In questa VIII puntata dedicata ai nostri viaggi in Giordania, raccontiamo alcune visite che abbiamo fatto in luoghi speciali: il bellissimo deserto rosso di Wadi Rum, la riserva naturale di Dana ed il possente castello crociato di Kerak.  Buona lettura, continuate ad accompagnarci attraverso le strade, i deserti e le città giordane.

 

Durante i nostri viaggi in Giordania, nel tempo i nostri obiettivi si sono arricchiti. Se all’inizio erano solo quello di collaborare con la missione fiorentina che studiava il Castello di Shobak e cercare e descrivere i qanat, poi ci siamo dedicati anche a visitare e caratterizzare le fortezze romane, anche in funzione dell’acqua. Abbiamo sempre ritagliato un po’ di tempo per visitare luoghi interessanti in parallelo con le attività scientifiche.

Avendo, per le prime missioni il baricentro a Wadi Musa, visitata Petra, scegliemmo tre luoghi da raggiungere. Il primo fu il deserto rosso di Wadi Rum, il secondo la riserva naturale di Dana e il terzo il castello crociato di Kerak, sulla strada che ci riportava ad Amman.

Wadi Rum il deserto rosso

A Sud-Est di Wadi Musa, nel governatorato di Aqaba, vi è la vallata nota come Wadi Rum (chiamato Wadi Ram dai locali). Si tratta del più grande wadi giordano, composto da deserto e roccia granitica di colore rossiccio. Per la sua bellezza incontaminata e per la sua importanza storica fu designato come Patrimonio dell’Umanità dall’UNESCO nel 2011, proprio l’anno dopo la nostra visita. Già nel 1998 fu classificato “Area protetta” dalla Royal Society for the Conservation Nature, patrocinata dalla Regina Nur di Giordania.

Per entrare nella vallata bisogna lasciare le proprie auto e pagare un biglietto d’ingresso. Appena organizzati siamo saliti su due SUV 4×4 e gli autisti ci hanno fatto da ciceroni durante la visita.

Dromedari mangiano le foglie dei rami bassi di un albero (Foto mia)

Poco dopo l’entrata l’autista si ferma per farci godere la vista delle grandi rocce montane. Proprio in quell’area vi è la seconda montagna più alta in Giordania, il Jebel Rum. Bello l’incontro con tre dromedari che, mangiando i rami più bassi, pareggiano un grande albero di acacia proprio davanti alle rocce granitiche.

Continuiamo la visita, fermandoci ogni tanto per fare qualche foto. In particolare è molto bello il grande arco (foto in apertura) su cui è stato possibile anche salire, vedendo la zona da un punto più alto. Forse il punto più bello dell’area è la “duna rossa” composta appunto da una discesa tutta composta di soffice sabbia rossa.

Faccio di corsa la discesa dalla grande duna rossa (Foto A. Ferrari)

Il nostro autista ci dà il consiglio di salire fino alla cima della duna, semmai aiutandosi appoggiandosi alla roccia. Poi scendere di corsa fino alla strada. Mi faccio convincere, la salita non è stata difficile, ma la corsa in discesa è stata per me più impegnativa, visto che le gambe affondavano. Non sono caduto, ma mi sono riempito scarpe e vestiti di sabbia rossa! Gli ultimi granelli son riuscito a toglierli con la doccia della sera.

Wadi Rum una storia millenaria

Non vi è tempo per raccontare tutte le bellissime cose che abbiamo potuto ammirare nella grande area, ma non posso non citare lo stop che facemmo davanti a un muro sgretolato. L’autista ci disse che ci avrebbe illustrato meglio e non c’era nulla da vedere, ma il posto era storico: il rifugio di Lawrence d’Arabia.

Resti della casa di Lawrence d’Arabia (Foto mia)

L’ufficiale britannico era un agente segreto appassionato di archeologia. Durante la Prima guerra mondiale operò in stretto raccordo con le tribù arabe che erano avverse all’Impero Ottomano, alleato dei tedeschi. Avrebbero voluto realizzare uno stato arabo e Lawrence li incoraggiò e si mise al comando della “Rivolta araba”. Contribuì ad inquadrare i reggimenti e scelse Wadi Rum come sua base operativa. Proprio da lì partì per conquistare Aqaba nel 1917.

Poi, al comando delle truppe arabe insieme con lo Sceriffo della Mecca, si mosse per conquistare Damasco, supportato dalle forze britanniche in Medio Oriente. Gli inglesi avevano promesso di creare uno stato arabo, vinta la guerra contro gli Ottomani, ma, come è noto, vi fu una colonizzazione della Transgiordania, della Palestina e dell’Iraq da parte del Regno Unito e di Libano e Siria della Francia.

Nell’area di Wadi Rum gli studi archeologici hanno accertato la presenza di insediamenti umani fino dai tempi preistorici (8000 a. C.). In tempi più recenti si insediarono tribù provenienti dall’Arabia che poi convissero con i Nabatei quando questi fondarono Petra ed organizzarono il loro regno. Tuttora numerosi gruppi di beduini arabi abitano il Wadi Rum e le aree limitrofe.

Antichi petroglifi su una parete rocciosa nel Wadi Rum (Foto mia)

Come al solito la presenza umana lascia reperti che la testimoniano. In tutta l’area si sono scoperti circa 25 mila petroglifi e iscrizioni sulle pareti rocciose in genere costituite da tenera arenaria. Ne abbiamo viste varie e alcune le abbiamo riprese con fotografie, pur non riuscendo a capire la loro antichità.

La Riserva di Dana

A nord di Petra vi è la interessante Riserva della biosfera di Dana. Andammo a visitarla nel 2010, purtroppo avevamo solo poche ore della mattina. Sarebbe stato meglio fermarci il pomeriggio e dormire nell’hotel o nel camping, perché la riserva è grande e variegata.

Blocchi di arenaria modellati dal vento a Dana (Foto mia)

L’area di Dana è composta da un insieme di montagne e wadi con un grande dislivello di più di 1500 m, degradando fino alla zona desertica della Wadi Arabica. La principale caratteristica di Dana è che l’unica area in Giordania dove sono presenti ben quattro zone biogeografiche; mediterranea, irano-turanica, saharo-araba e sudanese. È stata candidata all’UNESCO nel 2007 come Patrimonio dell’Umanità.

Arriviamo e lasciamo l’auto all’ingresso di Dana; procediamo a piedi con una guida che ci mostra alcuni dei gioielli naturali presenti nella riserva. Ci racconta che la tribù Atata vi era stanziata da centinaia di anni, ma che ricerche archeologiche hanno trovato anche reperti paleolitici e poi nabatei e romani.

Ci fa apprezzare la particolare morfologia dei blocchi di arenaria che sono stati modellati dal vento durante gli anni e i secoli, contornati da brevi piani desertici e da una corona di montagne più alte.

Un piccolo fiore giallo nato in zona desertica a Dana (Foto mia)

Abbiamo poi incontrato tanti animali passeggiando nella Riserva, dai piccoli sauri agli asinelli, da vari uccelli a un paio di serpenti. Ci racconta che nella Riserva vi sono circa 450 specie di animali e circa 700 specie di piante. Purtroppo alcune di queste specie sono diventate rare ed alcune potrebbero presto estinguersi. Fa impressione, all’uscita del tour, vedere il piccolo cimitero figurativo delle cinque specie già estinte negli ultimi decenni.

Lapidi a ricordo delle specie di Dana estinte in questi anni (Foto mia)

Il Castello di Kerak

Percorriamo la Autostrada 15 “Desert Highway” che da Aqaba porta ad Amman e, in qualche modo, affianca l’antica Strada dei Re, di cui abbiamo già parlato. Ci dirigiamo ad Amman da dove poi imbarcheremo per tornare a Roma.

Mulinello di sabbia presso Al Kerek (foto A. Ferrari)

Il viaggio è piuttosto monotono, non si può correre troppo e vi sono pochissime auto in entrambe le direzioni di marcia. Le attrazioni maggiori sono un gruppo di capre o un paio di dromedari che attraversano come se la strada fosse la loro. Ma anche alcuni mulinelli di sabbia che nascono, accanto alla strada, all’improvviso e subito dopo perdono energia e scompaiono.

Ci fermiamo nella cittadina di Al Kerak dominata dalle rovine del Castello di Kerak, la nostra meta.

Il castello di Kerak e l’omonimo paese adiacente (foto A. Ferrari)

La cittadina è composta da vari palazzi che in Italia definiremmo di “edilizia popolare”, sorti vicino l’autostrada e sulle pendici della collina sormontata dal castello. Ci fermiamo per poco tempo, vi è molta gente in strada e un po’ di traffico nelle vie che si incrociano fra di loro.

Una signora guarda l’alta moda nel negozio di Al Kerak (foto mia)

Poi saliamo al castello, parcheggiamo all’ingresso, paghiamo per l’entrata pochi dinari ed è una visita molto bella. Le rovine massicce sono abbastanza ben conservate e vi sono luoghi con belle panoramiche sulla Strada dei Re e sulla vallata contrapposta.

Cenni storici si Kerak

Il possente castello fu costruito da Pagano (morto nel 1148), fedele vassallo di Re Folco (Re di Gerusalemme dal 1131 al 1143) e Regina Melisenda, figlia del Re Baldovino II, rimasta a governare fino al 1153, prima di cedere il trono al figlio Baldovino III.

Pagano governò la signoria dell’Oltregiordano insediandosi nel Castello di Montreal (ora castello di Shobak), ma si accorse che era difficile difenderlo dalle scorrerie di predoni del Califfato e decise di far costruire un nuovo castello in una posizione strategica.

Regno di Gerusalemme e altri stati crociati nel 1135 (da Wikipedia)

Il possente castello fu poi rinforzato e meglio difeso da due grandi fossati fatti realizzare dai successori di Pagano. Quando il nuovo governante divenne Rinaldo di Chatillon il castello fu terminato e Rinaldo avviò una serie di aggressioni alle carovane che passavano nei pressi. Ebbe anche l’ardire di organizzare un attacco a La Mecca, partendo con imbarcazioni da Aqaba, nonostante l’accordo di pace in essere.

Il sultano Saladino nel 1183 assediò il castello di Kerak. Proprio il giorno dell’inizio delle operazioni vi era il matrimonio di Isabella, sorellastra del Re di Gerusalemme. Cavallerescamente Saladino fece bombardare le altre parti del castello, salvaguardando la torre dov’erano in corso le nozze. L’assedio fu poi interrotto dalle forze del Re di Gerusalemme Baldovino IV, il famoso “Re Lebbroso” e Saladino si ritirò senza essere inseguito.

Anche nel 1187 fu ripetuto il tentativo di assaltare il Castello di Kerak, ma senza fortuna; i mussulmani dovettero aspettare il 1189 per poter conquistare Kerak e poi Montreal, strappando così definitamente l’Oltregiordano al regno di Gerusalemme.

Lato verso la strada del castello di Al Kerek (foto mia)

La visita fu interessante, anche se gli interni sono molto bui, visto che il castello ha solo poche e strette feritoie da cui accede la luce; in alcuni locali vi era l’illuminazione elettrica. Molto istruttiva anche la visita del museo in cui ci sono vestigia del periodo crociato e dei successivi periodi Ayyubidi e Mamelucchi.

Tramonto A Kerak nel 2019 (foto A. Ferrari)

Siamo tornati al castello nel 2019, fermandoci solo all’esterno dell’edificio per fare qualche bella foto al tramonto. È sempre stato affascinante rivedere quelle mura.

Autore

  • Già dirigente tecnologo dell’ISB-CNR, responsabile brevetti per il Dip. Agro-alimentare CNR e del monitoraggio radon presso la Camera dei deputati. È ora Direttore del Consorzio interuniversitario INBB; autore di numerosi articoli e libri scientifici, articoli di divulgazione e un brevetto.
    Cofondatore di quindici spin off nelle Scienze della vita. Esperto di valutazione e gestione progetti partnership europei. Fondatore e autore del giornale online Tutti Europa Venti Trenta.

Condividi.
Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Exit mobile version