Barbara Spinelli aveva ben appreso dal padre che l’Europa non cade dal cielo. Su quella falsariga aveva costruito tutta la sua vita pubblica: prima come giornalista, poi come Parlamentare europea, sempre fedele a un’idea di integrazione che non è mai stata un percorso scontato e naturale della storia, ma una conquista quotidiana, fragile, faticosa, da difendere con la parola e con l’azione.
Barbara non ha mai vissuto l’eredità del padre come un monumento da custodire, ma come un imperativo morale da far valere. La sua voce — nelle analisi, nelle battaglie civili, nelle scelte politiche — è stata una delle più coerenti nel ricordare che l’Europa non è un dispositivo tecnico, bensì un progetto etico e politico. Un progetto che richiede vigilanza, impegno, responsabilità.
E lei, con la sua scrittura tagliente e la sua postura sempre controcorrente, ha incarnato questa responsabilità fino all’ultimo.
Nel Parlamento europeo ha portato la stessa intransigenza che aveva nelle pagine dei giornali: la difesa dello Stato di diritto, la critica alle derive nazionaliste, l’attenzione alle minoranze, la convinzione che l’Unione non possa sopravvivere se rinuncia alla propria anima democratica. Non era una politica accomodante: era una coscienza critica. E in tempi di conformismi crescenti, questo l’ha resa preziosa.
Il suo europeismo non era celebrativo, ma combattivo. Non cercava consolazioni, cercava obbiettivi più avanzati per la costruzione europea.
Per questo, oggi, ricordarla significa ricordare una donna che ha tenuto viva l’idea di un’Europa come scelta e non come destino; come costruzione e non come retorica; come promessa che va rinnovata ogni giorno, perché — come insegnava suo padre — nulla di ciò che conta cade dal cielo.
Barbara Spinelli lascia un grande vuoto: e stata una delle poche persone che non hanno mai smesso di chiedere all’Europa di essere all’altezza dei valori e degli ideali che suo padre Altiero aveva coltivato per tutta la vita.


