal rubinetto, per il riscaldamento nelle stanze, per la luce nell’androne. Ai nostri giorni questi fatti sono dati per scontati nella vita quotidiana; invece per noi sono diventati eventi rari e fonte di grande gioia. Nella vita si dovrebbe gioire dei sorrisi delle persone care, dei successi dei figli, di un incontro tra amici, di un bel libro, di un arcobaleno nel cielo… Noi invece, da quattro anni, non viviamo: sopravviviamo.
È negativo studiare online. Bisogna vedere e sentire l’insegnante dal vivo, bisogna stare insieme con gli altri alunni, parlare durante le allegre ricreazioni. L’amicizia dei bambini e dei ragazzi non dovrebbe essere virtuale; spesso rimane per tutta la vita. Non si può trascorrere mezza giornata a scuola in un seminterrato, nascondendosi durante gli allarmi: la psiche dei giovani soffre profondamente, anche se non è immediatamente percepibile.
È grave avere paura di mettere al mondo un figlio per timore del destino che lo attende. Lavorando in un ospedale ostetrico, vedo con i miei occhi — non dai rapporti statistici — quanto sia catastroficamente diminuito il numero delle nascite. E questa è una strada che non porta da nessuna parte, è assenza di prospettive per la famiglia, per il popolo, per lo Stato.
Si potrebbe continuare all’infinito l’elenco delle conseguenze umanitarie e quotidiane di questa terribile guerra che dura da quattro anni. Mi fermerò qui, per non affaticare il lettore e proverò invece a descrivere gli stati d’animo dei connazionali. Certo, non ho condotto una specifica indagine sociologica su scala nazionale, ma ho un cerchio piuttosto ampio di contatti con abitanti di Kyiv e con persone di molte regioni dell’Ucraina. In definitiva, considerate tutto ciò che segue come una mia opinione soggettiva.
Come percepiamo questa guerra
Questa guerra, che in realtà è iniziata nel 2014, è criminale e di conquista. Immaginate: un Paese, per qualche motivo, non è soddisfatto delle leggi e del governo democraticamente eletto del Paese vicino e invia il proprio esercito per cambiare ciò che non gradisce (non mi riferisco qui alle cause reali della guerra, ma solo a ciò che appare in superficie). E poi ancora di più: vuole annettere territori, modificare confini riconosciuti da tutto il mondo.
Questa guerra è profondamente ingiusta, perché il Paese aggressore è di gran lunga più grande del Paese vittima. Per territorio, per popolazione e per esercito, per quantità di armamenti. Inoltre, l’aggressore è una potenza nucleare, mentre la vittima non lo è. L’aggressore, cioè la Federazione Russa, insieme al Regno Unito e agli Stati Uniti, nel dicembre 1994 ha firmato il Memorandum sulle garanzie di sicurezza per l’Ucraina, impegnandosi a rispettarne l’indipendenza, la sovranità e l’integrità territoriale. Alla fine di gennaio 2003 è stato inoltre firmato un Trattato separato sul confine di Stato tra Ucraina e Russia, che la Russia ha violato prima nel 2014 e poi nel 2022.
Questa guerra è terroristica e genocida: in essa non esiste retrovia. Per tutti e quattro questi anni l’aggressore ha distrutto in modo sistematico e ostinato città pacifiche, ha bombardato quartieri residenziali, centri commerciali, stazioni ferroviarie, ha ucciso civili, ha rapito bambini. Tutti conoscono la distruzione mirata delle infrastrutture energetiche, a causa della quale grandi città, lontane dalla linea del fronte, sono rimaste per lunghi periodi in inverno senza elettricità, acqua e riscaldamento. In queste città ci sono ospedali, maternità, asili, case di riposo e istituti assistenziali. Se questo non è terrore e genocidio, allora cos’è?
Questa guerra è ripugnante per la sua disonestà.
All’inizio il regime di Putin non riconosceva la presenza di militari russi in Crimea e nell’est dell’Ucraina, definendoli «forze di autodifesa» e «miliziani» e presentando di fatto la propria aggressione come una guerra civile interna ucraina. Ora, da quattro anni, la guerra su vasta scala viene chiamata «operazione militare speciale». Dodici anni di menzogne continue. La vittima viene accusata dall’aggressore dei crimini che egli stesso commette. La vittima è costantemente costretta a giustificarsi e a dimostrare qualcosa. In definitiva, alla vittima viene negato perfino il diritto di chiamarsi vittima.
Quali sono i nostri stati d’animo
Siamo stanchi della guerra. Abbiamo perso una parte significativa della popolazione a causa dell’aumento straordinario della mortalità, del crollo catastrofico della natalità e della fuga di milioni di persone all’estero. Soffriamo per il freddo, per l’assenza di luce e di acqua, per la carenza di medicinali, per le interruzioni della logistica e così via. Ma non intendiamo arrenderci. Ora siamo molto più uniti, più patriottici e più organizzati di quanto fossimo prima dell’inizio della guerra. Ci uniscono l’odio per il nemico e l’amore per il nostro Paese.
Continuiamo a credere in Dio, nella giustizia, nel buon senso e nelle Forze Armate dell’Ucraina. Coltiviamo ancora la speranza che si consolidino gli sforzi dei Paesi democratici d’Europa nel contrastare i barbari del XXI secolo. Con il nostro stesso sangue, al prezzo di enormi sacrifici, vogliamo pervenire ad una pace giusta e duratura in Europa. È nell’interesse di tutti. Stiamo compiendo sforzi enormi e vogliamo che il mondo civilizzato comprenda: non si può placare un aggressore, questo tentativo non fa che incoraggiarlo. Non si può agire nella comunità umana come nel mondo selvaggio degli animali.
Ci si potrebbe chiedere perché l’autore abbia preso la penna, su cosa conti, da chi desideri essere ascoltato. Risponderò così. Quando eventi tragici e terribili accadono lontano, quando se ne sente parlare solo nei telegiornali, può sembrare che in realtà non esistano, che siano come un film. Io voglio essere un testimone onesto e far capire alle persone comuni che vivono in Europa che il mio amatissimo, meraviglioso Paese — l’Ucraina — da quattro anni soffre una guerra crudele e disumana. Da noi ogni giorno muoiono persone — militari e civili. Da noi c’è una catastrofe umanitaria. Siamo al limite oltre il quale si può forse ancora tentare di esistere fisicamente, ma non si può più vivere davvero con dignità. Questo non deve diventare la norma (!). Io conto su un aiuto convinto degli europei. A qualcuno questo può sembrare ingenuo, ma mi permetto di sperare. Come è noto, la speranza muore per ultima.
Kyiv.
11.02.2026
P.S. Ho scritto questo testo nel giorno del mio compleanno. Nel tempo trascorso al computer ho ricevuto moltissimi auguri scritti e tra questi non ce n’era nemmeno uno che non contenesse l’augurio di un «cielo di pace» o qualcosa di simile.
Ma si tratta pur sempre della mia festa personale, e gli auguri dovrebbero essere personali. Prima della guerra a nessuno sarebbe venuto in mente di augurare un cielo di pace. E ho pensato che questo sia un altro segno della deformazione della nostra vita operata dal nemico — una vita che per ciascuno di noi è una sola.
