Un intervento urbanistico e monumentale senza precedenti, che spostò verso est il baricentro dell’Impero Romano.
L’addio a una capitale vulnerabile
Roma non è più sicura. Le incursioni barbariche si sono fatte sempre più frequenti, feroci e imprevedibili; persino le imponenti Mura Aureliane non garantiscono più la protezione della città. Inoltre, l’antica capitale è drammaticamente lontana dai confini settentrionali e orientali dell’Impero, che sono i teatri dove si prendono le decisioni cruciali per la salvezza dello Stato.
Costantino, dopo avere riportato l’impero al suo assetto unitario, riflette a lungo sul dove stabilirsi in permanenza. Prima considera Serdica (l’odierna Sofia, in Bulgaria), dove ha soggiornato a lungo; poi Ilio, la città romana sorta sulle macerie della mitica Troia, che domina l’accesso ai Dardanelli. In seguito, si concentra sulla Regione degli Stretti e scarta sia Calcedonia, situata sulla sponda asiatica del Mare di Marmara, sia Nicomedia, già residenza di Diocleziano. Infine, sceglie Bisanzio, una città situata all’estremità sud-orientale d’Europa, affacciata sul Bosforo e lambita dalle acque del Corno d’Oro, di fronte a Calcedonia e a breve distanza da Nicomedia. Ne deriva che la nuova residenza di Costantino manterrà la presa sulle province orientali senza perdere il legame con quelle occidentali, fungendo così da cerniera tra le due anime dell’Impero, quella latina e quella greco-ellenistica.
Bisanzio è il capolinea di una rete stradale che si sviluppa per duemila chilometri a partire da Milano, attraverso il Veneto, l’Istria, l’Illirico, la Macedonia e la Tracia, ed è un punto di passaggio obbligato tra l’Europa e l’Asia, e tra il Mar Nero e il Mediterraneo. La sua posizione geografica è un concentrato di vantaggi strategici, economici e politici. Consente di controllare enormi flussi commerciali e garantisce un accesso privilegiato a immense risorse e a mercati fiorenti. Inoltre, è equidistante dalle “aree calde” dell’Impero: quella del Danubio e quella siriana.
Il principale crocevia
Quel fazzoletto di terra trasuda storia. Occupato già nel XIII secolo a.C. dai Micenei, lo fu nuovamente nel VII secolo a.C., quando un contingente di coloni di Megara, guidato da Biza, vi fondò una polis, Bisanzio. Passata prima sotto il giogo persiano e poi sotto il controllo di Alessandro Magno, la città rimase un prospero centro mercantile anche dopo la conquista romana della Grecia (146 a.C.). Nel 196 d.C., Settimio Severo espugnò Bisanzio dopo un assedio durato tre anni, la privò dei suoi diritti e la rase al suolo quasi per intero, per punirla dell’appoggio dato al suo rivale Pescennio Nigro. In seguito, egli tornò su suoi passi: ricostruì Bisanzio, dotandola di un ippodromo, di monumenti celebrativi e di una nuova cinta muraria, e la ribattezzò Augusta Antonina.
A Bisanzio, così come in tutto il resto dell’Oriente romano, la lingua d’uso comune per il commercio e la vita quotidiana è il greco, mentre il latino è riservato agli ambiti formali, legali e burocratici. Di conseguenza, l’identità della città è duplice, ma a forte prevalenza greca. Sebbene Bisanzio appartenga allo Stato romano e ne segua le leggi, tuttavia le tradizioni e lo stile di vita dei suoi abitanti si inseriscono in una differente cornice culturale. Una delle conseguenze principali è che l’ambiente locale si dimostra più ricettivo di quello latino in generale nei confronti del cristianesimo.
Un gigantesco cantiere
Trasformare Bisanzio nella residenza dell’imperatore, nella sede dell’amministrazione centrale e della corte, nel fulcro economico dell’impero, e in un luogo di stazionamento di truppe, è un’impresa che richiede uno sforzo titanico. Essa inizia ufficialmente tra l’8 e il 13 novembre del 324, appena due mesi dopo la battaglia di Crisopoli, che ha segnato la definitiva sconfitta dell’ultimo rivale di Costantino, Valerio Liciniano Licinio.
A imitazione di Romolo, il quale ha fondato Roma più di mille anni prima, Costantino traccia il sacro confine della città (pomerio). Per celebrare l’evento, farà collocare una colonna di bronzo alta 8 metri sulla spina dell’ippodromo in costruzione (si chiama così la grande barriera centrale attorno alla quale sfrecciano i carri). La colonna ed è stata sottratta al Santuario di Delfi: tre grandi serpenti s’intrecciano a spirale, risalendo lungo il fusto. Questo monumento è stato realizzato subito dopo la battaglia di Platea (479 a.C.) – lo scontro nel quale una coalizione di trentuno poleis aveva sconfitto l’esercito persiano – con il bronzo ottenuto dalla fusione delle armi, delle corazze, degli elmi e degli scudi sottratti ai nemici. In origine, recava in cima un calderone d’oro, sorretto dalle teste protese dei rettili (in seguito, il calderone è stato rubato). La sua ricollocazione nell’ippodromo di Bisanzio simboleggia il trionfo di Costantino sui suoi nemici, proprio come i Greci hanno prevalso nella II Guerra Persiana.
I lavori di rifondazione urbana, monumentalizzazione, riqualificazione urbanistica, e spoliazione e reimpiego che trasformeranno Bisanzio nella nuova capitale dell’Impero sono progettati e diretti da una folla di architetti, ingegneri, agronomi e funzionari statali. Impiegano una forza-lavoro stimata in circa 40.000 operai e sono destinati a durare per decenni. Alla fine, entro il regno di Costantino e quello del suo primo successore, suo figlio Costanzo II, la città risulterà grande il triplo della ricostruzione severiana (600-700 ettari anziché 200). Con Teodosio II si arriverà a oltre 1.400 ettari.
La geografia monumentale della nuova capitale
Le nuove mura sono rinforzate da torri sporgenti. In esse si aprono diversi ingressi monumentali, uno dei quali è la Porta di Attalo, impreziosito da marmi, da logge, e da una statua dell’imperatore.
Il cuore pulsante della capitale è il Gran Palazzo (o Sacro Palazzo), un imponente complesso fortificato, costruito in un arco di nove anni. Si tratta di “una città nella città”, composta da quartieri residenziali, uffici, caserme, terme e giardini. Per garantire l’approvvigionamento idrico a una popolazione ben più numerosa del passato, tenuto conto della scarsità d’acqua dolce superficiale, i costruttori affiancano all’acquedotto di epoca adrianea un colossale sistema di cisterne sotterranee.
La “colonna vertebrale” dell’impianto urbano è la Mese, un grandioso asse stradale affiancato da portici colonnati e botteghe. Questa via taglia longitudinalmente l’abitato, partendo dal centro politico e biforcandosi in corrispondenza della Piazza Filadelfia, là dove sorgono il Capitolium (il tempio dedicato alla Triade Capitolina di Giove, Giunone e Minerva) ed è collocato il gruppo statuario dei Tetrarchi (nel Medioevo, questa scultura sarà strappata dal Philadelphion e portata a Venezia, ed è oggi murata nell’angolo sud-ovest della Basilica di San Marco).
Il centro ideale della vita pubblica è l’Augusteion, una piazza rettangolare ricavata dall’antica agorà, che comunica con il Gran Palazzo attraverso la Chalké, maestoso vestibolo d’ingresso e principale accesso cerimoniale. Poco distante si apre il Foro, introdotto da un arco di trionfo e caratterizzato da una colonna che reca in cima una statua colossale di Apollo–Helios, i cui connotati sono stati rimodellati per ricavare il volto di Costantino. Il principale crocevia cittadino è però il Milion, un arco monumentale a quattro ingressi sormontato da una cupola, in cima al quale una statua di Costantino e una di sua madre, Elena, sono collocate l’una accanto all’altra e guardano verso Oriente. È situato al principio della Mese ed è il “punto zero” per il calcolo delle distanze stradali dell’Impero.
L’ippodromo viene ultimato con la costruzione della curva e della loggia imperiale, la quale comunica direttamente con il Gran Palazzo tramite un passaggio di sicurezza. Sopra i box di partenza da cui scattano i carri durante le corse sono collocati quattro cavalli di bronzo (anche questo gruppo statuario, nel 1204, sarà saccheggiato e portato a Venezia, ed è oggi collocato in copia al piano superiore della Basilica di San Marco, mentre l’originale è conservato all’interno della stessa). L’impianto, uno dei più imponenti del suo genere, ha una capienza compresa tra 80.000 e oltre 100.000 spettatori. È perciò uno dei più imponenti del suo genere. Non è solo un luogo di svago per corse di carri, parate, duelli di gladiatori, esecuzioni capitali di criminali, e per l’umiliazione pubblica di traditori dello Stato, ma il vero palcoscenico politico della città. È lì che il popolo esprime il proprio consenso all’imperatore o rumoreggia per le sue scelte fiscali o religiose. Le tifoserie sono organizzate in due demi – i Blu e i Verdi – che riuniscono trasversalmente esponenti di tutte le classi sociali, dagli aristocratici ai nullatenenti. Gestiti come imprese private dello spettacolo, queste fazioni godono del patrocinio economico delle élite cittadine. Canalizzare la popolazione in aggregazioni rivali è una misura che rientra nella politica di tutela dell’ordine pubblico e della sicurezza: permette di controllare le masse, accettando il rischio calcolato che queste si trasformino in sacche di dissenso politico.
In equilibrio tra cristianesimo e religione tradizionale romana
Costantinopoli si sviluppa come una sintesi visiva unica. Da un lato, evoca il paesaggio urbano di Roma, poiché è adagiata su sette colli ed attraversata da un (modesto) corso d’acqua, il Likos. Dall’altro, la sua pianta a scacchiera, ancorché condizionata dalla complessa topografia peninsulare, rispecchia l’urbanistica ellenistica, ponendosi in netto contrasto con la conformazione labirintica di Roma. Un’altra differenza principale rispetto a Roma è la centralità delle sedi di culto cristiane. Mentre le grandi basiliche romane (San Pietro, San Giovanni in Laterano) sorgono in periferia o su terreni di proprietà dell’imperatore per non urtare l’aristocrazia senatoria, che è per la maggior parte pagana; a Costantinopoli, invece, vi sono chiese e basiliche anche in centro-città. La Basilica dei Santi Apostoli sorge nel punto più alto dell’area urbana. È stata edificata per ospitare le reliquie degli apostoli (ma vi giungeranno solo quelle di Andrea, Luca e Timoteo). Molto distanti dalla Basilica dei Santi Apostoli, la Chiesa di Santa Irene, sede vescovile, e quella di Santa Sofia, in costruzione, si trovano nel cuore monumentale e religioso della città, a nord del Gran Palazzo e dell’Ippodromo, nei pressi dell’Augusteion, vicine l’una all’altra.
Alcuni segni della religione tradizionale romana persistono, a testimonianza di una convivenza religiosa ricercata come fattore unificante. L’acropoli è sede dei templi di Afrodite, Artemide e Apollo. Un nuovo luogo di culto è dedicato l’uno alla Tyche (la dea Fortuna protettrice della città) e alla dea Roma. Del Capitolium abbiamo già detto.
Un nuovo apparato politico-istituzionale
Per legittimare la neonata capitale, Costantino compie un’operazione di ingegneria istituzionale: stabilisce un Consiglio e crea una nuova aristocrazia. Il Consiglio si compone di trecento membri ed è formato da patrizi ed equites attratti da ogni angolo dell’Impero con forti incentivi (immunità, privilegi, donazioni, rendite). I consiglieri hanno il titolo di clari. Sotto il regno di Costanzo II, questo collegio diventerà il Senato cittadino, il cui membri avranno il titolo di clarissimi (lo stesso titolo dei senatori romani) e cresceranno di numero, fino a duemila. Le riunioni del Consiglio, come quelle del Senato, sono presiedute dall’imperatore. I provvedimenti adottati e i pareri espressi mantengono la forma del decretum e del senatus consultum, rispettivamente. Assegnata annualmente dall’imperatore, la carica di console è puramente onorifica e priva di poteri effettivi, ma rimane un traguardo ambitissimo. Il nuovo console celebra questo alto riconoscimento organizzando costosi giochi pubblici e distribuendo lussuosi dittici in avorio. Il vero pilastro politico-amministrativo della città è il praefectus Urbis. Questo magistrato dirige i funzionari civili, comanda un corpo di polizia urbana, vigila sulle corporazioni e sul mercato alimentare, e decide sui ricorsi contro le sentenze dei tribunali di primo grado.
L’inaugurazione della Nuova Roma
L’11 maggio del 330, la nuova capitale dell’Impero viene inaugurata attraverso il compimento di riti solenni, propri della religione tradizionale romana, alla presenza di sacerdoti, astrologi caldei e dignitari di corte. Costantino si presenta al popolo nell’Ippodromo con una veste rossa, un mantello porpora ricamato in oro e un diadema di gemme d’ispirazione ellenistica, e rivela il nuovo nome della città: Nuova Roma. Questa denominazione precisa l’obiettivo politico raggiunto: non quello di fare un clone di Roma, ma quello di fare rinascere l’Impero in Oriente, dotandolo di una nuova capitale, erede della vecchia, e spostandone il baricentro circa 1.400 chilometri più a est.
Nuova Roma diverrà più comunemente nota come Costantinopoli, “Città di Costantino”. La diversa denominazione inizierà a diffondersi rapidamente nell’uso comune, nella storiografia e nei documenti della cancelleria imperiale già durante gli ultimi anni di regno di Costantino, e si affermerà dopo la sua morte. Questo avverrà per varie ragioni, attinenti al culto della personalità, alla propaganda della dinastia, all’influenza della lingua e della cultura greca (nella tradizione ellenistica le città portano il nome del fondatore), e al fatto che la parola “Roma” rimane indissolubilmente legata alla città sul Tevere.
Il destino di una capitale imperiale
Roma è stata declassata come centro del potere politico da Diocleziano, la cui riforma dell’Impero ha dato origine a quattro nuove capitali: Milano, Treviri, Sirmio e Nicomedia. Con Costantino, la città cessa di essere la residenza degli imperatori, rimanendo la sede del Senato e la capitale morale dell’impero. Dopo la morte di Costantino, l’impero viene diviso tra i suoi figli per poi tornare unitario sotto Costanzo II. In seguito a nuove e definitive spartizioni, Milano si consolida come la principale sede imperiale d’Occidente, fino a quando, nel 402, la corte viene definitivamente trasferita nella più sicura Ravenna; Costantinopoli rimane la capitale della parte orientale. Dopo il 476, l’anno della caduta dell’Impero Romano d’Occidente, Costantinopoli rimane capitale d’Oriente per ulteriori mille anni, durante i quali i suoi abitanti continuano a definirsi orgogliosamente romaioi (“romani” in lingua greca). Il 1453 segna per la città un nuovo inizio: presa dopo un assedio dal sultano ottomano Maometto II, Costantinopoli diventa la capitale del neonato Impero ottomano. Entrato trionfalmente in città, Maometto II, dichiara di essere il legittimo erede degli imperatori romani e si autoproclama Qaysar-i Rûm, “Cesare di Roma”.
