L’ecologia è politica ? Nel senso che l’impegno per salvare il pianeta ha valore quando incrocia le decisioni della politica. Se sono valide ce ne accorgiamo subito. Se sono cattive o dannose ce ne accorgiamo col tempo. La politica, come si sa, difetta di coerenza. Si dicono cose che non si fanno, si illudono le persone con promesse e menzogne. Il guaio è che molti ci cascano. In tutto il mondo. Quando nel nostro piccolo abbiamo saputo che in Italia c’è una scuola di ecologia politica ci siamo entusiasmati all’idea che un tema cosi complesso possa essere, e venga, insegnato. La scuola si svolge in montagna in Piemonte ed Emilia Romagna e viene presentata come “esperienza di studio specialistico e ricerca-azione multidisciplinare attorno alle tematiche legate alla crisi ecologica e climatica mondiale ”. Presentazione suggestiva, non c’è che dire. Chi sceglie di frequentarla va in montagna perché in altitudine si pensa e si opera meglio. Provare per credere. Le date per partecipare alla scuola sono note: in Piemonte 3, 4, 5, 6 e 7 settembre; 10, 11 e 12 ottobre in Emilia Romagna. Il sito www.scuolaecologiapolitica.it. spiega tutto.
In montagna a studiare
A lanciare il progetto educational sulla centralità dell’ecologia è la Fondazione del Monte . L’iniziativa, però, ha convinto e coinvolto soggetti come l’Associazione Boschilla, Articolture, la Bottega Bologna APS, l’ officina culturale Noau. Ora, il claim di ecologia politica va inteso come materia di studio che interviene sui fattori economici, sociali e culturali che hanno effetti sull’ambiente. Inevitabili e prevedibili. Tenere insieme i due termini – ecologia e politica – in un epoca in cui spesso si pongono in antinomia, può essere faticoso per chi si assume la responsabilità di tenerli uniti. La politica come capacità di gestire i processi umani ha molto bisogno di studiare le relazioni esistenti tra organismi viventi e l’ambiente. Quell’ambito composito e complesso che viene modificato continuamente dall’uomo. Il primo livello che la scuola piemontese-emiliana deve, però, superare, sta nell’abilità di interrogare il sistema politico – qualunque sia – che prende decisioni che toccano quei fattori economici, sociali e culturali di cui dicevamo. In questo, ritrovarsi in montagna, vuol dire riflettere sui guasti che circondano la vita di tutti i giorni. Tutto ciò che è alla base di una decisione, di un provvedimento, presuppone una valutazione larga sulle conseguenze che essa avrà nella società. Per decenni questa pregiudiziale valutazione non è stata fatta e in tanta parte del mondo continua a essere trascurata. Lo sviluppo capitalistico avrebbe dovuto immaginare che la sua corsa avrebbe incontrato ostacoli e che gli esiti sarebbero stati controproducenti. Quasi sullo stesso piano si sono poste, purtroppo, le organizzazioni dei lavoratori.
Città a 40 °

In Italia, dunque, si va in montagna a studiare ed è un segno dei tempi. Si va in una specie di eremo da cui osservare, per metterli in discussione, i modelli di città avanzate, super efficienti che ci offrono tutto, ma ci privano di tanto altro. In campo ambientale non ci sono soluzioni miracolistiche e l’interazione di ognuno di noi con quello che abbiamo intorno ci spinge a rivedere il nostro modo di vivere. I problemi ecologici non sono solo tecnici o naturali, ma politici e sociali. É una verità. Non basta dire: siamo per uno sviluppo sostenibile. Ci è sufficiente soffrire le ondate di calore a 40 gradi.



