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    Home»Europa»I deboli tentativi di pace per la guerra in Ucraina e l’assenza di Biden
    Europa

    I deboli tentativi di pace per la guerra in Ucraina e l’assenza di Biden

    Domenico MaceriDi Domenico MaceriGiugno 20, 20230 VisualizzazioniTempo lettura 5 min.
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    «Gli Stati Uniti dovrebbero essere una forza per la pace nel mondo». Questo il titolo di una lettera aperta pubblicata nel ‘New York Times’ e firmata da quindici ex esperti di sicurezza nazionale, tutti parte del Eisenhower Media Network (EMN), i quali hanno avuto ruoli di alto livello in amministrazioni democratiche e repubblicane.

    Foto di Defence-Imagery da Pixabay

    La lettera caratterizza la guerra fra Russia e Ucraina un disastro politico ed economico che potrebbe condurre a pericolosi usi di armi nucleari. Dennis Fritz, direttore dell’EMN, ha spiegato in un’intervista alla rete televisiva Democracy Now che l’intento della lettera è di attirare l’attenzione del presidente Joe Biden e del Congresso per porre fine alla guerra. Biden però sembra essere sordo e continua ad inviare armi all’Ucraina mentre alcuni deboli tentativi di pace emergono da parecchi Paesi senza però ricevere supporto dagli americani. Ad iniziare dalla Cina, forse il più temibile avversario per gli Usa, che ha già dimostrato doti di paciere fra l’Iran e l’Arabia Saudita. Infatti i due Paesi del Medio Oriente, acerrimi nemici, sono stati convinti dalla Cina ad avvicinarsi e riaprire le rispettive ambasciate. Questo avvicinamento fa auspicare una probabile fine alla guerra in Yemen.

    La Cina in effetti ha avuto un’influenza positiva e si prevedono ulteriori movimenti per stabilizzare il Medio Oriente mentre l’influenza occidentale si è rivelata poco efficace. Inoltre la Cina ha cercato di spingere nella direzione giusta nella guerra in Ucraina. Il presidente Xi Jinping si è recato in Russia per colloqui con Vladimir Putin e ha poi avuto un colloquio telefonico con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Nulla di concreto è venuto a galla ma la Cina ha presentato un volto pacifico, creandosi allo stesso tempo utilissimi alleati poiché gli Stati Uniti vedono il Paese asiatico come minaccioso. Anche il Brasile si è mosso in una direzione pacifica sul conflitto russo-ucraino. Il presidente Luiz Inacio Lula da Silva (Lula) ha condannato la violazione territoriale ucraina da parte della Russia anche se ha detto che ambedue Paesi sono responsabili per la guerra. Lula ha anche suggerito che la Russia dovrebbe ritirare le sue forze armate dai territori invasi l’anno scorso ma che l’Ucraina dovrebbe accettare la perdita della Crimea, invasa dalla Russia nel 2014. L’Ucraina non ha messo molto tempo a dissentire dai suggerimenti di Lula.

    Sei Paesi africani guidati dall’Africa del Sud hanno promosso anche loro un’iniziativa mediante la quale rappresentanti africani si incontrerebbero separatamente con omologhi russi e ucraini per iniziare discussioni diplomatiche che potrebbero condurre a una tregua e possibile pace. Né la Russia né l’Ucraina hanno rifiutato l’iniziativa africana.

    L’America e l’Europa però hanno speso poche energie per promuovere la pace che secondo i russi è allontanata dalle forniture di armi agli ucraini. Dimenticano ovviamente che sono stati loro ad aggredire il loro vicino facendo molto male i loro conti. Putin prevedeva una guerra lampo in cui il presidente Zelensky sarebbe fuggito e il Paese sarebbe divenuto uno Stato vassallo con un nuovo leader amico della Russia. Il leader russo ha sbagliato ma a farne le spese sono stati non solo gli ucraini ma anche i soldati russi. Il numero dei morti, non completamente preciso, ci dice che 350 mila soldati russi e ucraini sono rimasti feriti o hanno perso la vita, in maggioranza russi. Inoltre 13 milioni di ucraini sono stati sradicati dalle loro case, 8 milioni sparsi per l’Europa e 5 milioni sparsi nell’interno del Paese. Questi sfollati ci dicono qualcosa sulla causa della guerra, ossia l’aggressione russa. La fornitura delle armi da parte degli Usa e l’Europa prolunga la guerra ovviamente ma ciò si deve anche alla determinazione degli ucraini di difendere il loro Paese. Il tentativo dell’invasione russa di piegare l’Ucraina ha condotto a una specie di stallo che impedisce ovvie soluzioni pacifiche. Alla fine però se le iniziative di pace avranno successo saranno dettate in un certo modo da quel che succede nei campi di battaglia e il modo in cui i due avversari potranno dipingere la realtà dei fatti.

    Foto di Cristian Ibarra da Pixabay

    Fino adesso Biden ha armato gli ucraini ed ha persino dato il via libero al trasferimento dei jet F-15 e F-16 da parte di Paesi europei, ottenendo la promessa che sarebbero usati solo per scopi difensivi. Difatti Zelensky sa benissimo che incursioni in territorio russo non sono solo pericolose dal punto di vista di reazioni russe ma anche perché metterebbero in pericolo il flusso di armi dall’Occidente. Queste armi saranno indispensabili per l’annunciata controffensiva ucraina da mettere in atto fra non molto. Anche in caso di successi ucraini una sconfitta completa della Russia non è nelle ipotesi. Putin potrebbe aumentare la posta come ci suggerisce il recente trasferimento di armi nucleari tattiche in Bielorussia. Non si potrà avere chiari vincitori né chiari sconfitti. Ci vorrà qualche crisi affinché Biden convinca gli ucraini che per raggiungere la pace dovranno concedere qualcosa a Putin. Il leader russo ha bisogno di dimostrare che la morte dei suoi soldati non appaia invano per la guerra da lui scatenata. Al momento però Biden sta affrontando la crisi del default che potrebbe essere scatenato dall’intransigenza repubblicana sull’aumento del tetto al debito pubblico, causando serissimi guai all’economia americana e inevitabilmente anche a quella globale. Senza una crisi simile nel conflitto russo-ucraino il presidente americano difficilmente metterà pressione a Zelensky per negoziare.

     

    Foto di apertura di Nicole Dralle da Pixabay

    guerra in Ucraina Joe Biden tentativi di pace Vladimir Putin Volodymyr Zelensky
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    Domenico Maceri

    PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della  National Association of Hispanic Publications.

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