Anche questo referendum è viziato dall’impostazione partitica che gli è stata imposta e che gli Elettori, subiscono ben volentieri per liberarsi dalla scocciatura di dover veramente riflettere sul quesito proposto e doversi quindi assumere la responsabilità della decisione.
Avevamo ben saputo dare prova di autonomia e di consapevolezza in quei referendum che imponevano un grave impegno di coscienza – tipo il divorzio – ma, di fronte ad un quesito “tecnico” di questa portata, sfido chiunque non sia del settore a compiere in coscienza una scelta consapevole ed autonoma.
Il materiale propagandistico elaborato da coloro che vogliono captare la nostra scelta, ne è la prova più evidente.
Questa materia richiede non solamente una preparazione di studio, ma anche una certa esperienza nel campo, per poter esprimere una scelta dettata dalla coscienza delle concrete conseguenze che – volenti o nolenti – quella croce comporterà.
Purtroppo, la situazione reale della giustizia italiana non è a conoscenza di tutti i quarantaquattro milioni di inscritti alle liste elettorali e nessuno – a parte chi ha avuto o ha esperienza diretta di essa – potrà in coscienza esprimere una indicazione informata e consapevole.
E questo anche perché non è così semplice venire a conoscenza dei dati concreti e reali del pianeta Giustizia e cioè: i numeri.
Fra leggi datate e leggi entrate in vigore da poco non è facile ricostruire le cifre della realtà.
Gli Uffici non vanno avanti solamente perché esistono i Magistrati, ma perché essi sono coadiuvati dal Personale addetto.
Gli Uffici giudiziari hanno un organico previsto dal decreto legislativo 97/2016 in 43.135 unità, al momento carenti per oltre un quarto.
Conoscere questi numeri aggiornati non è semplice, e dal lavoro delle competenti Commissioni del Parlamento si può ricavare che le carenze di Personale ben difficilmente potranno essere sanate nel giro di pochi anni, pur con l’importante apporto economico del PNNR e gestionale dell’AI. Da qui la proposta di “una revisione della geografia giudiziaria”, che possa accorpare le sedi più piccole e rafforzare quelle più impegnative, puntando su specializzazione e rapidità nella gestione del contenzioso.
Non possiamo tralasciare di riflettere sullo sconquasso lasciato dal COVID.
L’altro dato imprescindibile è quello della durata dei processi, che è ben nota a tutti attraverso le cronache giornalistiche.
La media prefigurata dalla legge Cartabia dovrebbe essere quella di un biennio per ogni grado di giudizio, con tre gradi di processo, nei varî settori. I tentativi di sbloccare questa situazione non stanno dando ancora i risultati sperati grazie alla recente normativa.
Comunque, la materia referendaria non riguarda assolutamente questi problemi che permangono e che sono i più drammatici della giustizia italiana.
Occorre considerare anche altri numeri se vogliamo completare il quadro della situazione e vogliamo provare ad immaginare eventuali conseguenze indotte dal risultato referendario.
Un’idea della realtà in cui operano le nostre Magistrature ce la possono dare le tabelle organiche e le rispettive croniche carenze.
La fotografia recentemente scattata all’organico della Magistratura ordinaria dal membro togato del CSM, Marco Bisogni, è impietosa: “Le carenze nell’organico della magistratura (ordinaria) sono aumentate dal 2019 al 2025, passando dall’11, ad oltre il 17%, con 1.817 magistrati mancanti.”, su un organico di 11.171 unità, con i due ultimi concorsi prossimi alla proclamazione dei vincitori.
La cifra è “preoccupante” e si pone in continuità con le cifre della fine dello scorso millennio, quando il Ministro Diliberto (1999) doveva calcolare in 1.085 i Magistrati mancanti nelle aule su un organico che era allora di 10.109 unità.
Si aggiungono le altre Magistrature Amministrativa, Contabile, Militare, Tributaria per un complesso di alcune migliaia di Magistrati.
Orbene: se aggiungiamo gli Avvocati (250.000 inscritti); i Professori di materie giuridiche; coloro che hanno vissuto vicende processuali in qualunque sede; i Giornalisti che seguono le cronache giudiziarie; i parlamentari; gli esperti e tutti i relativi pensionati – e spero di non aver dimenticato nessuno – potremmo raggiungere una cifra di un decimo dei chiamati alle urne: circa cinque milioni di “consapevoli”.
Considerando che alle ultime elezioni votò il 47% del corpo elettorale, si potrebbe immaginare che potremmo avere forse ventidue milioni di schede, per le quali solamente un quarto dei votanti possono dire che avevano coscienza di quale scelta hanno inteso esprimere.
Calma e gesso: non credo che dovremo scrutinare tutti e quarantaquattro i milioni di schede per disvelare il destino della Giustizia italiana: faremo prima!
La consultazione avrà comunque la sua validità legale!
Ma: quale valore?


