Sviluppo senza deforestazione: la crescita sostenibile non è un’utopia. Come dicono gli inglesi, puoi avere la torta e mangiarla allo stesso tempo. Il prezzo da pagare è l’elaborazione di una progettualità adeguata. Non è facilissimo ma si può fare e ne vale la pena ed è una bella sfida.

Legni tropicali e artigianato indigeno sono le prime due gambe del tavolo ed abbiamo raccontato come abbiamo iniziato a costruirle. Veniamo ora alla terza: l’ecoturismo.

Era il 1969 ed io, giovane studente di giurisprudenza, in un’aula dell’Università la Sapienza di Roma mi accingevo, un po’ emozionato, a discutere la mia tesi in economia intitolata “Il turismo, fenomeno economico”. Erano tutti molto interessati, a cominciare dal mio relatore o meglio, incuriositi come lo si è nei confronti di tesi, originali ed anche un poco eccentriche.

Nella seconda metà degli anni ’50 l’ACI, Automobil Club Italiano, aveva costruito con fondi della Cassa per il Mezzogiorno, una catena di piccoli alberghi per automobilisti, strutture semplici ma confortevoli, muniti di ristoranti con pasti a prezzo fisso e di una stazione di rifornimento carburante distribuiti ad una distanza media copribile con un pieno di benzina. Ai tempi il meridione italiano era carente di strutture ricettive e gli automobilisti, nuova categoria emergente, che si avventuravano in territori ricchi di bellezze naturali ed artistiche ma poco attrezzati a riceverli in numero crescente, dovevano far bene i conti per non restare con il serbatoio a secco. Eravamo ai primordi di un fenomeno destinato a crescere e svilupparsi in dimensioni e modalità allora imprevedibili. Il nuovo avanzava ed il turismo, dotato di un forte “effetto moltiplicatore” minuziosamente analizzato nella mia tesi di laurea, generava reddito e benessere, stimolando un indotto di piccole iniziative che crescevano e si moltiplicavano sul terreno fertile del senso di ospitalità tradizionale delle nostre terre.

“Tourist go home!!!”. Questa scritta, poco compatibile con il concetto di ospitalità, ha iniziato a fare la sua comparsa in diversi luoghi. L’ho vista a caratteri cubitali nelle isole Canarie e comincia a circolare nei social.

Il turismo produce oggi il 10% della ricchezza mondiale, qualcosa come 11.000 miliardi di dollari all’anno. Il numero delle mete turistiche è aumentato a dismisura. L’ effetto moltiplicatore che teorizzavo più di 50 anni fa è cresciuto in maniera esponenziale ed ha prodotto risultati inimmaginabili.

Ogni medaglia ha il suo rovescio e l’overtourism produce effetti collaterali anche questi imprevisti e comunque indesiderati. Ma non è su questo che voglio soffermarmi.

Tempo fa mi sono trovato nel telefonino tre fotografie. Acque azzurre e cristalline, spiaggie dorate. Una veniva dalla Sardegna, la seconda dalle Baleari e la terza da El Salvador. Erano tutte rigorosamente identiche, tre fotocopie. Forse i tre che le avevano scattate, per farlo, avevano poggiato tre bicchieri di “bollicine”, se non uguali, molto simili.

Il turismo è passato da una dimensione artigianale a quella industriale di larga scala. È diventato uno dei motori di sviluppo e prosperità della società moderna, fatto indiscutibilmente positivo, ma per farlo ha imboccato la via della standardizzazione, perdendo il contatto con il contesto sociale, culturale e ambientale nel quale è nato.

È questo un processo irreversibile e necessario ma non è detto che debba essere totalizzante. C’è spazio e ci sono opportunità per alternative fuori dai terreni battuti, per pelli dure e palati raffinati.

Nella seconda metà degli anni’50 l’ACI, Automobil Club Italiano, aveva costruito, nel Mezzogiorno, una catena di piccoli alberghi per automobilisti

 “…un’immensa selva…comparabile con le epoche preistoriche più remote…standovi per qualche tempo, a meno di essere completamente insensibili…un senso di ammirazione e di meraviglia subentra nell’animo “.

Questo scriveva Guido Boggiani, viaggiatore, esploratore, fotografo ed etnografo a fine ‘800.

Non tutto è scomparso. Certamente, per trovarlo, ci vuole una buona dose di pelle dura e palato raffinato, un po’ di coraggio ad abbandonare schemi confortevoli e standardizzati, ma vale la pena affrontare qualche rinuncia e sacrificio. Se ne è abbondantemente compensati.

Il turismo ha dimostrato nei decenni di avere grande vitalità e di sapersi reinventare in mille declinazioni e modalità turismo religioso, sportivo, di affari, ecoturismo, di gruppo, individuale con ricette a la carte, e così via. In un fenomeno oggi così vasto e differenziato esiste oggi una nicchia, relativamente minore ma, viste le dimensioni complessive del fenomeno, non irrilevante, che può essere coltivata per diventare fattore di conservazione e sviluppo, anziché di distruzione, del binomio natura/culture indigene tradizionali.

Il Gran Chaco è oggi una delle aree del pianeta meno densamente popolate e meno antropizzate, in procinto di uscire da un isolamento secolare per la costruzione ormai in fase avanzata del corridoio bioceanico che la renderà molto più accessibile. Un laboratorio ideale per sperimentare nuove forme di turismo.

Armati di questa convinzione Luca ed io ci siamo scatenati. Presentazioni al BIT, Borsa Internazionale del Turismo di Milano, predisposizione di itinerari sulle orme dei grandi esploratori di fine ‘800, prese di contatto con agenzie di viaggio e operatori turistici in Paraguay, Argentina, Bolivia, Brasile e Italia. Molte vivaci dimostrazioni di interesse e curiosità che mi ricordavano quelle con le quali fu accolta la mia tesi sul Turismo nel lontano 1969.

Seguiti concreti: zero spaccato.

Un’ immensa selva

“Buon giorno, spero di non disturbare, sono Susanna di Avventure nel Mondo. Ci piacerebbe organizzare un primo gruppo di viaggiatori nella regione del Gran Chaco, alla ricerca di natura incontaminata e contatti con le comunità indigene. Abbiamo letto delle belle cose che state facendo ed abbiamo pensato che forse il Museo Verde può aiutarci con informazioni e contatti”,

Ero incredulo. Ci avevamo quasi una pietra sopra e invece stavo ricevendo una telefonata da parte di un Tour operator.

“Innanzitutto – proseguì Susanna – Quali attrattive possiamo prospettare a chi è disposto ad un viaggio avventuroso, magari carente dal punto di vista delle comodità ma in grado di offrire esperienze autentiche e fuori dal comune?”

Musica per le mie orecchie. Mi affrettai a rispondere: “La rete del Museo Verde ed i contatti sul territorio che abbiamo coltivato e sviluppato nell’ arco di un decennio sono a vostra disposizione. Con molto piacere possiamo collaborare a definire un programma di viaggio fuori dai sentieri battuti. Quanto alle attrattive potremmo proporre lezioni di tiro con l’ arco con gli Ache; battute di pesca nel rio Pilcomayo con reti a forbice identiche a quelle che appaiono in foto scattate da viaggiatori di inizi ‘900; danze in costume delle donne Nivaclé o cerimonie del debylybly che gli Ishir continuano a praticare; tecniche di tessitura senza telaio del caraguata; intreccio delle foglie di palma; il paku, pesce di fiume dall’ aspetto simile a quello di una gigantesca sogliola, il cui grasso si scioglie se cucinato alla brace magari sulle rive del rio Paraguay e ne insaporisce le carni sode…ma, soprattutto, il senso di ammirazione e di meraviglia, lontano da internet e da mille cose utilissime ma, almeno per un po’ di tempo, non indispensabili.

Con Susanna capimmo subito che eravamo sintonizzati su frequenze analoghe.

Ad agosto partirà per il Chaco un primo gruppo. A mete turistiche più tradizionali come le Cataratte di Iguazù, si affiancheranno esperienze di contatto con comunità indigene della rete del Museo Verde. Un esperimento nel quale sarà interessante monitorare come reagiranno le due parti. I viaggiatori, interpreti di una nuova forma di interpretare il turismo, e gli stessi indigeni che speriamo prendano l’iniziativa inventando nuove forme per visitare il loro ambiente naturale e culturale, rispettandolo ed interpretandolo in modo moderno ma rispettoso della tradizione, ricavandone un giusto guadagno. Attività produttive come l’artigianato e la raccolta o coltivazione di piante mediche possono beneficiare di positive ricadute.

E il Museo Verde? Non abbiamo certo intenzione di trasformarci in agenti di viaggio come non siamo, né lo saremo, commercianti di legni tropicali o di artigianato. Il nostro obiettivo è contribuire in qualche modo alla realizzazione di progetti di “Sviluppo senza deforestazione”, facilitando, stimolando e supportando per quanto possibile, grazie ad una esperienza pluridecennale che ci ha portato ad accumulare un piccolo patrimonio di contatti e fidelizzazioni, informazioni ed immagini hd provenienti dal territorio e da 15 istituzioni museali in Europa ed America.

Senza dimenticare quello che ci dissero un paio di anni fa gli artigiani Ache: “Il Museo Verde è un catalizzatore”. Il più bello dei complimenti.

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