| Nel precedente articolo intitolato “Razzi e piume” si osservava come il prezzo dei carburanti abbia una curiosa disciplina che obbedisce con zelo alle cattive notizie e con molta meno sollecitudine, ma molta sbadatezza, a quelle buone. Sale anticipando precipitosamente il costo futuro, scende aspettando molto, molto prudentemente che il futuro di prezzi inferiori sia diventato presente. È il mercato, bellezza, e nulla ci puoi fare ci viene spiegato, perché il sistema della formazione dei prezzi delle quotazioni incorpora le aspettative.
Ora ENI introduce un fatto che merita più attenzione di quanto suggeriscano la manciata di centesimi dello sconto annunciato, ovvero volontariamente un tetto al prezzo di benzina a 1,99 euro e gasolio a 2,19 euro. Ed ecco riaffiorare la domanda che il mercatismo, termine caffeiano (Federico Caffè, Economista) come rammentavamo nello scorso articolo, tende sempre a rimuovere, ovvero se il prezzo alla pompa possa essere ridotto, quanto fosse necessità e quanto fosse scelta. Naturalmente non bisogna cadere nell’ingenuità opposta. ENI non ha tagliato il costo del greggio, della raffinazione, dei trasporti e della distribuzione. Né quella manciata di centesimi in meno dimostrano automaticamente la quantificazione di una speculazione. Un’impresa, opportunisticamente, può anche sacrificare parte del margine per ragioni commerciali, reputazionali o strategiche o fors’anche non insensibili allo scenario elettoralistico. Ma proprio qui comincerebbe probabilmente il ragionamento di Federico Caffè. Il prezzo di mercato non è una legge naturale ingovernabile ma è anche il risultato di istituzioni, rapporti di forza, strutture industriali, posizioni dominanti, scarsità reali e talvolta scarsità amplificate da assetti industriali o vincoli dell’offerta e convenientemente remunerate. Se il petrolio aumenta del 10% in borsa, il prezzo alla pompa non aumenta certo della stessa percentuale, infatti il greggio rappresenta solo una parte del costo finale. Accise, raffinazione, logistica e molti costi distributivi non seguono meccanicamente il costo barile anche perché i grandi e medi attori hanno una struttura complessa e variegata di contratti di lunga fornitura a monte e, dunque, in mezzo resta uno spazio economico nel quale si formano i margini, le rendite e il potere negoziale anche con i governi. È qui che occorrerebbe analizzare. Ricordiamo il caso storico del gas e dei contratti del gruppo ENI molto favorevoli rispetto gli allora prezzi correnti con la Russia, che come rendita di posizione (parassitaria?) hanno creato vistosi utili a fine anno a questa società L’iniziativa ENI oggi rende improvvisamente visibile alla pompa dei suoi distributori questo spazio e dimostra almeno che una parte dello shock può non essere trasferita immediatamente e integralmente al consumatore. Può essere assorbita, redistribuita, compressa. Ed è precisamente questo che il linguaggio del mercato tende troppo spesso a occultare, trasformando una decisione economica in una ineluttabilità tecnica. Caffè diffidava di questa impotenza apparente e sapeva bene che dietro ogni equilibrio vi sono soggetti che pagano e soggetti che incassano e, soprattutto, che il compito delle istituzioni non è contemplare quell’equilibrio come fosse un fenomeno atmosferico, ma chiedersi se il suo costo sociale sia accettabile e proteggere il sistema produttivo di imprese e consumatori. Il tetto ENI, allora, vale ben più dei centesimi risparmiati perché introduce una crepa nel racconto secondo cui nulla possa essere fatto. Il razzo può essere frenato. E se può esserlo questa volta, la domanda successiva diventa inevitabile: perché solo ora? perché in questa apparentemente volontaria maniera? Perché inizia proprio l’ENI? |
