Il populismo promette paradisi inesistenti. Le stesse promesse avvelenate fa lo stabilicum o melonellum. La nuova legge elettorale maggioritaria forse in dirittura d’arrivo in Parlamento ha due nomi: stabilicum per Giorgia Meloni, melonellum per le opposizioni. È una iniziativa singolare per tre ragioni.
Prima ragione. La presidente del Consiglio la chiama stabilicum, ispirandosi al Mattarellum, il nome in latino maccheronico affibbiato dal professor Giovanni Sartori alla prima legge elettorale maggioritaria italiana applicata nel 1994 (alba della Seconda Repubblica) per le politiche, frutto soprattutto del lavoro di Sergio Mattarella. Tuttavia se l’obiettivo è la stabilità politica non ha senso: il governo Meloni di destra-centro con quattro anni di vita ha già battuto il record dell’esecutivo più longevo della storia della Repubblica Italiana. Le opposizioni, invece lo chiamano melonellum, parlano di propaganda perché sarebbe l’unica riforma realizzata dal governo. Sempre se va in porto (i franchi tiratori della maggioranza hanno già colpito una volta allCamera facendo traballare l’esecutivo).
Seconda ragione. Lo stabilicum o melonellum sarebbe la quinta legge elettorale in Italia, quinta come le rottamazioni fiscali praticate dall’esecutivo con grande gioia di chi è restio a pagare le tasse.
Terza ragione. Il melonellum, con tutte le sue incongruenze anche di carattere costituzionale (come il premio di maggioranza con il 42% dei voti), ha messo i razzi al termine della legislatura, ad appena un anno dalle elezioni politiche previste alla fine del 2027 (salvo l’incognita di un possibile voto anticipato in primavera). È una chiara mossa elettorale messa in campo da Meloni nel tentativo di scongiurare una possibile vittoria delle opposizioni, pur messe male per lo scontro tra e dentro il Pd, il M5S e la galassia centrista.
Ma ora c’è la novità del clamoroso boom di Roberto Vannacci, il fondatore di un partito di estrema destra, accreditato dai sondaggi all’8% dei voti, che potrebbe mettere in minoranza la stessa coalizione guidata da Giorgia Meloni.
Fibrilla tutto il sistema politico italiano, potrebbero saltare i vecchi equilibri politici dell’alleanza tra Meloni (Fratelli d’Italia), Tajani (Forza Italia) e Salvini (Lega). Vannacci incassa consensi dall’astensionismo e ruba voti soprattutto a Salvini e Tajani, secondo le rilevazioni.
Davanti all’aggravarsi dei problemi ogni tanto viene fuori l’aspirazione per il cosiddetto uomo forte. Il problema si chiama leaderismo che fa rima con populismo: ha trionfato con il sistema elettorale maggioritario, la pietra miliare della Seconda Repubblica fondata sul bipolarismo. Tuttavia il bipolarismo ha fallito nonostante i molti aedi, in testa l’alta finanza anglosassone e nazionale. I cittadini sono stati privati del diritto di scegliere e di votare con le preferenze i propri parlamentari e il passaggio dal proporzionale al maggioritario ha strozzato la rappresentanza politica. I partiti sono diventati sempre più personalistici e padronali, sono andati avanti per slogan sollevando e non risolvendo i problemi politici, sociali ed istituzionali. Hanno abbondato solo di mirabolanti promesse non mantenute.
I molteplici governi di centro-destra, di centro-sinistra e tecnici degli ultimi tre decenni non hanno avuto la capacità di produrre un programma riformista capace di cambiare l’Italia cominciando dalle gravi disuguaglianze sociali. Di qui la disaffezione degli elettori che si sono rifugiati nell’astensionismo di massa. Il populismo cortese di Berlusconi, padano di Bossi, messianico di Grillo, bellicoso di Salvini, patriottico di Meloni, reazionario di Vannacci hanno solo aggravato i problemi strutturali dell’Italia a danno dei lavoratori e pensionati, del ceto medio.
Crollata la Prima Repubblica, l’Italia è arretrata su tutti i fronti. Come all’epoca del fascismo, può vantare però il triste primato di aver esportato in Europa e negli Usa un modello politico: quello dello scardinamento dei diritti sotto le bandiere del populismo sovranista. La sinistra ha perso la sua identità riformatrice. È diventata subalterna della destra alzando la bandiera del liberismo e della globalizzazione, parole d’ordine delle forze conservatrici. Il centro si è frammentato tra i due poli o in micro formazioni. Così gli operai e i ceti sociali disagiati prima in Italia, poi in Europa e negli Stati Uniti, hanno votato per protesta in favore dell’estrema destra autoritaria e addirittura con venature nazi-fasciste.
È molto difficile recuperare. I sondaggi danno il Pd appena a cavallo del 20% dei voti, cinquestelle, sinistre, riformisti e centristi seguono molto distanziati. Occorre un antidoto al veleno del populismo. Il primo passo da compiere è recuperare le battaglie di uguaglianza del passato adeguandole ai problemi del presente. Servirebbe un programma basato sulla giustizia sociale, i diritti, la pace e la libertà. E servirebbe un leader.
Il riformismo non fa rima con moderatismo: si devono riconquistare i consensi dei lavoratori ridotti allo spasimo, dei precari e degli emarginati con decisioni radicali. Un esempio per tutti: vanno fatte pagare le tasse agli elusori e agli evasori e abbassandole ai cittadini tartassati (l’evasione fiscale è stimata in oltre 100 miliardi di euro l’anno). Perfino la libertà può essere a rischio se le pance delle persone soffrono la penuria. Su cosa fare il buio è ancora fitto.
