La caccia, in Italia, è la nuova materia in cui sono in troppi a sparare parole prima di mirare il giudizio. Cacciatori contro animalisti, Regioni contro Stato, Stato contro Bruxelles. La fauna, speciale interessata, non dispone di ufficio stampa né di buoni sondaggisti.

Il nuovo disegno di legge viene presentato dai favorevoli come un innocente aggiornamento della normativa del 1992. Formula molto comoda e per molti versi scorretta. In realtà il testo sposta il baricentro dalla “protezione” alla “gestione”, amplia i margini regionali e rende più elastici (troppo??) calendari e interventi sulle specie. Non è il Far West annunciato da certe campagne, ma neppure la modesta revisione tecnica raccontata dalle associazioni venatorie.

I contrari hanno spesso il torto di esagerare una ragione valida. Parlare di caccia libera nei parchi, nelle città o su qualunque spiaggia serve a raccogliere firme ma non a capire il disegno di legge. Ma è altrettanto falso sostenere che nulla cambi, perché è arcinoto che quando aumenta la discrezionalità politica e diminuisce il peso dei criteri scientifici, qualcosa cambia eccome. Prima nei cavilli, poi nei boschi, valli e lagune.

Il punto vero non è se il cacciatore sia custode della natura o suo becchino. Esistono cacciatori seri e bracconieri, ambientalisti competenti e professionisti dell’indignazione. Il problema è concretamente istituzionale, che deve dare un senso logico e scientifico di affidare a venti Regioni una fauna che attraversa i confini senza chiedere il permesso.

Il Titolo V, riformato con l’ambizione di avvicinare le decisioni ai cittadini, ha spesso avvicinato soprattutto i conflitti alla Corte costituzionale e moltiplicato le spese. Doveva essere il trionfo dell’autonomia responsabile ed è diventato non di rado un campionato di competenze concorrenti, ordinanze contraddittorie e ricorsi al TAR. Ogni Regione rivendica il diritto di conoscere meglio il proprio territorio, salvo poi scoprire che gli uccelli migratori ignorano le delibere e che un cinghiale non distingue la linea invisibile tra Toscana e Umbria.

Le differenze territoriali esistono, certo! Ma un conto è adattare una regola nazionale ma un’altra questione è indurre a fabbricare venti calendari, venti deroghe e una giurisprudenza stagionale. Dopo anni di federalismo all’italiana, sappiamo come finisce, ovvero quando le cose funzionano (quando mai funzionano?), il merito è locale e quando falliscono, la colpa naturalmente è di Roma (sempre?). E Roma, per non sbagliare (sbagliando sempre), gioca a rimpiattino con Bruxelles.

Su questo disordine provocato prospera anche il cinismo politico. La caccia riguarda equilibri ecologici, sicurezza, agricoltura e gestione del territorio che appaiono materie noiose; dunque, inadatte a un comizio a un anno dalle elezioni ed allora è molto meglio prepararle cinicamente e trasformarle in una guerra di civiltà. Da una parte il cacciatore dipinto come eroe, ultimo presidio delle campagne o addirittura della civiltà umana e carnivora; dall’altra il fucile elevato a simbolo di ogni barbarie. E di barbarie inaudite e addirittura genocidi la nostra epoca è colpevole e pure recidiva. Le soluzioni ragionevoli, quelle scientifiche annoiano, abbassano i volumi, e i volumi bassi non portano voti, firme, condivisioni o ospitate televisive. Insomma, è la maledetta politica di oggi, bruttezza, ma qualcosa oggi ciascuno può fare, almeno non arruolarsi nelle tifoserie, quale che sia.

Ciascuna di queste esaspera il proprio ricostruito nemico, la politica addirittura vergognosamente coccola queste tifoserie, promettendo semplificazioni e producendo complicazioni e dunque confusione. Le associazioni più rumorose raccolgono consenso denunciando l’apocalisse opposta, ma nel frattempo restano irrisolti i problemi veri e, tra i tanti, le responsabilità sono disperse, censimenti rimangono incompleti, dati poco omogenei, controlli restano insufficienti.

Una politica sensata (quando mai? Di questi tempi poi?) dovrebbe fissare a livello statale specie cacciabili, periodi massimi, criteri scientifici e raccolta dei dati. Alle Regioni spetterebbero restrizioni e adattamenti locali, motivati scientificamente e pubblicamente. Il parere dell’ISPRA, almeno sui limiti biologici, dovrebbe pesare più dell’umore di una maggioranza regionale e meno delle fantasie di chi vorrebbe trasformarlo in un oracolo infallibile.

La caccia, insomma, non va demonizzata, ma neppure trattata come una tradizione antropologica sottratta al giudizio di ragionevolezza. Anche il vino è tradizione nazionale, ma nessuno (per ora) propone di abolire i controlli antisofisticazione o di tarare un etilometro per regione.

Gli animalisti sparano agli slogan, i cacciatori ai sospetti, le Regioni alle competenze dello Stato e la politica, come sempre, spara nel mucchio e raccoglie da ambo le parti. La domanda seria è più semplice, prosaica ma chi decide e sulla base di quali dati scientifici e sotto quali controlli? Finché non avremo una risposta veramente scientifica, la legge resterà ciò che spesso sono le leggi italiane ovvero un compromesso scritto in burocratese, illeggibile perché anche irragionevole, impugnato davanti ai giudici e tradotto sui social in rissa in vista delle urne per raccogliere i voti all’ammasso.

‎Firma qui per il referendum per Vietare la caccia nei fondi privati andando ad abrogare l’Art.842 del Codice Civile, primo e secondo comma, dove attualmente prevede l’ingresso dei cacciatori nei fondi privati anche senza l’autorizzazione del legittimo proprietario del fondo. 

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