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    Home»Storia e controstoria»La malattia dell’Occidente
    Storia e controstoria

    La malattia dell’Occidente

    Guido BonarelliDi Guido BonarelliSettembre 20, 20213 VisualizzazioniLettura 5 min.
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    Andre Klimke, Elicottero Apache, Afghanistan, settembre 2020
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    L’ennesima crisi afghana degli ultimi due secoli, dopo l’occupazione inglese, quella sovietica e quindi americana all’indomani dell’attacco alle Torri Gemelle fino all’odierna uscita di scena degli Stati Uniti, esprime plasticamente il dramma di un territorio senza pace. Come l’Armenia e il Kurdistan, anche l’Afghanistan appare una nazione dimezzata, in aiuto della quale invocare oggi un’azione umanitaria appare a un tempo ipocrita e beffardo.

    Bambine afghane a scuola, Pixabay

    Da una parte è evidente l’incapacità dell’ex occupante di assicurare, nel passaggio dei poteri ai Talebani, la formazione di un governo mediamente rappresentativo delle etnie afghane e della composizione sociale del Paese (donne e intellettuali), dall’altra emergono le spinte espansioniste della Turchia, ansiosa di allargare la sfera d’influenza neo-ottomana, e della Cina, alle prese con la resistenza uigura ai confini nord-occidentali ma anche strategicamente interessata a contenere la presenza occidentale e il peso dell’India nella regione e ad assicurarsi le riserve di terre rare. Senza contare la Russia, che rivendica per sé, come in Siria e in Libia, un ruolo di mediazione nella nuova area di crisi.

    L’occasione di sostituire gli Stati Uniti offrendo una collaborazione essenzialmente economica (il controllo dell’aeroporto di Kabul da parte della Turchia, investimenti della Cina nelle infrastrutture, prima fra tutte il corridoio in costruzione tra lo Xinjiang e il porto pakistano di Gwadar) frustra i non troppo nascosti obiettivi americani di impegnare militarmente Cina e Russia nello sforzo di contenere la minaccia afghana.

    Del resto l’immagine globale degli Stati Uniti non è più quella del 2001, dell’intervento in Afghanistan e quindi in Iraq, soprattutto a partire dalle primavere arabe e dalla guerra in Siria la presenza americana sembra strategicamente meno incisiva. Anche il quadro politico interno mostra un Paese diviso esattamente a metà, nel quale con l’avvento di Trump nel 2016 si spezza quella continuità in politica estera che sembrava aver sino ad allora contraddistinto le amministrazioni americane, con l’abbandono del multilateralismo e l’avvento di una visione nazionalista, isolazionista e protezionista dell’America.

    Una strategia che dagli anni 40 del XX secolo aveva poggiato – oltre che sulla forza militare – su tre sistemi, politico, commerciale, monetario e finanziario, rappresentato da forti organismi internazionali (ONU, WTO) e da una valuta agganciata prima all’oro, poi al petrolio, sembra mostrare la corda e si svela un’aperta competizione con la Cina, ormai superpotenza economica e politica mondiale.

    Il democratico Biden non sembra differenziarsi dal predecessore nelle prime scelte internazionali e nel confronto con la Cina. Ma dove vanno cercati i motivi di tale difficoltà esterna e interna agli Stati Uniti, che investe non solo il Paese nordamericano ma l’intero Occidente, a cominciare dall’Europa?

    Bandiera americana, sullo sfondo militari in azione e la statua della Libertà, foto di tammyatWTI, Pixabay

    La crisi è essenzialmente morale, e non riguarda solo il mondo «libero». In primo luogo l’Occidente – soprattutto gli Stati Uniti – sopravvaluta sé stesso, ritenendosi in grado di esportare la propria ideologia liberale nel resto del mondo, anche se i Paesi dove questo cambiamento dovrebbe avvenire sono assai estranei ai nostri ordinamenti politici.

    In secondo luogo il metodo adottato per «esportare la democrazia» è autoritario, il più delle volte violento, attuato attraverso la forza militare o il rovesciamento dei regimi avversi, per giunta con mezzi in genere per nulla rispettosi dell’identità e degli interessi dei popoli coinvolti. Ovvero: i motivi reali di tali interventi non sono quasi mai quelli affermati. E questo contrasta con ogni corretto tentativo di affrontare le aree critiche in uno scenario globale sempre più complesso.

    Solženicyn, nel suo discorso Un mondo in frantumi, tenuto ad Harvard nel 1978, sottolineava non tanto la contrapposizione, quanto un processo storico che aveva portato ad alcune sostanziali analogie tra i due sistemi, liberale e socialista: «Più l’umanesimo, sviluppandosi, è diventato materialista, e più ha dato occasione alla speculazione da parte del socialismo e poi del comunismo. Così che Karl Marx ha potuto dire (1844): “il comunismo è un umanesimo naturalizzato”». Si tratta di un uomo senza vincoli e appartenenza, capace di trasformare la storia ma a prezzo dell’oblìo di sé, processo che ha per punto di arrivo un totalitarismo che elude l’uomo stesso: «Come lo scienziato moderno ha messo fra parentesi l’uomo concreto soggetto dell’esperienza del mondo, con sempre maggiore evidenza lo mettono fra parentesi anche lo Stato moderno e la moderna politica», scrive Havel nel Potere dei senza potere.

    Sempre Solženicyn, riferendosi alla stampa occidentale – ma in generale al confronto delle idee -, poneva in rilievo che «anch’essa presenta degli orientamenti uniformi, nella stessa direzione (quella del vento del secolo), dei giudizi mantenuti entro determinati limiti accettati da tutti e forse anche degli interessi corporativi comuni, e tutto ciò ha per risultato non la concorrenza ma una certa unificazione».

    Il conformismo sembrava quindi già all’epoca del confronto Est-Ovest aver trovato casa anche nella moderna società occidentale, mettendo in luce un sistema che con i propri dati caratteristici, marcati da benessere, diritti, una libertà pressoché assoluta e non senza una certa volontà di potenza, non era – e non è tuttora – in grado di riempire il vuoto esistenziale e politico alla base delle proprie scelte.

    L’esito scontato, per il venir meno degli aiuti occidentali all’economia afghana, sarà quello già detto di una sostituzione degli Stati Uniti – che appaiono sempre più immagine speculare di un regime autoritario nelle vesti di un sistema democratico – e di un aumento della presenza cinese non solo attraverso le opere infrastrutturali ma soprattutto con il controllo delle risorse minerarie del Paese. La posizione monopolista della Cina – ovvero l’economia che produce maggiore inquinamento al mondo e il Paese agli ultimi posti per rispetto dei diritti umani – si rafforzerà paradossalmente nei settori strategici utili alla svolta verde dell’industria occidentale e – allo stesso modo dei nuovi alleati – nella repressione interna.

    Immagine di apertura: Elicottero Apache, Afghanistan, settembre 2020, foto di Andre Klimke, Unsplash

    Autore

    • Guido Bonarelli
      Guido Bonarelli

      Nato a Roma da famiglia di origine anconitana, si è laureato nel 1978 in Scienze Politiche e Sociali. Contemporaneamente agli studi universitari ha frequentato, nel 1975-77, un corso di giornalismo e un corso di diritto comunitario. In questi anni inizia la sua attività di volontariato con Associazione Italiana per la Gioventù Europea, Centro Giovanile per la Cooperazione Internazionale, Movimento Studentesco per l’Organizzazione Internazionale, Comitato Italiano Giovani per l’UNICEF. Autore di articoli di approfondimento su problemi riguardanti le relazioni internazionali e a tema economico, collabora negli stessi anni con diverse riviste (tra le quali Tutti, Lettera del MSOI, Studi Cattolici). Avvia quindi, nel 1978 una lunga esperienza professionale in materia editoriale. Nel 2006, intraprende l’attività di imprenditore agricolo in Umbria, dando vita ad un’azienda agricola multifunzionale, insieme azienda biologica condotta con pratiche colturali ecocompatibili e agriturismo. In parallelo ha da sempre rivolto il suo personale impegno alla ricerca storica.

    Afghanistan Cina democrazia talebani USA
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