20 Maggio 2026 - mercoledì
Convegno L'eredità e l'attualità di Altiero Spinelli
Convegno L’eredità e l’attualità di Altiero Spinelli

Mi è capitato – nelle conversazioni universitarie, negli incontri con le scuole e nei seminari federalisti a Ventotene –  di evocare il Manifestoper un’Europa libera e unita” scritto da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi con il contributo di Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann e Ada Rossi nell’inverno 1940-1941, come frutto di intense discussioni all’interno di un piccolo gruppo di confinati antifascisti, e completato all’inizio dell’estate 1941 per diffonderlo nei canali della clandestinità antifascista prima in Italia e poi in alcuni ambienti intellettuali in particolare in Francia e in Svizzera.

Ho scoperto in molti giovani un pensiero che potrebbe essere immaginato negli stessi termini in cui esso fu formulato da Altiero nel 1957:

il progetto di una federazione europea non era un bell’ideale cui rendere omaggio per occuparsi poi d’altro, ma un obiettivo per la cui realizzazione bisognava agire ora, nella nostra attuale generazione. Non si tratta di un invito a sognare, ma di un invito a operare”.

Ho scoperto anche nelle reazioni dei giovani alla lettura del “Manifesto” la condivisione di un’altra idea essenziale di Altiero sulla natura della “sua” federazione:

essa non si presenta come un’ideologia, non si propone di colorare in questo o quel modo un potere esistente…è la sobria proposta di creare un potere democratico europeo, nel cui seno avrebbero ben potuto svilupparsi ideologie, se gli uomini ne avessero avuto bisogno, ma assai differente rispetto a esse..il riconoscimento della diversità e della fratellanza delle esperienze nazionali dei popoli europei, in mezzo alle cui lingue, ai cui scrittori e pensatori vivevamo da anni senza mai sentirci più vicino a loro se italiani, più lontani se stranieri”.

La presentazione ragionata dell’alternativa federale proposta dal “Manifesto” si distingue così sia dal federalismo ideologico di tipo proudhoniano o mazziniano che Spinelli definiva “fumoso e contorto” sia dalla concezione di chi ha ritenuto e ritiene che la battaglia federalista sarà vinta solo si porterà a compimento la teoria federalista come un’ideologia con un proprio aspetto di valori costituzionali ma anche universali (la pace kantiana) e storico-sociali (il superamento della divisione del genere umano in nazioni e classi).

La conversione alla democrazia aveva portato Altiero Spinelli alla comprensione che l’azione politica deve avere come obiettivo l’impiego del potere al servizio della libertà e che lo Stato nazionale era il nemico della libertà.

È così che il “Manifesto” inizia con l’affermazione che

la civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà secondo il quale l’uomo non deve essere mero strumento altrui, ma un autonomo centro di vita. Con questo codice alla mano si è venuto imbastendo un grandioso processo storico a tutti gli aspetti della vita sociale che non lo rispettassero”.

Dalle discussioni che avevano preceduto l’elaborazione del “Manifesto” era emersa la convinzione che la Federazione europea sarebbe stata l’unica soluzione ragionevole al problema, che tormentava l’Europa dal 1870, della pacifica convivenza della Germania con gli altri popoli del vecchio continente.

La Federazione sarebbe stata, soprattutto, la possibilità per le democrazie di controllare “quei Leviatani impazziti” (l’espressione è di Altiero Spinelli) che erano ormai gli Stati nazionali europei, poiché lo Stato Federale avrebbe impedito loro di diventare mezzi di oppressione e sarebbe stato da essi impedito di diventarlo lui.

Contrariamente a una parte della teoria federalista che individua nella nazione il male in sé, gli autori del “Manifesto” ritenevano che l’ideologia dell’indipendenza nazionale fosse stata “un potente livello di progresso” ma che essa portava in sé “i germi dell’imperialismo capitalista”.

Altiero Spinelli si rendeva perfettamente conto del fatto che la cultura federalista era estranea alle culture politiche esistenti nei paesi europei che sarebbero usciti dalla guerra tentando di restaurare le democrazie nazionali, nonostante l’origine universalista dei movimenti cristiani, internazionalista dei partiti socialisti e poi anche comunisti e cosmopolita delle forze d’ispirazione liberale.

Egli sapeva che questi stessi partiti erano ormai avvezzi, per consuetudine e per tradizione, a porsi tutti i problemi partendo dal tacito presupposto dell’esistenza dello stato nazionale e a considerare i problemi dell’ordinamento internazionale come questioni di politica estera da risolversi mediante azioni diplomatiche e accordi fra i vari governi condividendo o accettando o subendo il principio della sovranità assoluta.

Alla via diplomatica, Altiero contrapponeva quella che è stata chiamata nel “Manifesto” la “via rivoluzionaria dell’agitazione popolare” provocando stati di fatto avvenuti i quali non fosse più possibile tornare indietro prefigurando quella che sarebbe stata la caratteristica di tutta la sua vita di federalista fondata sul pensiero e sull’azione.

In questo quadro si colloca la sua mai mutata convinzione che un potere democratico europeo poteva essere fondato solo attraverso un metodo democratico e cioè da un potere europeo costituente.

Vi è un elemento essenziale della visione del “Manifesto” che è stato sottolineato da Norberto Bobbio nel suo saggio “Il Federalismo nel dibattito politico e culturale della resistenza”.

Il “Manifesto” – ricorda Bobbio – “inizia parlando del principio nazionale e della sua degenerazione e aggredisce poi il problema della sovranità assoluta. Il superamento della sovranità assoluta conduce allo Stato federale e il superamento del principio nazionale conduce all’idea d’Europa. E il movimento che sorge a Ventotene è insieme federale ed europeo”.  Ciò vuol dire – chiosa Bobbio – “che il meccanismo dello Stato federale può applicarsi a una realtà diversa dall’Europa come la federazione mondiale o le federazioni che si vanno tentando fra Stati del mondo arabo”.

Vi è infine un’affermazione di Altiero Spinelli sulle tre ragioni della attualità del Manifesto, che lo erano negli anni ’80 alla vigilia del grande sconvolgimento provocato dalla caduta dell’impero sovietico e lo sono ancora oggi dopo gli sconvolgimenti nei primi venticinque anni del XXI secolo:

  • il pensiero per gettare le basi sul continente di una federazione europea appartiene alla generazione attuale e non a una indeterminata generazione lontana nel tempo,
  • l’azione per realizzarla richiede una vasta mobilitazione dell’opinione pubblica ma soprattutto un movimento organizzato secondo una logica rivoluzionaria,
  • e la linea di divisione fra le culture politiche non passa più fra destra e sinistra, fra conservazione e progresso ma fra chi difende apparenti sovranità nazionali e chi è pronto a battersi per una superiore sovranità europea e cioè fra gli immobilisti e gli innovatori.

 

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