15 Aprile 2026 - mercoledì
Indipendenza magistratura
Indipendenza magistratura

Tra poco più di un mese saremo chiamati alle urne per un referendum che riguarda l’ossatura stessa della nostra democrazia: il cosiddetto referendum sulla giustizia. Non siamo di fronte a una semplice manutenzione della macchina giudiziaria o a una “riformetta”: attraverso la modifica di ben sette articoli della Costituzione, vengono ridisegnati l’assetto della magistratura ordinaria, i poteri del suo organo di autogoverno e i processi disciplinari. Un intervento massiccio, approvato a colpi di maggioranza su un testo blindato, con un dibattito, in Parlamento, ridotto a una mera formalità. Una modifica della Costituzione trattata con la fretta tipica dei decreti-legge.

Sotto lo slogan seducente della “separazione delle carriere”, venduto come la soluzione ai mali della giustizia, si cela un disegno insidioso: un attacco al governo autonomo della magistratura e lo sdoganamento dell’influenza politica. Con buona pace della separazione dei poteri esecutivo, legislativo e giudiziario.

Il cavallo di battaglia della riforma è la modifica dell’articolo 102 della Costituzione. Ci dicono che separare i giudici dai PM serve a garantire l’imparzialità e un giusto processo, ma è una narrazione che nasconde una realtà ben diversa.

Per cominciare, la separazione delle funzioni, nei fatti, esiste già. A partire dalla riforma Cartabia del 2022, a giudici e PM è consentito un solo passaggio di carriera e solo nei primi dieci anni di attività, con obbligo di cambiare regione. Il risultato è che solo 2 giudici su 1000 sono passati alla funzione di PM negli ultimi 5 anni, e solo 8 su 1000 hanno fatto il percorso opposto.

L’altro grande tema è la presunta “comunella” tra giudici e PM che, nati dallo stesso concorso, non farebbero altro che darsi man forte gli uni con gli altri durante i processi, sporcandone gli esiti. Anche questa accusa è smentita dai fatti. Un esempio sui molti che si potrebbero citare riguarda proprio uno degli esponenti della maggioranza di governo che promuove la riforma, il Ministro dei trasporti Matteo Salvini. Salvini, accusato di sequestro di persona e omissione di atti d’ufficio dalla Procura di Palermo per avere, nell’agosto 2019, negato lo sbarco in un porto sicuro alla nave umanitaria Open Arms con 147 migranti a bordo, e per averli trattenuti in mare per giorni nonostante richieste formali di trasferimento e ordinanze giudiziarie – è stato assolto in primo grado dal Tribunale di Palermo, con decisione confermata dalla Corte di cassazione a seguito del ricorso “per saltum” proposto proprio da quella Procura che secondo i promotori della riforma sarebbe assoggettata ai giudici.

Il Pubblico Ministero italiano, oggi, condivide con il giudice non un immaginato cameratismo ma la “cultura della giurisdizione”: egli ha infatti l’obbligo di cercare la verità, incluse le prove a favore dell’indagato, e la tutela diritti fondamentali in ambiti delicatissimi come i minori e la famiglia. Ma c’è dell’altro, separare nettamente il PM da una funzione che per antonomasia deve restare imparziale, chiudendolo in un recinto professionale autonomo, rischia di trasformarlo in un “avvocato della polizia” o in un funzionario dell’esecutivo. Se il PM perde la sua indipendenza culturale, fatalmente entrando negli ingranaggi del potere esecutivo, anche l’indipendenza del giudice diventa un bluff: il giudice decide infatti su ciò che il PM gli porta. Se la fonte dell’accusa è inquinata o controllata, l’intera giurisdizione ne risulta compromessa.

Ma l’aspetto forse più sconcertante della riforma tocca il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM), che viene spaccato in due organi distinti, uno per i giudici e uno per i PM. È soprattutto il metodo di selezione a lasciare perplessi: la riforma introduce il sorteggio sia per i membri togati che per quelli laici, ma c’è un dettaglio che svela un’inquietante asimmetria: mentre i magistrati si affidano alla sorte, la politica mantiene il controllo. I membri “laici” dei due CSM, infatti, saranno sorteggiati da un elenco preselezionato dal Parlamento. I criteri per finire in questa lista non sono specificati, lasciando ampio margine di supporre che finirà nella lista chi è gradito e si conforma alle posizioni del governo, come del resto ipotizzato dallo stesso Ministro della giustizia Nordio.

Infine, c’è l’istituzione dell’Alta Corte disciplinare, creata per togliere ai CSM il potere di esercitare la giustizia disciplinare. Si istituisce un tribunale speciale in violazione del principio sacramentato nell’art. 102 della Costituzione, per cui “non possono essere istituiti giudici straordinari o giudici speciali”; tale tribunale sarà formato da tre membri laici nominati dal Presidente della Repubblica tra professori e avvocati, nove estratti a sorte tra magistrati giudicanti e requirenti, e, ancora una volta, tre membri sorteggiati tra soggetti pre-individuati dal Parlamento.

A ciò aggiungasi, come ulteriore motivo di allarme, che contro le sentenze di questa Corte sarà possibile ricorrere solo davanti alla Corte stessa (in diversa composizione), così eliminando il controllo di legittimità della Cassazione. Si crea in tal modo un circuito chiuso, autoreferenziale, dove controllore e controllato coincidono, in violazione del principio generale per cui “contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge” (art. 111 Cost.).

In definitiva questa riforma non riduce i tempi della giustizia né migliora l’efficienza del servizio, gli aspetti del sistema giudiziario attuale che andrebbero invece migliorati a beneficio dei cittadini. Al contrario, disegna un orizzonte culturale di stampo autoritario, volto a subordinare la magistratura e a indebolirne l’autonomia. Creare un Pubblico Ministero isolato culturalmente e un giudice il cui autogoverno è affidato alla politica è il modo migliore per avere una giustizia debole, burocratizzata e docile. L’indipendenza della magistratura non è un privilegio di casta, ma l’unica vera garanzia per tutti i cittadini contro gli abusi; difenderla opponendosi a questo stravolgimento costituzionale è un atto di responsabilità civile.

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Sono figlia di una storica redattrice di TUTTI, da cui origina il progetto Tutti Europa 2030. Sono nata in Campania, cresciuta a Roma ma girovago per vocazione. Vivo a Berlino dove lavoro come product manager nel settore farmaceutico. Ho scritto e pubblicato racconti brevi su riviste letterarie, oltre a due romanzi foto-letterari (Song of Mourning e Song of Leaving – ed. Epoke). Tra il 2019 e il 2020 sono stata la coordinatrice cittadina di Volt Firenze, capitolo cittadino di Volt Europa, il primo partito paneuropeo. Oggi coordino il team Pubbliche Relazioni per conto di Volt Italia. Nel 2021 lancerò il mio podcast per parlare dei cambiamenti eccezionali della nostra epoca, dell’impatto che hanno avuto sulla nostra vita quotidiana, e del futuro che ci piacerebbe abitare.

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