Sembra che ultimamente abbia cessato di fare effetto il vaccino che la Seconda guerra mondiale aveva inoculato all’umanità. Al potere sono arrivati leader guidati da valori più propri del Medioevo che del nostro tempo. Nuove guerre si diffondono nel mondo, portando morte, dolore e tragedie personali. 

Eppure, in ogni epoca — e soprattutto nei tempi delle grandi tragedie — emergono sempre persone davvero grandi. Non nel senso di titoli o meriti particolari, ma nel senso della grandezza dell’anima e del cuore.

 In questo numero di Tutti Europa Ventitrenta avete conosciuto Viktoriya Kolmykova, madre di un difensore dell’Ucraina caduto in guerra, nella sua testimonianza «La mia promessa a Roman». Lei stessa ha voluto che accanto a quell’articolo ci fosse anche questo; è un ringraziamento rivolto a una famiglia italiana e, più in generale, al popolo italiano, per il calore, la bontà e l’aiuto che hanno generosamente donato a lei e a sua figlia nel momento più difficile della sua vita.

Iryna Medved

Durante l’invasione su larga scala della Russia contro l’Ucraina, mio figlio Roman si unì alla difesa di Mariupol. Con mia figlia Arina, la sorella di Roman, decidemmo invece di che almeno lei stesse in un luogo sicuro e per qualche tempo pensammo di affidarla a conoscenti in Italia.

Dopo il nostro arrivo ci consigliarono di registrarci presso la Questura e di ottenere un documento legale — il permesso di soggiorno — affinché Arina potesse continuare a studiare. Fummo ospitati in un hotel nel pittoresco paese di montagna di Vidiciatico, vicino Bologna. Proprio lì il destino mi fece incontrare una straordinaria famiglia italiana: i proprietari dell’hotel, Giulia e Michele, insieme ai loro due meravigliosi bambini. Uno assomiglia alla mamma, l’altro al papà.

Oggi racconterò cose che forse vi sembreranno banali o piccole, ma per me allora non erano affatto dettagli insignificanti: avevano un enorme valore emotivo.

Da sinistra a destra: Giulia, Arina, Michele, Viktoriya

Nell’hotel avevamo una splendida stanza con tutti i comfort; ogni due giorni ci cambiavano le lenzuola bianchissime e il buffet veniva preparato tre volte al giorno. I proprietari facevano tutto il possibile perché ci sentissimo accolti, al sicuro e quasi come a casa. In totale lì vivevano 23 persone provenienti dall’Ucraina — madri con bambini di diverse età.

Michele, che è uno chef, inventava continuamente qualcosa di speciale da preparare per noi. Di fronte all’albergo si trova una chiesa, e il parroco ci portava spesso frutta fresca. L’hotel è situato nel centro del paese, su una piazza meravigliosa con una fontana dalla quale tutti bevono acqua pura di montagna.

Vidiciatico. La piazza principale (Foto da Wikipedia)

Per me furono tempi estremamente difficili. All’inizio camminavamo sempre con il telefono in mano, aspettando una chiamata di Roman. Non dava notizie da quasi due settimane e non riuscivamo a trovare pace.

Una volta il telefono squillò. Io gridavo:

«Romashka! Romashka! Dio mio!» — lo chiamavo così, con il nomignolo affettuoso che gli avevo dato da bambino — e piangevo.

Un’altra volta riuscimmo di nuovo a collegarci con lui in videochiamata: eravamo sedute in un bar, perché lì c’era il Wi-Fi. Mentre parlavamo con Roman, il proprietario del bar ci osservava. Quando la conversazione finì, si avvicinò gentilmente e mi portò un tovagliolo perché potessi asciugarmi le lacrime.

Fu il nostro ultimo contatto.

Poi Roman scomparve di nuovo.

Cominciammo a scrivere ai suoi compagni: avevano visto Roman?

Loro già sapevano che Roman era morto, ma nessuno ce lo disse. Lo venimmo a sapere dal sito del Presidente dell’Ucraina, dove si annunciava il conferimento di una decorazione postuma…

Io fui completamente strappata alla realtà. Rimanevo seduta con la testa che tremava e ripetevo continuamente una sola frase:

«Non è vero, non è vero».

Quanto tempo passò così? Non lo so, forse tre mesi. Mi davano delle gocce calmanti, dalle quali camminavo come un’ameba stordita. Ringrazio le persone che mi erano accanto: rimanevano sedute con me finché non mi addormentavo, uscivano a passeggiare con me. Mi salvò il fatto di poter salire in montagna e camminare per sedici chilometri e anche di più al giorno, immersa in paesaggi incredibili.

E ora la cosa più importante: da quali persone sensibili e autentiche ero circondata! Gli italiani mi portavano fiori, mazzi nei colori patriottici dell’Ucraina, spighe di grano, giocattoli.

Bouquet e doni degli abitanti del paese

Una volta entrai in un negozio e la proprietaria uscì da dietro il bancone, mi abbracciò, mi prese le mani e ripeteva:

«Tu sei la Madonna, abbraccio il cuore di una madre».

Un giorno il parroco ci prese, me e Arina, in macchina e ci portò in una cittadina vicina. Ci fece fare un giro lungo le strade di montagna e poi ci comprò un gelato, cercando di condividere con noi un po’ di conforto e di bontà.

A Pasqua, durante la messa, il parroco parlò di quanto fosse orgoglioso dei suoi compaesani, perché tutti cercavano con tanta premura di calmare e alleviare il dolore del cuore di una madre ucraina.

Giulia ogni mattina mi accoglieva con un abbraccio e mi chiamava sorella. Era incredibilmente premurosa con mia figlia Arina.

Un giorno, tornando in albergo dopo una passeggiata, spezzai alcuni ramoscelli sui quali stavano appena spuntando le gemme, per metterli in camera: avevo bisogno di guardare qualcosa di bello. Michele, vedendoli, ne spezzò un intero fascio e li sistemò in un grande vaso nella hall.

Pensate: queste persone lavoravano continuamente, avevano ventitré ospiti ucraini, oltre ai clienti dell’albergo e del ristorante, eppure erano così attenti!

In seguito, quando uscivo a passeggiare, raccoglievo nuovi mazzi di fiori di campo e li mettevo nello stesso vaso, per tutti.

Bouquet di fiori di campo

Tutti mi circondavano di cura, di attenzione, di amore e di un rispetto straordinario.

Quando ci comunicarono che potevamo tornare in Ucraina per l’identificazione del corpo, partimmo subito. Non potete immaginare come ci salutarono quelle persone straordinarie! Ci abbracciavano e dicevano:

«Tornate, per noi siete della famiglia».

Già durante il viaggio infilai la mano in tasca e pensai: «Quanti strani pezzetti di carta ho qui dentro, devo buttarli via».

Li tirai fuori e li guardai meglio: erano banconote da cento euro, arrotolate in piccoli quadratini.

Erano stati loro, mentre mi abbracciavano, a infilarmeli nelle tasche di nascosto, perché sapevano che se lo avessi visto, avrei rifiutato.

Là, a Vidiciatico, io e la mia Arishka siamo state avvolte dalla cura di persone che non erano della nostra nazionalità, ma che erano veri esseri umani dal cuore immenso. Persino a casa nostra, tra vicini e conoscenti, non avevamo mai ricevuto tanto calore e tanta attenzione come lì.

La facciata dell’hotel a Vidiciatico / Viktoriya con la figlia Arina

La piccola cittadina di Vidiciatico mi ha riempita di bontà e di amore. I suoi abitanti mi hanno trattata con un rispetto e una cura straordinari, anche se per loro ero una straniera.

Italiani e ucraini sono popoli diversi, con lingue, culture e tradizioni differenti. Ma un cuore grande e buono è capace di cancellare ogni confine e di donare il sentimento della vicinanza familiare e dell’unità dell’anima.

Voglio ringraziare tutti e ciascuno di coloro che allora mi sono stati accanto. Tutti i semplici italiani che non siedono negli uffici del potere, ma che fanno così tanto per l’Ucraina.

Giulia, Michele, Daniele, Pergolino, Vidiciatico — vi voglio bene. Sarete per sempre nel mio cuore!

Condividi.
Lascia un commento

Exit mobile version