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    Home»Attualità»NOI e loro, e le parole del ministro Piantedosi
    Attualità

    NOI e loro, e le parole del ministro Piantedosi

    Paolo PiccinniDi Paolo PiccinniMarzo 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 7 min.
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    In una dichiarazione del ministro dell’Interno poco dopo l’immane tragedia al largo di Cutro, con non meno di 87 vittime di cui 26 sotto i dodici anni, appare evidente la contrapposizione di due soggetti: LUI e loro. Il ministro Matteo Piantedosi ha ritenuto opportuno segnalare che LUI, che è stato educato alla responsabilità, anche in situazioni disperate non partirebbe dal suo paese e non consentirebbe ai suoi figli di partire, se ciò potesse mettere in pericolo la loro vita. Invece loro, i genitori dei minori che hanno perso la vita nel naufragio, purtroppo non educati in ugual misura alla responsabilità, hanno reso possibile il verificarsi dell’ennesima tragedia nelle acque del Mediterraneo.

    Non voglio qui parlare degli aspetti cronologici del mancato intervento di soccorso, nella notte tra il 25 e il 26 febbraio, alla barca ben segnalata dall’agenzia Frontex con dettagli difficilmente equivocabili. Né voglio parlare dell’invece tentata operazione di controllo da parte della Guardia di Finanza. Né dello scarsamente comprensibile Consiglio dei ministri del 9 marzo a Cutro. Né dei soccorsi, nei giorni successivi, ad altre imbarcazioni nello Ionio, e della nuova tragedia e strage di migranti nel Mediterraneo, al largo della Libia.

    Vorrei invece dire qualcosa su una visione e su un clima relativi al rapporto tra noi italiani e quanti, in condizioni di pericolo, cercano di approdare alle nostre coste. Chiamerò questo modo di vedere il “NOI e loro”. Sono convinto che questa visione e questo clima abbiano avuto un ruolo anche, ma non solo, nella vicenda della tragica notte a largo di Cutro.

    È fin troppo vero che non pochi elementi concorrono ad alimentare la fantasia che NOI siamo diversi da loro. NOI siamo belli, bianchi, longevi, educati, responsabili, circondati da sicurezze, abbiamo vissuto tutta la vita senza guerre e conflitti, li abbiamo esportati altrove, il più lontano possibile. E loro invece non hanno tutte queste fortune, o prerogative, o meriti. Ma sappiamo bene, e il procedere della Storia ce lo conferma continuamente, che questa fantasia è di fatto un delirio.

    Mi aiuterò con tre elementi, uno di grande portata, gli altri due assai meno, ma di alto valore artistico. Ognuno di essi può aiutarci a prendere contatto con la realtà del mondo. Una realtà che non ci consente sconfinamenti nella fantasia e nel delirio del NOI e loro.

    Cimitero barche a Lampedusa, Pixabay

    Il primo elemento che voglio menzionare è storico e, appunto, di grande portata. Si tratta, in ordine cronologico, del primo degli ormai 80 viaggi apostolici di Papa Francesco (metà in Italia e metà in altri paesi), e che ha avuto per meta l’isola di Lampedusa. Era l’8 luglio 2013, e l’omelia di Papa Francesco a Lampedusa partì dalle due domande di Dio: “Adamo, dove sei?” e “Caino, dov’è tuo fratello?”, entrambe contenute nel libro della Genesi.

     “Queste due domande di Dio” – dice il Papa a Lampedusa – “risuonano anche oggi, con tutta la loro forza! Tanti di noi, mi includo anch’io, siamo disorientati, non siamo più attenti al mondo in cui viviamo, non curiamo, non custodiamo quello che Dio ha creato per tutti e non siamo più capaci neppure di custodirci gli uni gli altri. E quando questo disorientamento assume le dimensioni del mondo, si giunge a tragedie come quella a cui abbiamo assistito”.

    Sarah Mardini
    by Rosa-Luxemberg-Stiftung, CC BY 3.0

    Il secondo elemento che voglio menzionare e che può aiutarci contro la tentazione del NOI e loro, è il bellissimo film Netflix “Le Nuotatrici”, della regista britannico/egiziana Sally El Hosaini. Il giornalista Lorenzo Tosa ne propone la visione a tutti coloro che si riempiono la bocca di blocchi navali, di pacchie finite, di contrapposizione tra a casa nostra e a casa loro.

    Il film narra la storia vera delle sorelle Sarah e Yusra Mardini, figlie di un nuotatore professionista siriano, cresciute in un ambiente borghese a Damasco, e con il sogno di arrivare a partecipare alle Olimpiadi di Rio de Janeiro del 2016. A partire dal 2011 la guerra civile infrange il loro sogno. Vi è poi la riluttanza del padre che, nonostante varie persone conosciute alla famiglia rimangano vittima dei bombardamenti, rifiuta di lasciar emigrare in Europa le figlie. Sembra dunque preclusa a Sarah e Yusra la speranza di poter seguire l’esempio di altri giovani sportivi siriani. Solo dopo il bombardamento del centro sportivo nelle ore in cui le figlie si stavano allenando, la partenza di Sarah e Yusra viene consentita dal padre. Un prestito di 10000 euro dovrebbe bastare a pagare le spese per entrambe, compresi i trafficanti del viaggio, raccomandato via terra attraverso i Balcani, una scelta più costosa ma meno rischiosa di quella via mare.

    Yusra Mardini, by I3o_, CC BY-NC-SA 2.0

    Le sorelle Sarah e Yusra, partite con un cugino più grande, trovano invece possibile solo la via del mare, peraltro apparentemente breve e semplice: raggiungere dalla costa turca l’isola greca di Lesbo, a bordo di un gommone, un viaggio di dieci ore. Ma il gommone è fatiscente, e così il motore, il trafficante non sale a bordo, il carico è eccessivo e il mare è grosso. Le scene della traversata sono le più drammatiche del film: rischiando la vita le due sorelle decidono di nuotare e riescono così a dirigere il gommone fino alla costa di Lesbo. È solo l’inizio di un lunghissimo viaggio, in cui ogni tappa è drammatica, tra sciacalli, stupratori e trafficanti. A piedi e in parte con altri mezzi le sorelle arrivano infine a Berlino. Yusra, ancora minorenne ma la più tenace e dotata delle due sorelle nuotatrici, continuerà gli allenamenti. Arriverà a partecipare alle Olimpiadi di Rio, e dopo quattro anni anche a quelle di Tokyo, in entrambi i casi sotto la bandiera della squadra dei Rifugiati.

    Il terzo e ultimo elemento che voglio menzionare a proposito del NOI e loro sono i laceranti versi di “Home”, scritti dalla poetessa britannico/somala Warsan Shire. In essi viene ripreso il tema del conflitto tra a casa nostra e a casa loro. Ne riporto qui qualcuno, rimandando per l’intera poesia alla coinvolgente interpretazione di Giuseppe Cederna in questo video.

    Nessuno lascia casa a meno che
    la casa non sia la bocca di uno squalo
    scappi al confine solo
    quando vedi tutta la città scappare

    Warsan Shire, by Internez, CC BY-NC-SA 2.0

    i tuoi vicini corrono più veloci di te
    fiato e sangue in gola
    il ragazzo con cui sei andata a scuola
    che ti baciava vertiginosamente dietro la fabbrica di lattine
    tiene in mano una pistola più grande del suo corpo
    lasci casa solo
    quando la casa non ti lascia rimanere. … … … …

    Devi capire
    che nessuno mette i figli su una barca
    a meno che l’acqua non sia più sicura della terra
    nessuno si brucia i palmi
    sotto i treni
    sotto le carrozze
    nessuno passa giorni e notti nel ventre di un camion
    nutrendosi di carta di giornale a meno che le miglia percorse
    non vogliano dire di più di un semplice viaggio. … … … …

    Andatevene a casa neri
    rifugiati
    sporchi immigrati
    richiedenti asilo
    che prosciugano il nostro paese
    negri con le mani tese
    che odorano strano
    selvaggi
    hanno distrutto il loro paese e ora vogliono
    distruggere il nostro. … … … …

    Voglio tornare a casa,
    ma casa mia è la bocca di uno squalo
    casa mia è la canna di un fucile
    e nessuno lascerebbe la casa
    a meno che non sia la casa a spingerti verso la spiaggia
    a meno che non sia la casa a dirti
    di affrettare il passo
    lasciarti dietro i vestiti
    strisciare nel deserto
    attraversare gli oceani
    annega
    salvati
    fai la fame
    chiedi
    dimentica l’orgoglio
    è più importante che tu sopravviva. … … … …

    Home di Warsan Shire

     

    Immagine di copertina “lampedusa” by noborder network, CC BY 2.0

     

    migranti ministro Piantedosi Papa Francesco Sarah e Yusra Mardini tragedia di Cutro Warsan Shire
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    Paolo Piccinni
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    Nato nel 1952. Professore a contratto, in precedenza ordinario di Geometria, all’Università Sapienza di Roma. Ho trascorso periodi di studio e ricerca in varie istituzioni negli Stati Uniti, Regno Unito, Francia, Germania, Austria. Sono figlio di un giornalista.

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