Riposto per ora nel cassetto il sogno di una spedizione tra i Cuna nel Mar dei Caraibi di fronte alla costa di Panama, torniamo nel Gran Chaco, miniera inesauribile di storie e di personaggi fuori dal comune che vale la pena conoscere. Uno di questi si chiama Giuseppe Lavarello. Ve ne parlerò iniziando da come finì la sua straordinaria esistenza.

Correva l’anno 1865. Un rimorchiatore navigava 50 miglia ad est di Montevideo, nel Rio de La Plata, un fiume così ampio che il suo scopritore, Juan de Solis lo aveva chiamato, tre secoli e mezzo prima, “El mar dulce”, il mare di acqua dolce. A bordo l’armatore, Giuseppe Lavarello, seguiva le manovre.

“Nave a prua!!!”. La vedetta aveva avvistato un piccolo scafo in difficoltà. Doveva avere già imbarcato parecchia acqua, sembrava sul punto di affondare e si intravedevano le braccia dell’equipaggio, agitate in una disperata richiesta di soccorso. Lavarello non esitò.

 ”Avanti tutta, pressione al massimo !!!”.  Palate di carbone furono gettate nel fuoco della caldaia, la lancetta del manometro iniziò a salire verso il quadrante rosso ed il motore, con lenta progressione, aumentò la frequenza dei colpi. Più ci si avvicinava e più si aveva conferma di una situazione drammatica. Altro carbone sul fuoco, il rimorchiatore vibrava sotto la spinta e sbuffi di vapore uscivano delle giunture delle tubazioni. La lancetta del manometro superò il settore rosso. La prua del rimorchiatore sollevava un’onda che saliva sulla tuga. Poi una esplosione assordante e su questa scena calarono le tenebre. Lavarello e il suo equipaggio si inabissarono nel Rio de la Plata nell’ estremo tentativo di salvare naufraghi sconosciuti.

Giovan Battista Lavarello, cugino di Giuseppe, fu un altro pioniere della navigazione a vapore.

Trent’ anni prima Giuseppe Lavarello, giovane ventenne di belle speranze, erede di una tradizione marinara antichissima, aveva lasciato la natia Camogli e si era imbarcato per il Sudamerica. Faceva parte di una legione di Liguri, interpreti di un’era di grandi sviluppi nella navigazione, nella quale i gloriosi clipper, splendide navi di legno, venivano sostituiti da scafi di ferro, e la vela era affiancata dal motore a vapore. Le nuove tecnologie avanzavano e nel Nuovo Mondo c’era tanto da fare.

Il giovane Lavarello si rimboccò le maniche. Fu pioniere della costruzione di navi a vapore in Sud America, creò la prima impresa di rimorchiatori, la prima linea di navigazione Buenos Aires/ Montevideo, fu incaricato dal governo argentino di trasportare migliaia di immigranti italiani nelle province di Buenos Aires, Entre Rios, Santa Fe e Córdoba, ottenne concessioni per lo sfruttamento di miniere di rame, argento e oro nella provincia di Salta.

Su quest’ ultimo punto Lavarello concentrò la sua attenzione: come far arrivare in tempi e con costi contenuti al porto di Buenos Aires ingenti quantitativi di minerali provenienti dalle miniere argentine e boliviane. La risposta era ovvia: navigazione fluviale a motore, scendendo il rio Pilcomayo o il Bermejo che nascono dalle pendici delle Ande e, seguendo un percorso parallelo, attraversano la pianura del Gran Chaco per sboccare nel rio Paraguay che confluisce nel Paranà, fino al Mar de la Plata. Il Pilcomayo era dotato di una portata adeguata ma, a metà del suo corso, si perdeva in un labirinto di lagune e pantani, al quale faceva seguito una serie di rapide. Lavarello decise: la via da imboccare era il rio Bermejo.

Molti ci avevano provato ma nessuno ci era riuscito.

Il rio Pilcomayo e il Bermejo nascono dalle pendici delle Ande, attraversano la pianura del Gran Chaco e sboccano nel rio Paraguay

25 Settembre 1855. Il cannoncino di bordo del Zenta esplose tre colpi in omaggio al governatore di Orano, D. Francisco Sevilla, giunto a Puerto de Pizarro, per assistere alla partenza della spedizione. Spinte dalle braccia dei quattro indigeni due ruote a pale iniziarono a girare e Lavarello diresse la prua dell’ imbarcazione verso il centro del fiume, alla ricerca dei fondali più profondi e della corrente più rapida. Di fronte a se, il Zenta aveva un percorso di 700 km in linea d’aria, più del doppio calcolando le innumerevoli anse del tortuoso percorso del fiume, un numero infinito di bassifondi, secche, punti di approdo dei quali prendere nota, prima di sboccare nel grande rio Paraguay.

A questo punto vanno spese due parole per spiegare cosa fosse il Zenta.

Lavarello aveva riflettuto a lungo. Ci voleva un’imbarcazione abbastanza grande per trasportare l’attrezzatura necessaria per fare rilievi cartografici, scandagliare accuratamente tutto il fiume, e disegnare una dettagliata mappa per aprire la via alla navigazione fluviale. Doveva però essere di dimensioni contenute e con poco pescaggio per infilarsi in tutte le vie d’acqua secondarie.

E quale sistema di propulsione adottare? A remi, tipo galea veneziana sarebbe stato inadatto agli stretti anfratti che doveva esplorare. Un motore ad elica? Sarebbe rimasta continuamente impigliata nelle alghe e nei camalotes. E poi, come rifornirsi di carburante?

Non ce ne sono le prove ma non escluderei che sotto gli occhi dell’ingegnoso esploratore sia finita la riproduzione di un’invenzione di Leonardo da Vinci: un battello a ruote, unite da un’asse con andamento a p greca, tipo quello dell’albero a cammes delle automobili, che poteva essere azionato da 4 uomini.

Barca con propulsione a ruote, disegnata da Leonardo Da Vinci nel 1482.

Da Puerto Pizarro il Zenta iniziò la discesa del rio Bermejo. Le acque erano cristalline e le temperature, nella primavera australe, ancora gradevoli ma le zanzare, Lavarello lo annota nel diario di bordo, erano infestanti. Bisognava stare all’erta perché, senza preavviso, si scatenavano tempeste soprattutto da sud, con improvvisi e violenti acquazzoni tropicali.  Inoltre era necessario “mucho trabajo por falta de agua” e, talvolta, bisognava trascinare a mano la barca fuori dalle secche. Il paesaggio era vario. Si alternavano rive basse con bianchi arenili a scarpate alte e ripide. A terra, alberi di algarrobo, quebracho, cedro, lapacho e palo santo. Una vegetazione a tratti fitta nella quale si nascondevano tigri, orsi, volpi, formichieri, cervi ed una grande varietà di serpenti. Le occasioni per integrare la cambusa non andavano trascurate. Dalle acque del fiume si ricavavano dorados, pacu, surubi o bagre e qualche volta, a terra, si riusciva a mettere le mani su di una vacca sfuggita al controllo degli estancieros.

Nella prima metà del suo viaggio, il Zenta entrò nel territorio dei Mataco ( Wichi ), abbastanza abituati a pacifici rapporti commerciali con gli estancieros argentini e boliviani. Alcuni lavoravano nelle stesse estancias alla produzione di zucchero ed aguardiente.

Il 22 ottobre, leggiamo nel diario di bordo del Zenta :” …incontrai una compagnia di Indios Mataco e ordinai di fermare la macchina per conversare con loro…chiesi loro dove si trovava la Esquina Grande, Mi risposero a meno di una lega.” La spedizione era arrivata all’altezza del luogo ove sorge oggi la cittadina di Rivadavia.

I Mataco (Wichi) erano nomadi cacciatori e raccoglitori. Cercavano patate selvatiche e cardi e le trattavano in modo da ricavarne un alimento gradevole anche al palato di un non indigeno. Cacciavano con arco e frecce, lance dotate di una punta ricavata dall’ artiglio di un grosso animale, e con una specie di mazza chiamata macana.

 Le capanne avevano un diametro pari alla lunghezza di una persona sdraiata ed erano immerse nella boscaglia, con la quale si confondevano. Nessuno si preoccupava di tagliare la vegetazione per ricavare spazi liberi e tenere a distanza serpenti e insetti velenosi. Eppure, annota Lavarello, nessuno moriva per morsi o punture. La medicina naturale indigena guariva da questi ed altri malanni.

All’ incontro con i wichi Lavarello non andò a mani vuote. Portava “…6 fazzoletti, 3 coltelli, 3 pacchetti di tabacco e gingilli per le donne“. L’omaggio fu gradito. Il giorno seguente, un emissario del cachique partì con un messaggio orale per le comunità indigene stanziate sul corso del fiume, con la raccomandazione di assicurare un passaggio indisturbato del Zenta. Una specie di salvacondotto.

Donne wichi. Foto Max Shmidt 1935.

Un mese dopo la partenza da Puerto Pizarro il Zenta, lasciate le terre dei pacifici wichi, entrò in quelle dei bellicosi Toba.

Sulla riva occidentale del fiume apparve un accampamento. Il capitano diede ordine di fermare il battello per parlamentare con il cachique che si era presentato, accompagnato da una scorta di 8 indigeni. Si chiamava Granadero ed era “…un uomo alto, ben formato, vigoroso e dalla pelle non tanto scura come quella degli altri Mataco.” Come pegno di amicizia ricevette 6 pacchetti di tabacco, 6 fazzoletti ed altrettanti coltelli. Soddisfatto, Granadero consigliò ai suoi nuovi amici di evitare contatti con i Toba “ Indios muy feroces y al mismo tiempo muy falsos.”

Il 26 ottobre, improvvisamente, sbucarono dalla fitta boscaglia 12 indigeni che si lanciarono nel fiume dirigendosi a nuoto verso il Zenta. Un ordine secco, i sei fucili ed il cannoncino di bordo furono puntati sugli aggressori. Gli indigeni fecero retromarcia tranne il cachique al quale fu permesso di salire sullo Zenta per ricevere un dono, un pegno di pace. Il cacique se ne andò soddisfatto, nuotando con una sola mano perché l’altra era protesa in aria per non bagnare un prezioso pacchetto di tabacco. Arrivato a terra fece gesti di saluto, gridando: ”Adios amigo!”.

Lavarello riprese il cammino. Il vento era girato a sud e il Zenta procedeva lentamente. I 4 indigeni addetti al funzionamento della “máquina de madera” dovevano contrastare la forza del vento contrario. Un fitto canneto, lungo la riva, celava un nemico invisibile. Una raffica di frecce ne uscì, diretta al vascello. Per fortuna furono deviate dal vento contrario. I quattro indigeni incurvarono le schiene, lucide di sudore, raddoppiando i loro sforzi, per mettersi a distanza di sicurezza. Per questa volta se l’erano cavata ma non era finita. Poche ore dopo, dalla boscaglia partì un’altra raffica di frecce. Il nostromo, Juan Rosacuta, lanciò un grido di dolore e cadde sul ponte. Due frecce lo avevano raggiunto alla testa ed una terza era conficcata sulla sua spalla. Una scarica di fucileria rispose alla aggressione, mentre i 4 indigeni addetti alle macchine spingevano con tutte le loro forze. Il Zenta si allontanò e, calata l’oscurità, diede fondo in mezzo al fiume. Il nostromo ebbe sollievo da erbe e pozioni naturali avute dai Wichi. Per fortuna l’ancora era messa bene ed il fondo era buon tenitore. Durante la notte si scatenò una tempesta da sud. Durò poco ma il vento era di una violenza impressionante. Accucciati sul fondo dell’imbarcazione tutti pregavano che quell’ inferno finisse.

Guerrieri Toba.

Il 16 novembre, a quasi due mesi dalla partenza da Puerto Pizarro, Lavarello fu ricevuto da Pujol, governatore di Corrientes in pompa magna. L’impresa era compiuta.

Il 6 dicembre consegnò il diario di bordo e la carta da lui realizzata, che riportava tutti i dettagli del corso del rio Bermejo, al Ministro degli Interni del Governo Argentino, Dr. D. Santiago Derqui. Questi gli indirizzò una lettera, datata 17 marzo, con la quale, a nome del Vice Presidente della Repubblica Argentina, riconosceva al capitano di aver svolto un “importante servizio alla Nazione”. Si attribuiva poi un premio di 1500 pesos e si conferiva a Lavarello l’impiego di Capitano della Marina da guerra Nazionale. La fama dell’impresa valicò l’oceano. Il 29 agosto de 1856 l’Ambasciatore in Argentina, Marcello Cerruti inviò una nota al conte Camillo Benso di Cavour ringraziandolo di aver pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del Regno di Sardegna una descrizione delle gesta del Capitano Lavarello. Lo stesso ambasciatore aveva già inviato a Cibrario, Ministro degli Esteri, la carta di Lavarello arrotolata in un tubo, che aveva affidato ad un maestro di musica in viaggio di rientro in Italia. La carta del rio Bermejo, un documento lungo quasi tre metri, servì per aprire nuove rotte commerciali. Poi venne sostituito da cartografie più aggiornate e finì negli archivi sudamericani e italiani, abbandonato e dimenticato.

Carta del rio Bermejo, redatta da Lavarello a seguito del suo viaggio del 1855.

Gennaio 2019.  “Ciao Gherardo, conosci qualcuno a Rio de Janeiro?”

Quel gran genio del mio amico Riccardo stava per tirar fuori un nuovo coniglio dal suo cilindro di prestigiatore.

“Forse – risposi- magari all’ Istituto Italiano di Cultura c’ è ancora qualcuno che si ricorda di me, ma vuota il sacco!”

Il 21 febbraio Riccardo ricevette una mail dalla biblioteca Nazionale di Rio de Janeiro che annunciava: ”Estimado Sr. Riccardo Tiddi, Informo que el mapa ya esta digitalizado y disponible en el sitio web: http://objdigital.bn.br/objdigital2/acervo_digital/div_cartografia/cart485823/cart485823.jpgSaludos desde Brasil.” Carta del rio Bermejo, redatta da Lavarello a seguito del suo viaggio del 1855.

Tre metri di mappa fluviale con annotata una miriade di dati per il navigante, frutto di 2 mesi di duro lavoro, discendendo il rio Bermejo nel territorio che, non a caso, veniva chiamato El Impenetrable.

 

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