15 Aprile 2026 - mercoledì

In questa III puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, raccontiamo la ricerca e la visita delle grotte e degli insediamenti rupestri nei pressi del Castello di Shobak. Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.

 

La grotta dell’antiquariato

Più volte avevamo notato fermarsi automobili o pullman di turisti lungo la strada che cinge il rilievo posto a nord del Castello di Shobak. Chiediamo a Dora cosa ci fosse di interessante e ci dice che è la grotta occupata da Abu Ali, un personaggio pittoresco del villaggio. Qualche anno prima, stanco di condurre le sue poche capre al pascolo, Abu Ali aveva deciso di “aprire un negozio”. Si era insediato in una grotta davanti al Castello e aveva iniziato a vendere tante cianfrusaglie e anche alcuni piccoli reperti, quali monete antiche o frammenti di decorazioni, ritrovati nelle vallate vicine.

Con il tempo Abu Ali è divenuto famoso, tanto che pare che abbiano indicato la sua “grotta dell’antiquariato” in qualche rapporto di viaggio. Inoltre ha fatto amicizia con alcune guide turistiche che portano clienti potenziali. Poi, come presto scopriremo, ha una larga rete di amici locali che lo vengono a trovare e spesso gli portano oggetti da vendere ai turisti.

Il “negozio” di Abu Ali nella grotta (Foto A. Ferrari)

Andiamo a fare una visita ad Abu Ali; è subito molto ospitale, parla un poco d’inglese e si fa comprendere. Ci mostra con orgoglio la grotta piena di vari oggetti: tappeti, vestiti, veli femminili, piatti e pentole, detersivi, anche una sella da cammello e tanti altri oggetti. Poi passiamo a vedere i “tesori”: monetine arrugginite, forse ottomane; pezzi di statuine; frammenti di decorazioni. Niente di gran pregio, ma graziosi souvenir, per chi li gradisce. Vuole per forza regalarci un paio di monetine a testa.

La nostra studentessa prova un antico velo nel “negozio” di Abu Ali (Foto mia)

Una delle nostre studentesse prova un bel velo multicolore, facciamo noi per lei una buona trattativa sul prezzo, mentre Abu Ali ci offriva un tè caldo preparato dal suo aiutante, un ragazzetto di quindici anni. Concluso l’affare ci fermiamo a parlare, ci dice che voleva occupare le altre grotte vicine per fare un “albergo naturale” per i turisti. Gli chiediamo se aveva i permessi delle autorità per farlo, ci guarda trasognato: “qui siamo tutti amici -ci dice- portare un po’ di dollari è utile a tutti”. Ineccepibile.

 

La colazione alle 11 

Raccontiamo le nostre ricerche e subito Abu Ali si entusiasma quando gli parlammo del fatto che avremmo voluto vedere i qanat di Ma’an. Ci dice che aveva un amico in città e ci avrebbe accompagnato, poi ci avrebbe mostrato un tracciato lungo la strada. Quando gli racconto del radon, mi propone di effettuare una misura in una delle grotte vicine, quella da lui destinata a diventare albergo.

Gli promisi di fare la misurazione ed effettivamente la effettuai l’anno successivo, allestendo una posizione di misura ed attendendo varie ore in compagnia di Abu Ali nella sua grotta-emporio. Il risultato per il radon fu ottimo, concentrazione del gas bassa, nonostante non ci fosse alcun ricambio d’aria nella grotta.

Grotta presso il “negozio” di Abu Ali e misurazione del radon (Foto mia)

Il padrone di casa si divideva fra me, intanto che attendevo, e i turisti che arrivavano. Avevo notato che il ragazzetto stava cucinando qualcosa con un forte odore d’aglio, pensai fosse il pranzo. Verso le undici entra nella grotta un signore dal bel portamento con una tunica azzurra, la kefiah e una grande barba brizzolata. Abu Ali si alza e lo saluta con riverenza, anch’io saluto con una stretta di mano, purtroppo non parla molto l’inglese. Viene chiusa la tenda all’accesso alla grotta. I due parlano fitto fra loro con grandi sorrisi.

Ci sediamo attorno ad un basso tavolino, l’ospite appoggia quattro pani arabi belli morbidi. Subito arriva il ragazzo e mette al centro del tavolo la pentola con quanto aveva preparato. Purtroppo ho mancato di chiedere se la “leccornia” aveva un nome, di fatto si trattava di un sugo un po’ acquoso con molto aglio e uno schizzo di yogurt che lo rendeva di colore rosso-arancio. Ovviamente non c’erano stoviglie.

Attendo per vedere quel che succede, Abu Ali e l’ospite prendono un pane, lo dividono in due metà e le inzuppano nel sugo caldo, per poi mangiarle con gran gusto. Mi invitano a fare la colazione con loro. Il problema per me era che Abu aveva la mano destra fasciata perché si era tagliato e la benda era insanguinata… Non potevo esimermi ed ho fatto anche io la “scarpetta” un paio di volte, sperando di non ammalarmi.

 

L’albergo più piccolo al mondo

Quando nel 2019 tornammo a Shobak, pur con altri obiettivi scientifici, scoprimmo che vicino al Castello avevano costruito un albergo. Lì ci fermammo per una notte ed era bellissimo poter vedere il Castello stagliarsi come panorama al risveglio.

“The smallest hotel in the world” inaugurato da Abu Ali

Ovviamente andammo a trovare Abu Ali, un po’ invecchiato, ma ancora in ottima forma. L’emporio era ancora più ricco di oggetti disparati, ma la sorpresa era una auto degli anni Sessanta tramutata nell’”hotel più piccolo al mondo”!

Ci disse che aveva provato ad allestire la grotta dove io avevo fatto le misurazioni, ma i primi clienti furono scontenti. Pertanto aveva trovato questa nuova soluzione, visto che doveva cambiare la sua auto ormai molto vecchia. Incredibilmente gli affari andavano bene e in tanti avevano già alloggiato nel maggiolino con vista sul castello medievale…

 

Insediamenti rupestri: Mukayria

Abu Ali fu una preziosa risorsa per conoscere meglio il territorio e alcuni suoi amici. Ci parlò dei villaggi rupestri, indicandoci la strada per raggiungere quello più vicino, un sito presso Mukayria, un piccolo villaggio a circa 10 km dal castello di Shobak, abitato da poche decine di pastori e agricoltori che utilizzano le acque (presenti nelle stagioni meno aride) che scorrono nel wadi Al Bustan.

Insediamento rupestre nei pressi di Mukayria (Foto A. Ferrari)

L’erosione dell’acqua ha provocato il crollo di parte del fronte della collina che sormonta il wadi. Così sono stati messi in evidenza gli ambienti sotterranei dell’insediamento rupestre, articolato su cinque livelli. Il crollo o i vari crolli successivi hanno distrutto le cenge che permettevano di raggiungere gli ambienti occultati nel cuore della collina. Di fatto gli ambienti erano tutti occultati dalla parete della collina e, prima del crollo, si sarebbero viste solo un paio di aperture lungo il sentiero della cengia.

L’anno successivo, nonostante la difficoltà nel raggiungere i livelli più alti per la verticalità della parete, andammo a visitare l’insediamento. Il primo livello è in gran parte sepolto dal crollo, il secondo è il più facile da raggiungere. Anche in base a quanto riferito dai locali pare che fosse un insediamento molto antico, dove la piccola comunità si nascondeva nei periodi di guerra.

Esploriamo l’insediamento rupestre di Mukayria (Foto mia)

In alcune grotte vi erano vasche più o meno rettangolari che fanno immaginare a un luogo per conservare l’acqua, vi erano anche ambienti con muretti interni, forse le stalle per il bestiame. Certo una visita emozionante in un luogo ignorato sia dal punto di vista dello studio, sia dal punto di vista della valorizzazione turistica.

 

Insediamenti rupestri: Abu Makhtub

Fu invece mia la scoperta di un altro insediamento più lontano. Avendo tempo, in attesa della misurazione del radon in una grotta sotto al castello, parto, con Alba, salendo in auto per una strada verso il nord. Ci fermiamo per fare una foto a una tenda beduina, ma veniamo subito cacciati dal nomade capofamiglia che brandisce un fucile, inseguito da due bimbi. Facciamo un’ampia curva e proseguiamo ancora per un paio di chilometri. Improvvisamente vedo a destra della strada una forra che ci divide da una parete di calcare forata come fosse un gigantesco Emmental svizzero.

Tornando all’appartamento mostriamo le foto che avevamo fatto e suscitiamo il grande interesse del nostro team. Ezio avrebbe voluto andare l’indomani, ma avevamo un altro programma, per cui rimandiamo al viaggio successivo la visita. Intanto ci informiamo da Abu Ali e dal negoziante di Wadi Musa. Ci dissero che era l’insediamento di Abu Makhtub, costruito nel corpo della collina che si affaccia sul wadi Ansur. Pare che in tempo bizantino fosse il ricovero di un gruppo di suore eremite. Poi fu utilizzato da pastori e agricoltori, poiché al tempo tutta la vallata era fertile e rigogliosa,  ora era diventata una zona arida.

Nel 2010 andiamo ad Abu Makhtub con due auto, io ero in testa e decidiamo di andare fuori strada per avvicinarci di più all’insediamento. Dopo poche centinaia di metri ci insabbiamo… In quatto, con pezzi di legno come leve, riusciamo a tirar fuori la ruota bloccata, meglio non rischiare ancora. Faccio manovra per essere pronto a ripartire in direzione opposta e proseguiamo a piedi.

Le cavità di Abu Makhtub (Foto A. Ferrari)

La visita del complesso era in parte complicata per le salite, per cui ovviamente ci fermiamo alle cavità più accessibili. Abbiamo notato che alcune di esse erano occultate da muretti a secco effettuati con la stessa pietra, per meglio mimetizzare l’accesso. Troviamo i resti di quelli che potevano essere piccoli orti, all’interno di una delle cavità troviamo i resti di un’antica piccionaia. Immaginammo che i piccioni viaggiatori fossero utilizzati dalle suore per tenere contatti con l’autorità religiosa della regione, ma servirebbe uno studio specifico per meglio mettere in risalto la storia e gli avvenimenti connessi a questo affascinante insediamento.

Faceva impressione il silenzio. Decidiamo di evitare di parlare se non necessario. Era un luogo incantato, fuori dal tempo, lontano da tutto, isolato e disabitato, ma pieno di segreti che non saranno svelati.

Un serpente si nasconde negli anfratti di Abu Makhtub (Foto mia)

In realtà un inquilino lo trovammo: un serpentello, ma non era molto socievole e al nostro arrivo si è subito nascosto fra le pietre…

Ci siamo ripromessi di tornare sia a Mukayria, sia ad Abu Makhtub per effettuare qualche ulteriore ricerca ed esplorare meglio i siti. Non ci fu più possibile e questi insediamenti abbandonati e silenziosi sono rimasti nella nostra memoria.

Una sintesi delle attività svolte dal nostro team

A seguire c’è una mappa della Giordania sulla quale sono inseriti i principali luoghi da noi visitati durante le missioni effettuate in quel bel paese.

Mappa della Giordania con indicazioni effettuate dall’autore

Nel 2009 eravamo ospiti a Wadi Musa, abbiamo visitato Petra, il castello di Shobak, Udhruh, Ma’an e Amman al ritorno.

Durante il 2010 siamo stati sempre ospiti a Wadi Musa e ci siamo dedicati ai qanat fra Udhruh e Ma’an, abbiamo visitato le rovine di Udhruh, poi siamo arrivati al Wadi Rum e, durante il ritorno, ci siamo fermati alla riserva di Dana e lungo il Mar Morto, prima di tornare ad Amman.

Nel 2019 ci siamo dedicati alle fortezze romane, per cui, dopo aver visitato Jerash e Al Zarqa, ci siamo fermati ad Al Azraq visitando Qasr Al Azraq, la fortezza adiacente di Qasr Al Aseykim e le fortezze isolate di Qasr Al Uweinid e Qasr Al Burqu’ nei pressi del confine iracheno. Poi siamo scesi al castello di Al Karak, di nuovo a Shobak e a Udhruh per fotografare i resti romani nelle vicinanze, e il Qasr al Tahkim.

Alla fine di quest’ultimo viaggio avventuroso, ma veramente bello, fummo in grado di scrivere il libro “LIMES” di E. Burri ed altri. Fummo i primi a descrivere con fotografie prese sui luoghi e varie note storiche le fortezze romane che delimitavano il confine orientale (Limes Arabicus) dell’Impero.

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Primo tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. Presidente di Erfap Lazio. Direttore del Consorzio universitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto. Cofondatore di dieci spin off in Bio-scienze. Esperto di valutazione e gestione progetti europei.

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