L’ipocrisia istituzionale ha toccato uno dei picchi più alti della propria espressività con la riammissione in alcuni sport e per alcun i campionati degli atleti russi a suo tempo esclusi dalle competizioni. Cosa è avvenuto perché questo succedesse? Assolutamente nulla. Difatti i negoziati per una pace di compromesso non hanno fatto alcun passo in avanti. E allora c’è da chiedersi ex post perché a suo tempo gli atleti russi siano stati esclusi. Agli europei di nuoto ora russi e bielorussi gareggiano sotto la bandiera della neutralità, una formula di assoluto compromesso. Soprattutto perché vedono accanto a loro gareggiare atleti israeliani in corsia che non hanno patito alcun divieto come se le due condizioni fossero diverse. Non vogliamo stabilire differenti tassi di criminalità tra Putin e Netanyahu ma nel primo caso c’è un attore di una guerra, nel secondo il protagonista di un genocidio. Invece per i loro Paesi di riferimento due pesi e due misure. Nessuna sanzione economica per Israele, meno che mai per i coloni aggressivi. Invece implicitamente gli sportivi russi e bielorussi sono stati tutti giudicati complici dell’invasione dell’Ucraina.

È la stessa ratio censoria che a suo tempo ha messo il diktat all’esibizione in Italia del direttore d’orchestra Gergiev, della danzatrice Zakharova toccando persino cittadini italiani come lo scrittore Paolo Nori ha cui furono impedite le conferenze su Dostoevskij alla Bicocca di Milano. Per non dire della negazione del contributo di due milioni di Euro alla Biennale di Venezia per aver consentito alla delegazione russa di allestire il proprio padiglione, tra l’altro oggetto di sua proprietà. Badate bene che questa parziale riammissione non è dovuta a un pentimento dell’Unione Europea o a un ravvedimento dei cosiddetti volenterosi ma è dovuta motu proprio all’iniziativa delle federazioni internazionali e del Cio che, con molto ritardo, hanno ritrovato una propria autonomia di giudizio. I russi gareggiano senza bandiera, inno o simbolo nazionale e comunque con grande scorno dei Calenda o Picierno nostrani che avrebbero voluto perpetuare l’esclusione. Confermando una volta di più che l’Italia è infestata di russofobia più che di russofilia. Le liste di proscrizione andrebbero compilate includendo proprio questi soggetti che fanno della demagogia e della retorica la propria arma per riscattare un’insipienza politica facilmente constatabile. Così ora si procede in ordine sparso.

Ogni federazione o istituto sportivo procede per conto suo. Si constata comunque che, anche dopo quattro anni di isolamento, lo sport russo non ha perso di competitività ed ha ripreso ad arraffare medaglie, come mostrano i primi risultati dei campionati continentali di nuoto a Parigi. Applauditi dal pubblico sul podio, senza alcun pregiudizio.  La deregulation è comunque totale se un tennista come Medvedev ha potuto continuare a esercitare la propria attività professionistica sin dal primo giorno della guerra. E nessuno spettatore che ha assistito alle sue partire ha mai pensato di fischiarlo solo perché russo.  Ci auguriamo, pur con questa progressione alla cieca, la riammissione sia totale e indiscriminata fino a giungere, dimostrando, una volta di più, che lo sport può unire quello che la politica e l’ipocrisia internazionale contribuiscono a dividere. Ben altri picchi sono stati raggiunti in passato quando l’Olimpiade di Berlino 1936 fu vissuta come celebrazione dei fasti del nazismo e con la stessa enfasi nazionalistica con cui l’Italia festeggiò i successi nei campionati mondiali di calcio del 1934 e del 1938.

Autore

  • Romano, 48 anni di giornalismo di cui 35 a Tuttosport come caposervizio tra Roma, Milano, Torino, seguendo i principali eventi dello sport internazionale dopo essersi laureato in lettere moderne con il prof. Pedullà. . Autore di 23 libri con particolari focus su legalità, azzardo, mafie, sport etico. Volontario di Libera, comunicatore, attualmente free lance per alcune testate telematiche. Appassionato di teatro, cinema, letteratura, trekker dilettante.

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