Yuval Abraham e Rachel Szor, i registi di NazaIl potere contemporaneo non parla più apertamente il linguaggio del tiranno. Nel Vangelo secondo Matteo leggiamo: «Allora Erode, vedendosi beffato dai Magi, si infuriò e mandò a uccidere tutti i bambini di Betlemme e del suo territorio dai due anni in giù» (Mt 2,16).

Oggi il potere parla invece il linguaggio tecnico della sicurezza, della deterrenza, della precisione, della proporzionalità, dei “danni collaterali”. Benjamin Netanyahu ha ripetutamente definito l’IDF «the most moral army in the world», ancora il 16 settembre 2026, respingendo come assurde le accuse di crimini di guerra rivolte alle forze israeliane. È proprio questa rivendicazione morale a rendere NAZA tanto inquietante.

NAZA indica, nel gergo militare israeliano, il danno civile previsto prima dell’attacco, non le vittime che vengono contate dopo l’esplosione, ma quelle che entrano nella stima preliminare alla decisone di sganciare la bomba. Il film di Yuval Abraham e Rachel Szor raccoglie le testimonianze anonime di 24 appartenenti alle strutture militari e d’intelligence israeliane, che descrivono sistemi di individuazione dei bersagli, strumenti di intelligenza artificiale, sorveglianza e valutazioni preventive delle vittime civili. Secondo alcune testimonianze, per determinati obiettivi sarebbero state ammesse stime di circa venti vittime civili; in un caso riguardante un obiettivo di alto livello viene descritta un’autorizzazione con un NAZA stimato fino a 500 civili. L’IDF contesta radicalmente questa ricostruzione.

Le testimonianze e la verifica giornalistica

Anonimo, però, non significa necessariamente non verificato. NAZA nasce da oltre tre anni di lavoro investigativo e sviluppa precedenti inchieste del Guardian, di +972 Magazine e di Local Call. Ventiquattro testimonianze provenienti dall’interno dell’apparato militare e d’intelligence, sottoposte a verifica giornalistica, non costituiscono una sentenza e non sostituiscono la prova processuale; ma non possono neppure essere liquidate come una raccolta di voci incontrollate.

Venti NAZA, meno di venti, cinquecento, numeri al posto di vite, volti, famiglie, bambini.

Quando la precauzione diventa una soglia

In un’operazione militare stimare preventivamente il danno civile è necessario proprio per limitarlo. Il rovesciamento morale avviene quando quella previsione smette di funzionare come freno e rischia di trasformarsi invece in una quantità di vite considerate sacrificabili, magari attraverso soglie standardizzate anziché mediante una reale e rigorosa valutazione del vantaggio militare concreto e diretto del singolo attacco.

La precauzione si capovolge allora nel suo contrario e non si calcola più soltanto per evitare morti, ma per stabilire quante vittime possano essere messe in conto.

Ed esistono episodi che, osservati alla luce di una simile capacità tecnologica e informativa, pongono domande ancora più difficili.

La famiglia al Najjar e gli attacchi al personale sanitario

Il 23 maggio 2025 un attacco israeliano colpì a Khan Younis l’abitazione della pediatra palestinese Alaa al-Najjar. Lei era al lavoro al Nasser Hospital, mentre a casa si trovavano il marito Hamdi, anch’egli medico, e i loro dieci figli. Nove bambini furono uccisi, di età compresa tra pochi mesi e dodici anni. Hamdi rimase gravemente ferito e morì successivamente. L’unico figlio sopravvissuto, Adam, riportò gravissime ferite e l’Italia si offrì di accoglierlo per le cure. L’IDF confermò l’attacco sostenendo di avere colpito alcuni “sospetti” in una struttura vicina alle proprie truppe e di avere adottato misure per mitigare il danno ai civili.

Il caso al-Najjar, da solo, non dimostra che quella famiglia sia stata deliberatamente scelta come bersaglio ma il contesto che le testimonianze raccolte da NAZA contribuiscono a delineare impedisce di considerarlo soltanto una tragedia isolata, senza interrogarsi sull’eventuale ricorrenza di episodi analoghi.

Nel luglio 2025 l’Ufficio ONU per i diritti umani aveva registrato, in meno di due mesi, almeno dieci attacchi nei quali erano stati uccisi dieci medici e cinque infermieri. In sette casi erano state colpite abitazioni o tende e il personale sanitario era morto insieme ai propri familiari, bambini compresi. L’ONU dichiarò di non avere ricevuto indicazioni che quei professionisti o le loro famiglie partecipassero direttamente alle ostilità e rilevò la necessità di investigare possibili uccisioni volontarie o attacchi diretti contro civili, che costituirebbero crimini di guerra.

Ancora più grave è quanto aveva già concluso la Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite: secondo la Commissione, Israele avrebbe attuato una «concerted policy to destroy the health-care system of Gaza», attraverso uccisioni, ferimenti, arresti, detenzioni e maltrattamenti del personale sanitario. La Commissione ha qualificato alcune di queste condotte come crimini di guerra e come crimine contro l’umanità. Sono conclusioni di un organismo investigativo internazionale, non sentenze definitive nei confronti di singoli imputati, e Israele le contesta. Ma rendono difficile esaminare ogni medico ucciso come se nulla potesse collegarlo agli altri.

I giornalisti uccisi e le indagini del CPJ

Lo stesso interrogativo riguarda chi documenta la guerra. Il Committee to Protect Journalists, dopo avere sottoposto i propri dati a revisione, dichiarava nel giugno 2026 di avere determinato che almeno 75 giornalisti e operatori dei media erano stati direttamente presi di mira e uccisi dalle forze israeliane in rappresaglia per il loro lavoro, continuando a investigare molti altri casi sospetti. È la valutazione documentale del CPJ, non una sentenza giudiziaria, ma è anch’essa un dato rilevante nell’analisi di un eventuale pattern.

Medici. Giornalisti. Famiglie. Bambini,  e a questo punto la questione tecnologica diventa ancora più inquietante.

La tecnologia e la conoscenza delle conseguenze

Più un apparato militare dispone e rivendica capacità sofisticate di sorveglianza, geolocalizzazione, intercettazione, identificazione algoritmica e valutazione preventiva del danno civile, più si restringe lo spazio dell’ignoranza come spiegazione. La tecnologia non prova da sola l’intenzione criminale, ma può trasformarsi da argomento della “precisione” in possibile elemento di prova della conoscenza preventiva delle conseguenze di un attacco.

Se un esercito non conosce la presenza dei bambini in una casa può esistere l’ipotesi del tragico errore d’intelligence. Ma se fosse dimostrato, nel singolo caso, che conosceva identità, presenze, relazioni familiari e numero prevedibile delle vittime, e che l’attacco venne comunque autorizzato senza un vantaggio militare proporzionato, la domanda giuridica e morale sarebbe radicalmente diversa, ovvero sapevamo, e hanno deciso ugualmente di attaccare.

È allora che la formula “danno collaterale” rischia di diventare intollerabilmente cinica. La circostanza che un danno civile fosse previsto non lo rende, da sola, giuridicamente non “collaterale” ed infatti il diritto bellico ammette che un attacco contro un obiettivo militare possa produrre danni incidentali ai civili, ma impone che tali danni non siano eccessivi rispetto al vantaggio militare concreto e diretto previsto e che vengano adottate le precauzioni concretamente possibili.

Crimini internazionali e ricerca di un metodo

Se però distruzioni, famiglie cancellate, uccisioni di civili e annientamento di infrastrutture essenziali non fossero una successione di episodi indipendenti, ma rivelassero una metodologia reiterata e consapevole, la categoria del “danno collaterale” non basterebbe più a spiegare ciò che accade. Occorrerebbe verificare se ci si trovi di fronte a una successione di attacchi illegittimi e, su scala più ampia, se emergano gli elementi di un attacco diffuso o sistematico contro una popolazione civile, di fatto la prova del genocidio.

Lo Statuto di Roma distingue rigorosamente le categorie dei crimini contro l’umanità che richiedono determinati atti commessi nell’ambito di un attacco diffuso o sistematico contro una popolazione civile, con conoscenza dell’attacco ed il genocidio che richiede qualcosa di ulteriore e specifico ovvero l’intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso in quanto tale.

NAZA non dimostra da solo quest’ultimo intento, né il singolo caso al-Najjar basta a dimostrare l’esistenza di un sistema. Ma le testimonianze raccolte dal film, se corroborate, possono descrivere una possibile metodologia seriale. Ed è precisamente attraverso la convergenza di molteplici elementi — ordini, soglie, database, testimonianze interne, ripetizione degli attacchi, categorie delle vittime, conoscenza preventiva, proporzionalità e catena di comando — che un’indagine internazionale può distinguere tra casualità e metodo.

Il dubbio sul carattere sistematico non nasce dunque necessariamente dal singolo cratere ma nasce dalla ricorrenza e dalla distribuzione dei crateri e dalla possibilità che qualcuno, prima che le bombe li scavassero, avesse già calcolato quante persone sarebbero morte.

Le responsabilità della catena di comando e delle aziende

Esiste poi una responsabilità che precede e supera il processo penale: quella morale, professionale e civile, ovvero la responsabilità di chi ordina e autorizza, di chi costruisce e gestisce gli strumenti, di chi possiede informazioni e tace, di chi ha il potere di controllare e rinuncia a farlo. La responsabilità penale, naturalmente, rimane rigorosamente individuale e deve essere provata persona per persona.

Lo stesso rigore deve valere per le aziende tecnologiche. Ad esempio, Palantir ha pubblicamente confermato una partnership strategica con il Ministero della Difesa israeliano a sostegno dello sforzo bellico. La società nega però espressamente di avere fornito o sviluppato Lavender e Gospel e non sarebbe corretto attribuirle quei sistemi senza prove. Ma proprio perché la tecnologia privata entra sempre più profondamente nelle infrastrutture militari, rimane legittima una domanda di trasparenza: quali sistemi vengono forniti, per quali funzioni e con quali garanzie perché non contribuiscano a violazioni del diritto internazionale?

La responsabilità civile e il controllo del potere

Una società intera, naturalmente, non è penalmente colpevole in blocco. Ma una società democratica deve confrontarsi con ciò che viene compiuto dalle istituzioni che agiscono in suo nome. Un’elezione non è un tribunale e non determina responsabilità penali; può però produrre continuità o discontinuità nelle politiche, modificare i meccanismi di controllo e ridefinire il rapporto tra cittadini, istituzioni e decisioni pubbliche.

La rispettabilità e reputazione di una nazione non dipende dall’illusione di non avere mai commesso colpe — privilegio che la storia non riconosce a nessun popolo — ma dalla capacità di guardare con rigore i fatti, indagarli, riconoscere le responsabilità individuali e istituzionali e imporre limiti al proprio potere.

Il punto più tremendo di NAZA non è il “danno collaterale” scoperto dopo ma il calcolo cinico dei sacrificabili, previsti, numerati, accettati. Ed infine Vox populi, vox dei, con un liberatorio applauso di 25 minuti, che pare significativo.

I ventiquattro testimoni che hanno rotto il silenzio

Il messaggio più importante di NAZA non pare siano solo gli algoritmi, i database, le soglie di vittime civili previste l’utilizzo dell’intelligenza artificiale, il controllo sociale analitico che vede tutto ascolta tutto e diventa fonte di elaborazione degli attacchi militari, ma sono i ventiquattro esseri umani che hanno deciso di parlare.

Militari, analisti, uomini e donne dell’intelligence israeliana, ovvero persone che erano dentro la macchina bellica, piccoli ingranaggi — small cogs, come alcuni si descrivono — ma proprio per questo capaci di raccontarne il dettaglio del funzionamento. I loro volti sono nascosti, le voci alterate e il Guardian afferma che le testimonianze sono state verificate attraverso oltre tre anni di lavoro investigativo. L’IDF le contesta, naturalmente sul piano del tradimento ma nulla può dire sul funzionamento. Resta e ingigantisce il fattore umano prima ancora che giornalistico di ventiquattro persone hanno infranto il silenzio dell’organizzazione alla quale appartenevano.

Non sappiamo cosa accada nella coscienza di ciascuno e sarebbe arbitrario o peggio diagnosticarli a distanza. Ma possiamo però riconoscere l’antico conflitto tra obbedienza e coscienza, tra la lealtà verso il gruppo e quella verso i principi morali che improvvisamente tornano a reclamare il proprio posto nella identità di una persona umana.

I traumi di guerra e la ferita morale

La guerra lascia sempre ferite in chi la combatte. In Israele la crisi psicologica dei membri delle forze armate ha assunto dimensioni gravissime e gigantesche. Reuters ha documentato un forte aumento dei disturbi post-traumatici e 279 tentativi di suicidio tra gennaio 2024 e luglio 2025, il 78% dei quali riguardava soldati combattenti. Migliaia di militari ricevono assistenza per traumi psicologici. Le cause sono molteplici, la paura, la morte dei compagni, le lunghe mobilitazioni, il trauma del 7 ottobre, i combattimenti, ma gli specialisti descrivono anche di moral injury, la ferita prodotta dal partecipare o assistere a qualcosa che entra in collisione con i propri valori fondamentali di persona umana.

Ed allora cercano luoghi nei quali allentare per qualche giorno la mente dei traumatizzati, con ritiri terapeutici nella natura, programmi sul mare, centri in Thailandia frequentati anche da reduci, giornate sulla costa israeliana dove soldati tornati da Gaza cercano di elaborare o dimenticare ciò che hanno vissuto. Il mare e lo svago diventano una valvola di decompressione probabilmente suggerita per restituire ordine a una coscienza sconvolta, ciò che la sola disciplina militare non può fare. Ma esistono ferite interne che nessuna vacanza può cancellare.

La disumanizzazione e il ritorno della coscienza

Quando NAZA mette in onda uomini che davanti a schermi dei loro supercomputer le famiglie erano solo un numero, un’abitazione una coordinata, i bimbi una quantità prevista di “danno collaterale”, mostra uno dei più antichi meccanismi della disumanizzazione quella di separare l’atto dalla sua conseguenza. Non uccido ma solo elaboro dati. Non scelgo ma solo applico una procedura. Non vedo bambini, vedo NAZA. Una volta in un’altra tragedia vedevano e contavano pacchi. La burocrazia dell’efficienza offre rifugio alla coscienza distribuendo la responsabilità fra mille mani ed Hannah Arendt nel suo “La banalità del male” coraggiosamente entra e descrive questi meccanismi. Eppure, talvolta in persone che restano umane qualcosa si rompe e l’ingranaggio torna a vedere la macchina di cui ha fatto parte, ed il numero ridiventa un volto e la coordinata ridiventa una casa e NAZA, il “danno collaterale”, ridiventa una persona.

Sembra questo il significato morale più profondo dei ventiquattro testimoni di NAZA. Non necessariamente eroi, non necessariamente innocenti, non necessariamente mossi tutti dalle stesse ragioni. Ma persone che, a un certo punto, hanno scelto di non lasciare che il silenzio continuasse a parlare al loro posto.

Denunciare per impedire che accada ancora

Denunciare può servire ad alleggerire una coscienza, ma anche qualcosa di più: tentare di impedire che ciò di cui ci si è sentiti partecipi o testimoni continui ad accadere.

Rimanere umani, allora, non significa non essere mai entrati nella macchina, ma avere il coraggio di conservare, anche quando si è stati dentro, la capacità vitale e salvifica di riconoscere l’altro come uomo e avere ancora il coraggio di dire: io ho visto, questo è accaduto, questo è un uomo, non voglio più tacere.

Le domande pubbliche poste da NAZA

Non serve aver visto NAZA per porre le domande che le sue testimonianze hanno già consegnato allo spazio pubblico. Il film raccoglie le parole di ventiquattro appartenenti o ex appartenenti all’apparato militare e d’intelligence israeliano sui sistemi di sorveglianza, sull’individuazione dei bersagli e sull’impiego di strumenti tecnologici di sorveglianza nella guerra a Gaza. Singoli episodi e conclusioni del film sono contestati dall’IDF e richiedono verifica, ma quelle testimonianze, proprio perché numerose e convergenti sui meccanismi descritti, costituiscono inequivocabilmente materia sulla quale è possibile legittimamente ragionare.

La questione più inquietante non è semplicemente se una macchina da guerra possa decidere chi colpire, ma cosa accade all’uomo quando la macchina rende semplice e banale farlo, come in un videogioco. Localizzare, classificare, ascoltare, trasformare una casa in una coordinata, una famiglia in un insieme di segnali, le possibili vittime (NAZA) in una soglia numerica perché appare indubitabile e documentato proprio dal film che la tecnologia crea una distanza o una voragine morale.

Hannah Arendt e la responsabilità individuale

Hannah Arendt diventa una testimone di drammatica attualità, con la “banalità del male” che non riguardava la bollatura di uomini necessariamente mostruosi, ma l’esposizione alla thoughtlessness, ovvero la rinuncia a pensare moralmente ciò che si sta facendo quando il proprio gesto diventa una funzione, una rotellina, dentro un apparato omicida. Non serve stabilire improprie equivalenze storiche per cogliere la domanda di dove finisce l’esecuzione efficiente di una procedura e dove residua la responsabilità dell’individuo.

Ed è questa, forse, la resa dei conti più difficile per la società israeliana evoluta, scientificamente avanzata e democraticamente organizzata e non soltanto chiedersi quali tecnologie abbia costruito, ma quale società umana abbia formato. Le macchine non si disumanizzano, ovviamente non sono mai state umane ma hanno disumanizzato come testimoniato da GAZA, insegnando a vedere attraverso il linguaggio di “bersaglio”, “danno collaterale”, “probabilità”, “soglia accettabile”, tutti termini tecnicamente necessari ma diventati diaframmi morali cinicamente funzionali fra chi decide e chi morirà.

Le parole della politica e la disumanizzazione

Ma nessun processo di questo genere nasce nel vuoto e le parole costruiscono il campo nel quale le azioni diventano pensabili. Esponenti ai massimi livelli dello Stato israeliano hanno pronunciato frasi poi entrate nel dibattito internazionale sulla disumanizzazione: l’allora ministro della Difesa Yoav Gallant parlò di una guerra contro “animali umani”; il presidente Isaac Herzog attribuì una responsabilità all’“intera nazione” di Gaza; Netanyahu richiamò Amalek. Commissioni delle Nazioni Unite hanno interpretato questo insieme di dichiarazioni come parte di una retorica disumanizzante interpretabile come intento genocidario.

Ciò non stabilisce automaticamente un rapporto causale con quanto accaduto a Gaza, ma rende impossibile separare completamente la guerra dal processo politico e culturale nel quale è stata combattuta, e la trappola morale nella quale è caduta la società israeliana.

Le elezioni e il confronto con la società israeliana

NAZA pone una domanda che supera il film stesso, perché il prossimo 27 ottobre 2026 Israele voterà per eleggere la nuova Knesset. Queste elezioni non riguarderanno soltanto una maggioranza parlamentare o la permanenza di un primo ministro ma anche e soprattutto il futuro degli equilibri istituzionali, il rapporto fra potere politico e magistratura, la guerra e la relazione con i palestinesi. Saranno quindi inevitabilmente anche il momento di vero confronto della società israeliana con ciò che essa è diventata in questi anni e con ciò che intende essere dopo. Ovviamente, le urne non cancellano responsabilità e non sostituiscono tribunali, storia o coscienza, ma permettono a una società di interrogarsi sulla direzione politica che ha prodotto e sostenuto. La vera resa dei conti, allora, non consiste soltanto nello stabilire chi abbia premuto un pulsante ma nel domandarsi chi abbia costruito la macchina, quale cultura ne abbia reso accettabile l’impiego, quali parole abbiano reso più facile non vedere l’altro e quali istituzioni avrebbero dovuto opporre un limite, per restare umani.

Restare umani significa precisamente di continuare a vedere una persona dove il sistema mostra soltanto un dato, un numero, e conservare la capacità umana, morale, di chiedersi come si sia potuto arrivare al punto di non vederla più.

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