
Il tacchino è uno degli esseri viventi più felici del mondo. Si alza presto la mattina. Ha un’aia a disposizione. Ma soprattutto ha un uomo che ogni giorno gli porta da mangiare. Insomma, fa una bella vita. Non ha pensieri. “Il Tacchino” (“Le Dindon”) è anche un divertente vaudeville di Georges Feydeau. Tanto divertente, quella commedia, che fu riadattata al napoletano da Eduardo Scarpetta (Madama Sangenella). Il tacchino è inoltre un animale totemico per gli americani. Il vero e proprio simbolo della Festa del Ringraziamento. Purtroppo, però, viene il momento in cui il tacchino comprende che tutte le sue certezze erano vane: siamo sotto Natale, o sotto il Ringraziamento, e lo stesso uomo che per tutto l’anno gli ha portato da mangiare, gli tira il collo. Tornando al piano teatrale, la pochade si volge in tragedia.
Queste poche righe che precedono potrebbero essere la traccia di una commedia dei nostri tempi, dove il tacchino è l’Europa, l’uomo che prima lo nutre e poi lo sgozza, è l’America, il tono è quello della tragedia greca, il palcoscenico è quello dell’intero mondo. Feydeau non solo scriveva i copioni, ma sceglieva e curava tanti particolari: attori, scene, luci, costumi… Le sue scenografie, ricche di complicatissimi cambi a vista e al buio, sono studiate con impreviste angolazioni, tali da sovvertire del tutto le aspettative del pubblico. Proprio come per il tacchino europeo: sommovimenti inattesi e repentini, una pluralità di elementi (dazi, sicurezza, esclusione da negoziati, accuse di non essere democrazie…), attori e vicende che gli ruotano intorno passandogli sopra senza che lui riesca né a fare né a dire alcunché di utile o sensato. E così via.
Succede così che nel turbolento teatro del nostro mondo attuale, l’ingenuo e tonto tacchino da simbolo americano finisce per proporsi come simbolo dell’Europa, tanto da poterlo forse mettere nella bandiera in mezzo alle dodici stelle. Scopriamo infatti con sgomento che l’amico americano, l’alleato per definizione, il nostro compagno nella scelta democratica, ci tratta peggio di quanto non tratti la Russia, ci dice chiaro e tondo che è ora che ce la sbrighiamo da soli su sicurezza e questioni europee (magari continuando a comprare armi e gas americani), imbocca strade che proprio così democratiche non sono, e per giunta accusa noi europei di non saper più che cosa sia la libertà. L’Europa si agita (anche il tacchino sulla via della mensa sbatte le ali), ma appare del tutto sbigottita.

Certo, potrebbe dire qualcuno; come potevamo aspettarci che un presidente americano imboccasse una strada così decisamente autoritaria? Questo perché non tutti hanno letto “La scuola dei dittatori”, di Ignazio Silone, scritta durante il suo esilio in Svizzera e pubblicata in lingua tedesca a Zurigo nel 1938. Lo scrittore immagina che proprio un aspirante dittatore americano, Mister Doppio-Vu, miliardario che aspira a instaurare una dittatura negli Stati Uniti d’America, vada a trovare l’anarchico italiano Tommaso il Cinico, esiliato in Svizzera, per scoprire se esiste una tecnica della dittatura da poter applicare in qualsiasi paese. Partecipa ai dialoghi anche il Professor Pickup, inventore della misteriosa scienza della pantautologia, accompagnatore e consigliere ideologico di Mister Doppio-vu. Perbacco, si direbbe! Quanto questa storia assomiglia alla realtà: miliardario americano… vocazione autoritaria… consiglieri depositari di strane scienze… Così l’Europa, che già da tempo faceva la parte del vaso di coccio fra i vasi di ferro americano, cinese, russo, adesso corre addirittura il rischio di andare in frantumi.
Divisa fra le grandi potenze dopo la Seconda Guerra Mondiale, e non avrebbe potuto fare altro, l’Europa ha avuto in seguito interessanti opportunità: quella di trasformarsi in un’entità efficacemente integrata e coesa, tanto da poter un giorno mettere realmente a fattor comune le funzioni sovrane; quella di battersi e operare, alla metà degli anni Novanta, per una vera condivisione di sicurezza in Europa sui seguiti di Helsinki, piuttosto che aderire acriticamente alla logica degli allargamenti; quella di rendersi meno dipendente dagli Stati Uniti sul piano della sicurezza e difesa, piuttosto che farsi cliente del mercato americano degli armamenti. L’ultima opportunità, almeno morale e politica, l’ha persa allo scoppio della guerra in Ucraina, quando si è del tutto appiattita sulle logiche di Washington e della NATO, talvolta addirittura superandole, almeno a parole, senza mai lanciare messaggi di buon senso e di pace. Nemmeno adesso, quando gli Stati Uniti stanno pragmaticamente operando per la fine del conflitto. Se nessuno la vuole al tavolo dei negoziati sull’Ucraina, come dargli torto?
Il sogno europeo non era questo. Il sogno, sogno che non sarebbe stato irrealizzabile, era quello di un’Europa dei paesi fondatori, o poco più, tale da diventare un soggetto unico sulla scena internazionale e assorbire altri paesi solo dopo questo rafforzamento. Era quello di un’Europa democratica, il che significa socialdemocratica, giacché non è vera democrazia quella che tollera la povertà, la precarietà, l’incertezza del lavoro, la concorrenza fiscale fra i membri, gli arricchimenti sconsiderati e assurdi, l’indebolimento dei servizi pubblici. Invece si è preferito adagiarsi senza colpo ferire sul Washington consensus, sul neoliberismo esasperato, sulla privatizzazione di qualsiasi cosa, nascondendo la propria inerzia dietro battaglie poco più che retoriche: l’allargamento per principio (siamo tutti europei!), la difesa dei diritti e delle libertà (cioè della sola cosa che non ci manca), regole burocratiche, ridondanti e asfissianti buone solo a mascherare il vuoto politico, la mancanza di contenuti sociali ed economici e l’incapacità di resistere alle lobby e ai poteri finanziari multinazionali.

Come nell’antico mito, l’Europa si è lasciata prendere e possedere dal potente. Zeus, nel mito, assunse le sembianze di un toro bianco e avvicinò la fanciulla distendendosi ai suoi piedi. Europa salì sul dorso del toro, impressionata dalla sua mansuetudine, e questi la rapì e la portò attraverso il mare fino all’isola di Creta. Zeus rivelò quindi la sua vera identità e tentò di possederla, ma lei resistette (sì; almeno nel mito, resistette). Il Dio si trasformò in aquila e riuscì a sopraffarla. Così l’Europa per troppi decenni si è fidata della mansuetudine (del resto molto relativa!) del toro americano, che ora, trasformato in aquila (ma insomma, non è che tutto sia stato già scritto?) la ghermisce per poi lasciarla cadere.
Nella Storia i grandi e positivi mutamenti sono quasi sempre avvenuti alla fine di distruttive guerre. Speriamo che non ne scoppino più di quelle che ci sono già state servite; ma il ciclone Trump rischia di lasciare macerie analoghe a quelle di una guerra, e del resto le trasformazioni degli equilibri sono già in corso. Forse l’Europa, pressata dagli eventi, privata delle fallaci certezze che ha coltivato per decenni, oppressa dai disordini sociali ed economici che certamente emergeranno, riuscirà a capire che cosa può e che cosa deve essere, non solo a beneficio degli europei, ma anche a beneficio degli equilibri strategici e dei temi globali, sui quali senza diventare una potenza pacifica e progressista non potrà affatto incidere. Nessuno può dire se e come questo avverrà. Ma una cosa è certa: non saranno le classi dirigenti espresse dai paesi europei negli ultimi quarant’anni a poter traghettare l’Europa verso lidi migliori. Le attuali classi dirigenti, ignave, vili, incapaci, arroganti e serve, dovrebbero farsi finalmente da parte, nella speranza che emergano nuovi soggetti politici in grado di non farci definitivamente naufragare.


