Numerose inchieste giornalistiche avevano ricostruito, pezzo dopo pezzo, l’impiego della sorveglianza telefonica, dei sistemi automatizzati di identificazione dei bersagli, della raccolta massiva di dati. C’erano già le immagini, i numeri, le testimonianze palestinesi, gli episodi apparentemente inspiegabili. Mancava però qualcosa una sorta di prova del nove da dentro il sistema, la voce di chi quel sistema lo aveva costruito e fatto funzionare dall’interno.

È questo, forse, il merito più importante di NAZA. Ventiquattro membri dell’intelligence e dell’esercito raccontano non soltanto gli attacchi, ma il livello di sofisticazione tecnologica, organizzativa e linguistica raggiunto dal sistema: intercettare, localizzare, classificare, attribuire un’identità, prevedere le presenze nell’edificio fino a quantificare le vittime civili considerate accettabili, utilizzando il termine NAZA come formula burocratica con cui la morte di civili entra nel calcolo.

Ma proprio qui le testimonianze del film incontrano la domanda inquietante se il sistema è davvero capace di sapere così tanto, come dobbiamo leggere ciò che è accaduto sul campo?
Pensiamo a *Hind Rajab* , la bimba rimasta intrappolata in un’auto dopo la morte dei familiari e poi crivellata da centinaia di colpi. La sua posizione era nota e una missione della Mezzaluna Rossa fu organizzata per soccorrerla. I due paramedici inviati sul posto furono anche loro uccisi. Successivamente l’esercito israeliano ha riconosciuto che le proprie truppe avevano aperto il fuoco sull’auto e ha annunciato un’indagine penale sull’uccisione dei soccorritori.

Pensiamo poi ai quindici operatori di soccorso *uccisi a Rafah* nel marzo 2025. Un episodio che ha prodotto una analoga domanda, ovvero come può un apparato dotato di una così penetrante capacità di sorveglianza non distinguere ripetutamente ambulanze, operatori sanitari e soccorritori?
E terzo caso di una serie amplisdim, il cosiddetto *double tap al Nasser Hospital* dell’agosto 2025. Dopo il primo attacco, giornalisti, medici e soccorritori accorsero sul luogo allora accadde che un secondo attacco colpì proprio esattamente l’area nella quale si erano radunati, uccidendo soccorritori e giornalisti.
Nessuno di questi episodi, preso isolatamente, dimostra automaticamente un ordine programmato deliberato di uccidere civili o soccorritori, e possono esistere errori, informazioni incomplete, errori di identificazione e violazioni individuali delle regole. Ma NAZA modifica il peso della domanda sulla predeterminazione dato che più sofisticato è il sistema di conoscenza, più difficile diventa spiegare come ogni risultato letale sia il semplicistico effetto di ignoranza di ciò che stava accadendo.

Ecco che le testimonianze di Naza, passando dalle interviste alle prove sul campo, descrivono un apparato capace di vedere, ascoltare, classificare, progettare, prevedere. Gli episodi documentati sul terreno ci obbligano allora a chiederci non soltanto “che cosa sapevano”, ma “che cosa hanno deciso di fare sapendo”.
Se la risposta fosse che la conoscenza dell’identità delle persone non impediva la loro eliminazione, allora la disumanizzazione avrebbe raggiunto la forma nuova di vedere l’umano target civile perfettamente e di considerare comunque la sua morte una variabile accettabile o voluta, come alcuni sostengono per i giornalisti e i medici.

Da questa prospettiva NAZA è ancor più inquietante, perché le informazioni c’erano e il film mostra il possibile salto di qualità, dalla somma degli episodi allo svelamento di un modello.
Con tutte le necessarie verifiche giudiziarie, la parola genocidario smette di essere soltanto un’accusa politica e diventa una domanda da sottoporre alle prove. Una domanda finale. Il conteggio dei morti è fatto sui cadaveri ritrovati, ma quante persone erano state classificate come Naza sono stati calcolati sopprimibili nel sistema IDF?

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