Nessuna catena è più forte
del suo anello più debole.
G. K. Chesterton, Eretici
100 anni fa, a partire dal 1925 e fino al 1938, il Messico visse un dramma senza precedenti. Il governo – caduto a seguito dell’ennesimo regolamento di conti tra esponenti della massoneria nelle mani degli «uomini di Sonora», un nuovo gruppo di pochi autocrati, – inasprì in modo radicale la legislazione antireligiosa che già aveva colpito i cattolici in diversi momenti della storia messicana. Qualsiasi espressione pubblica della fede divenne impossibile.
La Costituzione del 1917 e la Ley Calles
Dopo un periodo di incubazione durato oltre un secolo il giovane Stato messicano, nato sull’onda della decolonizzazione latino-americana, con il sostegno della massoneria e con l’appoggio quasi ininterrotto degli Stati Uniti, governato da un’élite di ideologia liberal-radicale e più affine al protestantesimo nordamericano che alla tradizione cattolica del Paese, attraversando crisi istituzionali, invasioni straniere, una rivoluzione sullo sfondo di un contrasto latente tra forze liberali e Chiesa cattolica, si trasformava con la Costituzione del 1917 di Venustiano Carranza, ma soprattutto con il governo di Plutarco Elias Calles (1924-1928), nel regime più anticattolico del continente americano.

L’edizione originale della Costituzione messicana del 1917
La collaborazione dei cattolici con i governi nazionali (in particolare quelli di Porfirio Diaz e di Victoriano Huerta) cessò quando i rivoluzionari messicani più radicali al seguito di Carranza, additandola come una forza reazionaria al servizio degli interessi più retrivi, entrarono in aperto conflitto con la Chiesa cattolica. Il promettente Partido Católico Nacional fu smantellato, i principali giornali cattolici vennero chiusi, i circoli dei lavoratori scomparvero come la maggior parte delle scuole cattoliche. Inoltre, l’Assemblea costituente di Querétaro (1916-1917) avrebbe istituzionalizzato, con la nuova Constitucion Politica de los Estados Unidos Mexicanos del 1917 (in particolare con gli articoli 3, 24, 27 e 130) l’esclusione dei cattolici dalla vita politica e sociale del Messico. La sua applicazione rimase comunque in relativo sonno fino all’avvento di Calles il 1º dicembre 1924.
L’8 febbraio 1925, il governo, in applicazione dell’articolo 24, emanò una circolare ricordando, nell’imminenza della Settimana Santa, che le celebrazioni erano consentite soltanto all’interno delle chiese ed era proibito condurre le tradizionali processioni e comunque ogni altra cerimonia pubblica esterna, in dispregio del sentimento religioso di gran parte della popolazione messicana.
Ma, nonostante gli eventi negativi seguiti all’affermazione di Carranza, il riformismo moderno e dinamico promosso dalla Chiesa messicana, che si ispirava al cattolicesimo sociale e agli insegnamenti di Leone XIII, si era rafforzato negli anni a tal punto da entrare in concorrenza con il movimento rivoluzionario sulla questione sociale. In quello stesso 1925, le organizzazioni su cui si basava questo vivacissimo cattolicesimo sociale erano quattro: la Unión de Damas Católicas, che contava 216 centri regionali e locali e 22.885 membri; l’Asociación Católica de la Juventud Mexicana (ACJM), con 170 gruppi e 7.000 membri; l’Orden de Caballeros de Colón, con 51 consigli e 5.000 membri; infine la Confederación Nacional Católica del Trabajo (CNCT), con 384 gruppi e 19.500 membri.

Plutarco Elias Calles (a sinistra) con il presidente americano Calvin Coolidge (a destra) alla Casa Bianca il 31 ottobre 1924, tappa del suo tour pre-elettorale negli Stati Uniti e in Europa, Wikimedia Commons
Il governo federale, espressione del Partido Laborista Mexicano (PLM) al potere, si trovò quindi a confrontarsi con un movimento cattolico organizzato e che avrebbe potuto ottenere la maggioranza nelle consultazioni elettorali. Ma la sua reazione fu violenta e giocata su differenti versanti, innanzitutto ricorrendo all’azione violenta del sindacato rivoluzionario Confederación Regional Obrera Mexicana (CROM), guidato da Luis Napoleon Morones, fondatore anche del PLM, quindi creando i Caballeros de la Orden de Guadalupe, analogo all’Orden de Caballeros de Colón, inoltre addirittura promuovendo la creazione di una Chiesa parallela, la Iglesia Católica Apostólica Mexicana, destinata a un rapido declino.
Dopo vari altri atti repressivi (chiusura nel 1925 dell’Instituto de Ciencias di Guadalajara tenuto dai Gesuiti e nel 1926 del centro ACJM della stessa città), tra il 2 e il 19 luglio 1926 fu promulgata la Ley Calles, un dispositivo penale consistente in 33 provvedimenti riuniti in una legge suddivisa in sezioni, in applicazione della Costituzione, con relative pene e ammende, per ridurre radicalmente l’influenza della Chiesa cattolica nella società messicana. Punti «qualificanti» erano l’obbligatorietà dell’istruzione laica nella scuola e di conseguenza la chiusura delle scuole cattoliche, l’illegalità dei voti e degli ordini religiosi, il divieto per i membri del clero di esercitare attività politica e il diritto di voto, la definizione da parte di ogni stato federale del numero di ministri del culto necessari sul territorio, la nazionalizzazione delle proprietà ecclesiastiche.
La repressione e la nascita del Comitato di Guerra
Il già difficile equilibrio si spezzò con quell’atto definitivamente. La Liga Nacional Defensora de la Libertad Religiosa (LNDLR), fondata il 14 marzo 1925 a seguito dei primi provvedimenti restrittivi con il fine di restaurare «la libertà religiosa e tutte le libertà che ne derivano nell’ordine sociale ed economico», aveva nel frattempo ingrossato le sue fila.
In coordinamento con l’episcopato messicano, la Liga avviò iniziative di protesta non violente come il boicottaggio di beni di produzione statale, una petizione (inascoltata) e, come misura estrema, la sospensione totale del culto pubblico e dell’amministrazione dei sacramenti se non in forma clandestina.
Il governo reagì con arresti sia dei dirigenti sia dei volontari della LNDLR, che, di fronte alla persecuzione e non vedendo altra soluzione, fu costretta alla clandestinità e avviò una nuova fase con la creazione del Comitato di Guerra, circostanza che, vista l’inconciliabilità delle due parti, sarebbe sfociata nella «guerra cristera».
Dal boicottaggio si passò presto alla rivolta armata che la maggior parte dei vescovi, allarmata prevedendone l’esito tragico, tentò di fermare moderando gli animi, mentre la Chiesa di Roma cercava una soluzione diplomatica della crisi.
La guerra cristera
Il concorso di popolo nel progredire degli eventi fu enorme. In oltre un anno di attività, la Lega era riuscita a radicarsi in diversi stati messicani, soprattutto nel centro e nell’ovest del Paese, regioni dove la guerra si sviluppò con maggiore violenza. L’organizzazione, con il favore di gran parte della società civile, si consolidò in pochi mesi e nacque la «Cristiada», l’insurrezione di Cristo Re, questa volta senza il consenso né dell’episcopato né del Vaticano, coinvolgendo milioni di persone.

Il generale Enrique Gorostieta y Velarde, 1928, Wikimedia Commons
E fu questo popolo ad assicurare il sostegno a un esercito sempre più potente e organizzato, passato dai 12.000 dell’inizio ai 50.000 effettivi nell’ultima fase della guerra. Dal 1927 il comando fu assunto dal generale Enrique Gorostieta y Velarde, proveniente da una famiglia di tradizioni militari, che aveva anch’egli abbracciato la carriera militare fin dal 1906 sotto il governo di Porfirio Diaz e che, dopo aver conseguito il grado di generale di brigata, aveva lasciato l’esercito in coincidenza della presa di potere di Venustiano Carranza.
Gorostieta non era animato da fanatismo religioso e non era un mercenario, ma non aveva mai condiviso l’oltranzismo anticlericale di Carranza e tanto meno condivideva quello di Calles. Si trattava dell’uomo necessario, del militare esperto e capace che poteva trasformare un’aggregazione di milizie guerrigliere in un esercito vero e proprio, con capi addestrati e coraggiosi e gregari disciplinati, in grado di muoversi adeguatamente contro un potente esercito professionale, assestando sconfitte sanguinose al nemico.
E infatti, nonostante l’intervento sempre più violento dei federali, interi Stati della zona centrale del Messico caddero sotto il controllo dei cristeros, la resistenza non cessava e la guerra sarebbe certamente continuata se l’intervento diplomatico della Chiesa di Roma, che non aveva mai dato un aperto sostegno alla ribellione, non vi avesse posto fine nel 1929. Con accordi (i cosiddetti arreglos) firmati senza coinvolgere i rappresentanti degli insorti e che annullarono solo temporaneamente le leggi all’origine del conflitto, ma non servirono a impedire una ripresa delle persecuzioni e della ribellione, sia pure in tono minore, tra il 1934 e il 1938.
Solo nella fase più cruenta si calcola che il conflitto sia costato dalle 70.000 alle 85.000 vittime tra insorti e federali e 200.000 vittime civili, ma il tributo di sangue originato dalla rivolta non avrebbe mai risolto pienamente la contrapposizione e sanato le ferite che si erano aperte. La Costituzione messicana verrà emendata nei punti liberticidi soltanto a 75 anni dalla sua promulgazione, il 28 gennaio 1992!
Pio XI di fronte al dramma messicano
Pio XI intervenne sulla vicenda con una lettera apostolica (Paterna sane, del 2 febbraio 1926), e ben tre encicliche (Iniquis afflictisque, del 18 novembre 1926, Acerba animi, del 29 settembre 1932 e Firmissimam constantiam, del 28 marzo 1937), offrendo una risposta alle domande che ogni credente si può porre, anche oggi, in un mondo che conosce tuttora la persecuzione contro la Chiesa: sulla liceità della ribellione contro l’autorità civile, sulla possibilità di accordarsi con un potere ostile alla fede, sul ruolo e le priorità della Chiesa in tempo di oppressione.

Pio XI, ritratto di Philip Alexius de László, 1924, Wikimedia Commons
Egli, pur condannando fermamente l’iniquità della legge e la persecuzione anticattolica in Messico, esercitò una lunga e difficile mediazione tra le diverse sensibilità presenti nella Chiesa messicana e a Roma, mantenendo una posizione prudente sulla guerra giusta. Non approvò apertamente la ribellione armata dei cristeros, promuovendo innanzitutto la resistenza spirituale e civile non violenta, ma nemmeno la condannò esplicitamente, affermando nell’ultima enciclica, la Firmissimam constantiam del 28 marzo 1937, che
«la vita cristiana, per svolgersi, ha bisogno pure di ricorrere a mezzi esterni e sensibili; che la Chiesa, essendo una società di uomini, richiede, rispetto alla naturale esigenza della vita e del suo necessario incremento, una legittima libertà d’azione, e che i suoi fedeli hanno diritto di trovare nella società civile possibilità di vivere in conformità ai dettami della loro coscienza.
È quindi naturale che, quando le più elementari libertà religiose e civili vengono impugnate, i cittadini cattolici non si rassegnino senz’altro a rinunziarvi. Tuttavia la rivendicazione anche di questi diritti e di queste libertà potrà essere più o meno opportuna, più o meno energica, a seconda delle circostanze.»
Il documento venne pubblicato a pochi giorni dalle altre encicliche Mit brennender Sorge, sulla Chiesa nella Germania nazista (14 marzo), e Divini Redemptoris, sul comunismo ateo (19 marzo), che rappresentarono una parallela esplicita condanna delle ideologie anticristiane e contribuirono alla successiva formulazione di quello che oggi viene definito come il «diritto naturale alla libertà religiosa».
I martiri della persecuzione
La persecuzione era in realtà iniziata con il governo di Venustiano Carranza, e già nel 1915 si contarono almeno 160 sacerdoti uccisi, ma fu la guerra cristera ad avere sulla Chiesa l’impatto più radicale. Il numero di sacerdoti «con licenza» di servire la Chiesa diminuì drasticamente, passando dai 4.500 del 1926 a soli 334 nel 1934 per circa 15 milioni di fedeli, a causa di omicidi, emigrazione, espulsioni. Nel 1935 ben 17 Stati del Messico non avevano nessun sacerdote.

San José Sánchez del Rio
Il processo canonico iniziò con Giovanni Paolo II, che nel 1988 beatificò il gesuita Miguel Agustín Pro, nel 1997 Elias del Socorro (Matteo Nieves), nel 2000 canonizzò 25 martiri messicani, il sacerdote Cristobal Magallanes Jara e 24 compagni (21 sacerdoti e 3 laici). Benedetto XVI nel 2005 beatificò 2 sacerdoti e 11 laici, tra i quali José Sánchez del Rio, poi canonizzato da Francesco nel 2016, l’unica figura sulla quale ci soffermiamo.
José Sánchez del Rio nasce a Sahuayo, diocesi di Zamora (stato di Michoacán) il 28 marzo 1913. Joselito, com’è chiamato familiarmente, ha due fratelli più grandi, già membri dell’Asociación Católica de la Juventud Mexicana, che aderiscono al movimento cristero.
Dimorando per breve tempo con la sua famiglia a Guadalajara, visita la tomba del giovane avvocato Anacleto González Flores (tra i beati del 2005), martirizzato l’1 aprile 1927. In quella circostanza il ragazzo chiede a Dio di poter morire come Anacleto in difesa della fede.
Unitosi ai cristeros come portabandiera ma senza partecipare direttamente al conflitto armato, il 6 febbraio 1928, durante uno scontro armato, cede liberamente il suo cavallo a un generale cristero perché possa mettersi in salvo, viene catturato dai federali e il 10 febbraio viene crudelmente torturato e quindi ucciso, dopo aver pronunciato il grido degli insorti: «¡Viva Cristo Rey!».
La storiografia e la letteratura
Per un lungo periodo la Cristiada è stata descritta dalla storiografia ufficiale messicana sulle persecuzioni antireligiose dei secoli XIX e XX (istituzioni, università collegate ai centri governativi) come la reazione di una parte della popolazione, soprattutto rurale, sulla spinta dei latifondisti e della Chiesa, contro la modernità, la riforma agraria e i cambiamenti sociali. La stessa Chiesa messicana preferì per molti anni la via di una sorta di rimozione della memoria.
Soltanto verso la fine degli anni 60 del secolo scorso quell’interpretazione storiografica, che in tutti i suoi aspetti e sulla base della copiosa documentazione raccolta non sembrava aderire alla realtà dei fatti, è stata affrontata più criticamente. Una lettura approfondita ha rivelato che gli oligarchi al governo, arrogandosi il diritto di detenere le leve del potere politico e di quello economico con la dichiarata intenzione di favorire una trasformazione del Paese in senso democratico e sociale, arrestarono violentemente la proposta riformatrice del cattolicesimo messicano.
Della numerosa bibliografia storiografica più recente citiamo alcuni autori, che hanno contribuito alla ricostruzione dell’epopea cristera o a metterne a fuoco alcuni aspetti particolari.
Lo storico francese Jean A. Meyer fu il primo ad affrontare, tra gli anni 60 e 70, la vicenda dei cristeros su basi organiche storico-scientifiche con la trilogia La Cristiada – La guerra de los cristeros; El conflicto entre la Iglesia y el Estado. 1926-1929; Los cristeros – (Città del Messico, Siglo XXI, 1994). Iniziò la sua ricerca da posizioni ostili, ma successivamente mutò il suo giudizio sull’intera vicenda sino ad arrivare alla conversione.
David C. Bailey, più attento alla storia diplomatica della guerra cristera, ne studiò i risvolti in ¡Viva Cristo Rey! The Cristero Rebellion and the Church State conflict in Mexico (Austin, Texas University Press, 1974).
Paolo Valvo ha invece esaminato in Pio XI e la Cristiada. Fede, guerra e diplomazia in Messico (1926-1929) (Brescia, Morcelliana, 2016), la politica della Santa Sede e le differenti e spesso contrastanti posizioni presenti nel cattolicesimo locale e nella curia romana sulle vicende messicane.
Graham Greene, che visitò il Messico tra gennaio e maggio 1938, con l’intenzione di svolgere un’indagine sulla Cristiada, chiamò questo evento «la più feroce persecuzione religiosa dai tempi di Elisabetta» e raccontò i suoi viaggi nel Tabasco in Le vie senza legge (The Lawless Roads), un libro pubblicato nel 1939 e che fu la base per il suo famoso romanzo Il potere e la gloria (The Power and the Glory), pubblicato l’anno successivo.
Il romanzo è la storia, frutto dei racconti raccolti da Greene, di un prete cattolico rinnegato e alcolizzato, che nel Messico del 1930 del XX secolo vive in clandestinità e in fuga dalle autorità, nascondendosi nelle foreste e nelle paludi del Tabasco, uscendo solo la notte, finché non viene catturato e giustiziato. Anche i personaggi principali descritti nel romanzo sono ispirati a persone reali incontrate nel suo viaggio. Per il protagonista Greene si servì anche della figura del beato gesuita Miguel Agustín Pro, passato per le armi senza processo in base a false accuse nel 1928.
Immagine di apertura: Ufficiali del reggimento cristero Castañon, sullo sfondo la bandiera messicana con l’effigie della Madonna di Guadalupe, Wikimedia Commons