15 Aprile 2026 - mercoledì

Incertezza, caos, paura. I dazi voluti da Trump sono un boomerang: le contromisure dei paesi colpiti provocano sconquassi in America. Il crack incombe sul primo sistema produttivo del mondo.

Donald Trump

Il presidente degli Stati Uniti va a zig e zag: decide, sospende e conferma dazi del 25% su tutte le importazioni di acciaio e di alluminio. Colpisce il Messico, il Canada, l’Unione Europea e la Cina. Contro Pechino attua anche tariffe doganali generali del 20%. Da aprile minaccia nuove pesanti botte contro tutti, in testa l’Europa.

Donald Trump suona con forza la tromba populista della guerra commerciale dei dazi. La suona contro tutti prima e dopo il 20 gennaio, il giorno del suo giuramento come 47° presidente. Usa toni durissimi e offensivi perfino verso la Ue: è nata «per fregare gli Stati Uniti». Nel discorso ai primi di marzo alle assemblee della Camera e del Senato riunite in seduta comune si paragona addirittura a George Washington. “Spara”: in meno di 50 giorni di governo «c’è stata un’azione rapida e implacabile per introdurre l’era di maggiore successo nella storia del nostro Paese». Dice: «L’America è tornata», una «età dell’oro» è dietro l’angolo, «il sogno americano rinasce».

Ma non tutti la pensano come lui. I parlamentari repubblicani si alzano in piedi e applaudono, quelli democratici ascoltano in silenzio e fischiano. Il deputato democratico Al Green lo interrompe e i repubblicani lo contestano gridando: «Usa!, Usa!, Usa!». Il presidente accusa il colpo: definisce «molto triste» il rifiuto dei democratici di «celebrare insieme». Poco dopo Green è scortato fuori dall’assemblea del Congresso. Insiste sull’espulsione di massa degli immigrati irregolari. Usa trionfali toni populisti ma gli autogol fanno tremare la Casa Bianca.

Wall Street

La contestazione cresce. Una metà dell’America è schierata contro il nuovo presidente. I democratici dall’opposizione attaccano l’autoritarismo e il populismo di Trump, la lesione dei diritti democratici e la guerra dei dazi. La guerra commerciale provoca un mare di danni: Wall Street e il dollaro scendono. La potentissima economia Usa comincia ad annaspare. Perde colpi persino l’occupazione, specie quella a tempo pieno e contrattualmente garantita. Corre la paura anche per una possibile recessione economica. Trump non la esclude: l’economia sta vivendo «un periodo di transizione, perché quello che stiamo facendo è davvero notevole». Scoppia il finimondo, causa il lunedì nero del 10 marzo. La Borsa di New York, in discesa da due mesi, crolla: l’indice Nasdaq dei titoli tecnologici precipita del 4%, Tesla di Musk di quasi l’8%. Sono colpite soprattutto le aziende più innovative, quelle del digitale, dell’intelligenza artificiale, i capitalisti della tecno destra convertiti al trumpismo.

Le famiglie americane sono preoccupate per l’aumento dell’inflazione che taglia salari e pensioni (e i dazi potrebbero accentuare la corsa dei prezzi). Non a caso i sondaggi rilevano una diminuzione a febbraio dell’indice di fiducia dei consumatori, è il più forte calo mensile dall’agosto 2021. Forse ha ragione il Wall Street Journal quando definisce i dazi la guerra commerciale “più stupida” della storia.

Zelensky, Trump, Vance

Trump vuole la fine del «selvaggio conflitto in Ucraina». Anche qui procede a zig e zag. Dopo un drammatico incontro-scontro alla Casa Bianca con Zelensky raggiunge una intesa con Kiev a Gedda su una tregua in Ucraina di 30 giorni. Come premio riavvia l’invio di armi e di informazioni di intelligence a Kiev sospeso dopo il bellicoso match con Zelensky. Ma in Ucraina si continua a sparare. Vladimir Putin pone condizioni, chiede che la tregua sia realizzata in un quadro di «una pace duratura». Conquiste territoriali in Ucraina e, pare di capire, una contemporanea egemonia politica.

Il presidente degli Stati Uniti cerca martedì 18 marzo, in una lunga telefonata con Vladimir Putin, concorda la rinuncia per 30 giorni al bombardamento delle strutture energetiche nella guerra in Ucraina. Il conflitto continua ma si può aprire la strada a una difficile tregua e a una successiva complicata pace. Trump ha bisogno di successi ma certo non si può lasciare fuori della porta delle trattative né l’Ucraina né l’Unione Europea. Nel 2026 si svolgeranno le elezioni di medio termine alla Camera e al Senato e la “frittata” del caro uova può contribuire a una sonora sconfitta. La strada per la pace è ancora lunga e difficile.

Si moltiplicano in tutti gli Stati Uniti le manifestazioni popolari di protesta contro l’amministrazione Usa dopo l’umiliazione di Volodymyr Zelensky nella “corrida” alla Casa Bianca. Un migliaio di persone contesta J.D. Vance in vacanza a sciare con la famiglia in Vermont. Urla e cartelli attaccano il vice presidente: «Traditore, vai a sciare in Russia». E Vance è costretto a cambiare albergo per motivi di sicurezza. Il vice presidente è bersagliato dalle contestazioni. Il pubblico accoglie lui e la moglie con bordate di fischi e proteste in un concerto al Kennedy Center di Washington.

La luna di miele di Trump con l’America profonda declina. I ceti medi bianchi impoveriti, quelli artefici della sua vittoria elettorale, sono tra i più colpiti nel portafoglio con l’inflazione e dai dazi. Il “sogno americano” di eguaglianza, di diritti e di progresso somiglia poco al programma sociale, economico, imperialista di Trump verso la Groenlandia, Canada, Panama e Gaza. Usa toni intimidatori anche verso gli storici alleati di Washington: «L’unica cosa sensata per il Canada è diventare il 51esimo Stato americano».

Invece della promessa «età dell’oro» l’America potrebbe crollare sotto un collasso economico globale (il suo debito pubblico è enorme) e l’addio dei paesi democratici alleati minacciati anche dal disimpegno militare americano.

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Rodolfo Ruocco, classe 1954, giornalista professionista. Ha lavorato prima come redattore economico-sindacale e poi come giornalista parlamentare all’”Avanti!”, al “Il Giorno”, al Tg2, a Televideo Rai e a Rainews24. Ora è impegnato nella confezione della pubblicazione digitale “Sfoglia Roma” che ha creato nel 2017 assieme a un collega.

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