
Il comunismo è morto, il turbo-capitalismo ha i suoi problemi e anche la satira non se la passa proprio bene. Parafrasando Groucho Marx lo sguardo sull’esistente non è incoraggiante. E nel mondo globale dove i riflessi di un albero tagliato in Amazzonia si riverberano anche in Lucania, l’avvento di Trump certo non è un buon antidoto. Così negli USA una vignettista del Washington Post viene censurata mentre l’anniversario dell’attentato terroristico a Charlie Hebdo (dieci anni fa) passa nel quasi totale silenzioso anonimato. La satira non ha bisogno di gabbie né di censure. Non può esistere per definizione una satira ripiegata sul potere, sulle istituzioni, sul governo in carica di qualunque colore politico e di una qualunque nazione. In Italia si fa fatica ad afferrare il concetto e la mannaia della querela temeraria è pronta a calarsi sui disegnatori assimilati ai giornalisti. Ripensando alle corrosive trasmissioni della Dandini (Guzzanti, Reggiani, Leone) c’è da registrare un sostanziale passo indietro. La satira di Zelig evita la politica e anche la stand up comedy mette tra parentesi l’argomento per non cacciarsi in qualche brutto guaio, finendo come Daniele Luttazzi che da almeno un ventennio è desaparecido dai teleschermi ma anche alla scena pubblica. Eppure, ha successo la satira da bar di Maurizio Battista, numero uno al botteghino. Certo, non è un Lenny Bruce, messo al bando l mainstream per il suo colpire duro, senza pietà e senza limiti. È satira solleticante quella di Osho, amico personale di Giorgia Meloni. Le sue battute sono solletichini pruriginosi che strappano un sorriso ma non sono corrosive. Non è un caso che Osho alias Palmaroli abbia criticato la vignettista del Post (Ann Telnaes) giudicando legittimo il suo licenziamento per aver criticato il proprio editore. Per la cronaca la vignetta incriminata dipingeva Bezos (come del resto Zuckerberg, per non parlare, ovviamente, di Musk) come un servo potenziale di Trump. Una vignetta in effetti può essere più incendiaria di un editoriale da prima pagina per il potere di sintesi. Non esistono satira sbagliate ma solo satire che non vanno a segno e sparano a salve. Personalmente riteniamo che dal deserto si stagli Maurizio Crozza il cui show è più illuminante sulla politica italiana di un qualunque talk show con il vantaggio di un maggiore potere di sintesi. Forza dei suoi sette autori che dall’attualità ricavano un cocktail caustico e incandescente che colpisce a destra come a sinistra. Ma un Crozza è campione di piccoli ascolti, non troverebbe spazio né alla Rai né a Mediaset e persino a La 7 correrebbe il rischio di venire censurato. Il ’69, il situazionismo di Debord, gli indiani metropolitani del ’77 storicamente avevano aperto un varco in cui si era infilata la rivista “Il Mal”e e un senso di trasgressione beffardo e invitto. Indimenticabile la copertina che descriveva Ugo Tognazzi (lui complice) come il capo delle Brigate Rosse. Su un piano regionale rimane caustico il Vernacoliere toscano con le sue manifeste oscenità. Il generale ripiegamento sul personale più che sul politico, la prevalenza del virtuale sul reale, la crisi generale di valori e di punti di riferimento non crea le condizioni seminali per l’esercizio di satira. Pensiamo a quanto era funzionale per la sopravvivenza della satira l’esistenza in vita di Berlusconi. I suoi pallidi eredi non stimolano gli stessi riflessi comici perché il pubblico, gli italiani, avvertono la loro indeterminatezza e mancanza di personalità. Non si può fare satira sui “signor nessuno” perché occorrono bersaglia pericolosi e veri non fantasmi.