Gennaio 2014. Pasito Blanco, costa meridionale dell’isola di Gran Canaria.

“Pane, pane nero, gallette e crackers. Frutta e verdura, ancora acerba e a vari livelli di maturazione. Formaggi morbidi e stagionati. Jamón serrano sottovuoto e insaccati. Pasta riso lenticchie fagioli. Poco latte fresco e molto a lunga conservazione…” La lista della cambusa per quasi tre settimane di traversata dell’Atlantico era lunga ed assortita, come quella dei ricambi da portare e delle verifiche e dei controlli. La barca andava controllata da prua a poppa senza tralasciare neanche un dettaglio perché, in caso di guasti, avremmo dovuto cavarcela da soli.

Il guasto arrivò il primo giorno e non ci fu niente da fare. Timone automatico fuori uso.

Eravamo solo tre, Carlo Andrea ed io. Il quinto era sbarcato a Porto Torres e non se ne era saputo più niente. Il quarto era arrivato fino a Pasito Blanco, poi aveva girato sui tacchi. Sparito anche lui. Morale della favola ci aspettavano 8 ore al timone a testa per 18 giorni fino ai Caraibi.

All’inizio calma piatta, poi si scatenò l’Inferno. Le onde sembravano montagne rocciose. Una salì nel pozzetto e si abbatté’ sul dodger, quella specie di paraspruzzi che lo difende dal mare di prua, piegandone i tubi che fungono da telaio alla copertura in tela. Raddrizzarli alla bell’e meglio sarebbe stato un lavoraccio.

Quando smontavo dal mio turno al timone in piena notte ero intirizzito. Mi toglievo cerata e panni inzuppati, mi asciugavo vigorosamente, mi infilavo sotto il sacco a pelo in cuccetta ed aprivo “Tifone” di Conrad. Una pagina, al massimo una e mezza e sprofondavo in un sonno profondo, fino al prossimo turno.

Dopo due giorni, il vento iniziò a calare. 40, 30, 25 nodi. Le montagne rocciose divennero colline. Era bello all’alba andare a prua, raccogliere i pesci volanti caduti in coperta durante la notte e metterli in padella. Un saporito apporto proteico alla nostra dieta. Era bello arrampicarsi con il banzigo fino alle crocette per liberare una drizza incattivita, fermarsi un poco la in cima ad osservare l’orizzonte sconfinato e sotto di me Carlo e Andrea, impegnati a nelle manovre ed in lavori di pulizia e manutenzione. Che pace.

Avevamo tanto tempo per chiacchierare.

“Arrivati ai Caraibi ci aspettano belle vacanze con famiglia per un paio di stagioni poi potremmo far rotta sul canale di Panama per passare nel Pacifico. Ma prima, ci aspetta l’ultimo paradiso incontaminato”. Raccontavo, pensando già alla prossima campagna di arruolamento. “Un arcipelago corallino lungo la costa Atlantica di Panama. Da non perdere.

Le isole San Blas.

Nel ‘500 un gruppo di Cibcha migrò, dal centro della Colombia attraverso l’istmo di Darien si installò nel territorio che oggi fa parte della Repubblica di Panama.

Alle San Blas non arrivammo mai.

A Martinica vendetti la barca. Si chiuse un ciclo, iniziato a Taiwan 10 anni prima, che ci aveva portato a tappe ad Hong Kong, Mar della Cina Meridionale, Filippine, stretto di Malacca, Maldive, Seichelles, Bab el Mandeb, Mar Rosso, Canale di Suez, Gibilterra, Caraibi.

Si chiuse un ciclo e se ne aprì un altro: il Chaco, un mare prosciugatosi nel Mesozoico. Lunghe distese a perdita d’ occhio. 23 culture indigene da scoprire, il Museo Verde.

“Ma con questo Chaco ti sei proprio fissato” Diceva Antonella.

“Hai ragione, il mondo è grande ma non è ancora il momento. Dobbiamo finire di mettere a punto la nostra progettualità” replicavo.

Il momento arrivò, galeotto Erland Nordenkjold. Era costui un antropologo svedese, disegnatore e fotografo di assoluta bravura autore, agli inizi del 900, di splendidi ritratti di pescatori del rio Pilcomayo nel Gran Chaco e di guerrieri ed artigiane Wichi e Nivacle che stampavamo per consegnarli ai nipoti o pronipoti di coloro che erano stati immortalati un secolo fa. Un apprezzato strumento di recupero della loro memoria.

“Luca, hai presente Nordenskjold?

Frugando nell’ archivio digitale del Museo di Göteborg ho trovato sue foto degli Indios Cuna “

“Non sapevo che i Cuna fossero uno dei Popoli del Chaco”.

Replicò Luca.

“Non sbagliavi. I Cuna con il Chaco non c’entrano niente. Sono una popolazione di etnia cibcha, originaria della Colombia che, nel ‘500, migrò verso nord fino ad installarsi nell’ultimo dei paradisi naturali “

“Dove si trova questo paradiso?” Ero riuscito ad attirare l’attenzione di Luca.

“E’ un arcipelago corallino al largo della costa atlantica di Panama” replicai soddisfatto.

“Dobbiamo andarci, il paradiso non può attendere. Come si chiama?”

“Isole San Blas”.

Il mito dell’Eldorado.

I Cibcha sono un popolo dell’interno della Colombia. Orafi raffinati, apprezzavano l’oro non per il suo valore intrinseco al quale non davano importanza ma per la sua bellezza e malleabilità che consentiva di modellarlo in splendide creazioni. Durante la cerimonia di iniziazione il nuovo cachique cibcha veniva cosparso di una polvere d’oro che gli era soffiata addosso con una cannuccia. Poi si immergeva nelle acque del lago di Guatavita. Nacque così la leggenda dell’Eldorado, l’uomo dorato che, nell’ingorda immaginazione degli spagnoli, divenne un’intera città costruita con il nobile metallo perché, se si sprecava così facilmente, di oro ce ne dovevano essere quantitativi illimitati.

Nel 1.500, guidato da Turien, eroe condottiero, un gruppo di Cibcha si inoltrò nelle foreste del Darien, popolate da uomini formica e uomini pipistrello che dormivano a testa in giù appesi ai rami degli alberi, e proseguì nell’ istmo di Panama che era parte nella Colombia.

Nel 6/700 si allearono con pirati francesi ed inglesi, mantenendo l’indipendenza dagli Spagnoli, poi sancita da un trattato del 1787.

A metà dell’800 la pressione dei coloni bianchi si fece più forte. Per sfuggirla I Cuna si trasferirono sull’arcipelago che si trovava poco a largo dei territori nei quali erano stanziati. Ma non fu sufficiente.

Nel 1925i rapporti bianchi indigeni arrivarono al punto di rottura. La Comarca (regione) di San Blas tagliò i rapporti con la repubblica del Panama che si era a sua volta separata dalla Colombia e dichiarò l’indipendenza. La madre patria non la prese bene e si preparò a domare la rivolta. Sarebbe stato un bagno di sangue.

Si trovava però nelle San Blas un funzionario dello Smithsonian Institute molto bene introdotto a Washington. In breve, un’unità da guerra americana si interpose tra governativi e rivoltosi. Grazie alla mediazione americana i Cuna rinunciarono all’indipendenza ma si assicurarono una forte autonomia che mantengono ancora oggi.

Donna Cuna, 1925. Foto Marianne Greenwood.

Dario Nisivoccia, originario di Caposele, Irpinia, ex studente della Sorbona e campioncino di calcio, è un condensato di simpatia ed empatia. Da 2 o 3 anni fa lo smiling traveller nell’America Latina. Dal Messico alla Terra del Fuoco conosce tutto e tutti. Avevo un buon motivo per chiamarlo.

“Caro Gherardo, affittare a Panama una barca a vela per fare una crociera nelle San Blas ti costerebbe un patrimonio. Potresti invece spostarti da un’isola all’ altra facendoti portare dai Cuna, che hanno anno lance lunghe 6 metri con fuoribordo di 40/60 hp, dormire nell’ amaca nelle loro case, di legno o di bambù. Un modo migliore di entrare in contatto con loro.

Chiama Roberto che vive da anni a Portobello, di fronte alle San Blas. Lui ti aiuterà ad organizzare. “

L’ idea cominciava a prendere forma: una decina di giorni, tra la vacanza e la spedizione antropologica, per verificare se esistano le condizioni per portare il Museo Verde nell’arcipelago delle San Blas.

A volte i sogni vanno lasciati nel cassetto a maturare. Chi sa, magari è arrivato il momento di riaprirlo, questo cassetto.

Se ci riusciremo, avremo materia per altre puntate di questo blog.

L’ arcipelago delle San Blas. Un sogno nel cassetto.

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