
Era il 17 dicembre 2021, da pochi giorni mi era arrivata la scarcerazione, e per la prima volta rientravo in un carcere, precisamente ad Opera. Il viaggio è stato un susseguirsi di emozioni, arrivai da Roma a Milano Lampugnano, la stazione dei bus, non avendo molte risorse economiche presi un bus di quelli che viaggiano l’intera notte a prezzi bassissimi. La mattina seguente mi informai presso l’albergo dove avevo dormito, vicino alla stazione Centrale, come potevo fare per andare al carcere di Opera. Il receptionist mi diede una piantina indicandomi i vari spostamenti, presi tre bus e un trenino per arrivare: ci misi circa due ore, un inferno. Mi chiesi perché il Comune non mettesse a disposizione dei familiari dei detenuti, visto che molti vengono da fuori regione, un bus navetta nei giorni dei colloqui dalla stazione al carcere. Il mio pensiero è stato costante ed ho provato a domandare, le risposte non le scrivo. Ricordo che stiamo parlando dei familiari che viaggiano per giorni per dare un saluto al loro caro, loro non hanno commesso nessun reato, se non quello di amare la persona cara.
Per fortuna che Bruno non ha sprecato il suo tempo, anzi ha cercato di trovare una soluzione al problema con il progetto 41Bus.it.
Bruno Palamara, un trentenne della provincia milanese, una famiglia come tante: il papà calabrese e la mamma tedesca. Il papà viene da una famiglia numerosa da buon calabrese, mamma era più calabrese che tedesca, visto che a soli 20 anni è venuta in Italia con mio padre. Ho vissuto una bellissima infanzia, passando estati bellissime con tutti i miei cugini, credo che questa esperienza vissuta ha dato valore alla semplicità dei valori della famiglia.
Io sono voluto crescere troppo in fretta, all’età di 17 anni ho voluto abbandonare la scuola, ho lavorato saltuariamente in pizzeria, ho fatto anche l’elettricista e il muratore, ma nulla che veramente interessava il mio intelletto. Passano i mesi, alcuni anni, e mi ritrovo a soli 20 anni sposato con la mia fidanzata. Lei aveva solo 18 anni, ci conoscevamo da ragazzi, lei ne aveva 13 ed io 15. Passano alcuni anni ed arriva la mia prima bimba, eravamo molto giovani, io sentivo molto la responsabilità genitoriale, avendo sempre il dubbio se fossi stato capace ad essere un buon padre. Non voglio dare colpe a nessuno, ma forse tutto questo ha accelerato la strada per delinquere. Avevo solo 23 anni, quando nacque la mia seconda figlia, dopo qualche mese fui portato in carcere a Busto Arsizio, fui preso in flagranza di reato per droga. Anche allora, le sezioni erano piene, passai le prime notti in carcere nel reparto isolamento. Ero curioso, volevo salire in sezione per vedere come era il mondo carcerario. Dopo qualche giorno mi mandarono in sezione, alla Prima, mi misero in cella con un ragazzo africano, con il quale strinsi una bella amicizia. Nonostante la mia curiosità iniziale, mi resi conto che il carcere non era così avventuroso come immaginavo. Presi coscienza della realtà in cui vivevo, e iniziai a farmi delle domande, avevo così tanto corso per arrivare dove… in carcere? Quella strana “pacifica quiete” come la chiamerebbe George Cleason nel famoso libro L’uomo più ricco di Babilonia (il mio libro preferito) mi aveva disarmato. Credo che del carcere si può pensare di tutto, tranne che sia un posto tranquillo. Ma nonostante tutto questo non mi impressionavo più di tanto della vita in carcere.
Passarono due lunghe settimane prima di vedere mia moglie e le mie bimbe, quando un giorno mi chiamarono al colloquio.
Mi sentivo felice, finalmente li potevo riabbracciare, ma appena li vidi entrare nella sala colloqui, qualcosa successe dentro di me, in un nanosecondo mi resi conto del mio fallimento come uomo, guarda dove avevo trascinato la mia famiglia, che direzione aveva preso la mia vita, pensavo di vincere, invece era una sconfitta che bruciava nella mia anima. Stavo complicando la mia esistenza per cosa? Stavo correndo dietro al facile guadagno per cosa? Alla fine per trascinare mia moglie e le mie figlie in un carcere, lasciandole sole a combattere il fuori con tutte le complicazioni che esistevano. Per ritrovarmi alle sei di sera con il pigiama indossato? Qualcosa non era andata come avevo immaginato, oramai mi era evidente. Dopo sei mesi di attesa fecero il processo e mi concessero i domiciliari, ma non durarono molto, infatti dopo una settimana che mi trovavo a casa, suonarono il citofono alle 4,30 del mattino, pensai ad un controllo, ma mi portarono di nuovo in carcere, stavolta a Monza per una nuova ordinanza dei fatti del mio arresto precedente. Mi domandai come fosse possibile che venivo di nuovo arrestato, mi domandai ora che ho capito i miei errori sono di nuovo in carcere perché? Non riuscivo a credere a quello che stava succedendo, era estate e mi trovai scaraventato nella sezione transito del carcere di Monza, avevamo solo due ore d’aria al giorno dove passeggiare in un cubicolo che misurava 3 metri di lunghezza per due di larghezza. Si stava dalle 8 del mattino alle 10, sotto il sole. Non potrò mai dimenticare i detenuti delle altre sezioni che ci lanciavano beni di prima necessità a noi che eravamo in quella sezione in attesa di andare in reparto, addirittura dei fornelli per cucinare. Passarono due lunghissime settimane prima di poter andare in sezione, così la mia vita in carcere finalmente era più serena, anche se i pensieri erano infiniti.
Ma questa parvenza di serenità durò solo due mesi, mi comunicarono che non potevo stare insieme ai detenuti comuni, per via di un articolo del codice penale che mi era stato contestato nella nuova ordinanza. Mi ritrovai di nuovo in isolamento e dopo una settimana mi portarono a Voghera nel reparto alta sicurezza, in realtà alla fine andai assolto nel primo grado di giudizio per quest’aggravante. Mentre venivo trasferito immaginai di trovare un vero inferno, al contrario delle mie aspettative trovai un personale di polizia penitenziario più umano, che poi scoprii che era competenza e professionalità del loro lavoro. Nel carcere di Voghera passai la maggior parte del tempo della mia detenzione, ho conosciuto molte persone e molte realtà anche inaspettate.
D
Mi domandavo spesso cosa poteva aiutarmi per non tornare di nuovo in quel posto, cosa mi poteva aiutare a non perdere più il controllo della mia vita? All’improvviso mi arrivò la risposta, dovevo studiare, dovevo riprendere gli studi che avevo lasciato a 17 anni, ma cosa? Mi venne spontaneo pensare a Economia, marketing imprenditoria e crescita personale. Iniziai a chiedere a mia moglie libri che trattavano questi temi. Studiavo 2/3 ore al giorno, mi allenavo altrettante ore, e senza dimenticare di pulire la cella; la soddisfazione che provavo a vedere tutto pulito e in ordine mi faceva sentire bene con me stesso. Forse mi prenderete per pazzo, ma in carcere ho imparato ad apprezzare le piccole cose della vita, le cose semplici. La mattina mi piaceva molto prepararmi il caffè e le fette biscottate e nel frattempo ascoltare la radio, sognavo sempre la libertà anche ad occhi aperti. Non sognavo soldi, vestiti firmati o donne. Sognavo gite in famiglia, la sensazione di una corsetta in un bosco: la realtà era una corsa in cerchio nell’area di un carcere. Mi resi conto che probabilmente quello che stavo rincorrendo fuori, non era così importante per me, anzi quel tipo di vita mi aveva portato in carcere. Iniziai a conoscermi veramente guardandomi dentro.
Un giorno mi chiamarono di nuovo in matricola per notificarmi un’altra ordinanza, in verità non mi importava più molto, oramai ero riuscito a fare quel salto nel vuoto e avevo trovato la forza di accettare che la mia vita fosse in mano a qualcuno, e non al destino. Prima si accetta il dolore prima si finisce di soffrire. E così continuai le mie giornate in carcere, tra allenamenti e studio, leggendo così tanti libri di imprenditoria e marketing, mi resi conto che tutti finivano con un unico messaggio: Individua un problema, trova la soluzione e così crei valore.
Promisi a me stesso di provare a realizzare il mio progetto, quello che poi è diventato 41bus.it, il servizio di supporto per i familiari dei detenuti che facilita il viaggio dalle stazioni verso i vari istituti di pena per i colloqui e non solo. Quando uscii fu una gioia immensa, non potrò mai dimenticare l’abbraccio di mia figlia maggiore, che mi strinse a lei per più di dieci minuti, senza dire una parola. Quell’abbraccio fu l’ennesima conferma di quanto fossi mancato a loro, e quanto era mancato a me, me ne resi conto solo in quel momento di gioia.
Mantenni fede alla promessa fatta quando ero in carcere, riuscii a contattare tramite internet l’agenzia che poi si è occupata dello studio di fattibilità del progetto 41bus (isola di comunicazione). Poi in un secondo momento coinvolsi pure il mio legale, che appena lesse il progetto capì subito le potenzialità, e lui a sua volta coinvolse numerose associazioni, le istituzioni, i vari direttori di Carcere e altri soggetti imprenditoriali.
Ora se si vuole andare in un carcere dove c’è il servizio 41bus, basta collegarsi al sito e si prenota il posto, così quando si arriva in stazione non bisogna più fare il giro della città, Bruno e il suo 41bus ti portano a destinazione e ti regalano un sorriso che non guasta mai.