15 Aprile 2026 - mercoledì

Creato dall’attore Paolo Villaggio, che gli ha prestato la sua mimica gommosa, il “rag. Fantozzi Ugo” si è imposto immediatamente come il protagonista (al negativo) di un’Italia maldestra e ingorda, servile e ipocrita, disposta a tutto pur di non dispiacere ai propri superiori e disperatamente incapace di godere di quei simboli del benessere che insegue con altrettanto disperata determinazione.” (Paolo Mereghetti).

Per un felice cinquantennio. Il 14 marzo 1975 a Roma, cinema Barberini, alla presenza del regista e degli interpreti, veniva proiettato in prima nazionale “Fantozzi”, di Luciano Salce. Prendeva ufficialmente vita sugli schermi la creatura di Paolo Villaggio (sia lode al genio euristico di Maurizio Costanzo, suo primo mentore), che fino ad allora era stata l’oggetto di racconti giornalistici e televisivi, raccolti e ordinati dal loro autore in un romanzo che in quattro anni aveva venduto un milione e mezzo di copie. Tradotto in tutte le lingue conosciute in occidente (bellissimo il titolo inglese: “White collar blues”), premio Gogol in URSS come il più popolare fra quelli pubblicati in caratteri cirillici (chissà se glielo darebbero adesso: Nikolaj Vasil’evič Gogol era ucraino), il libro aveva trovato in Luciano Salce e negli sceneggiatori Benvenuti e De Bernardi i suoi traghettatori al cinema e in Paolo Villaggio – già attore per Monicelli, Ferreri, Avati e altri – l’interprete naturale. Ne sarebbe nata la saga che sappiamo, di dieci film, sempre più trascurabili dal punto di vista qualitativo. La regia, dal quarto al nono era passata a Neri Parenti, dopo il tentativo di co-regia ParentiVillaggio di “Fantozzi alla riscossa”, terzo della serie (non male). L’ultimo (“Fantozzi 2000La clonazione”), senza l’insostituibile compagno di Fantozzi, il rag Filini di Gigi Reder (scomparso l’anno prima) e con un nuovo assetto di regia e sceneggiatura, fu un disastro. Dal Paradiso dei registi – scrisse Paolo MereghettiS. M. Ejsenstein può tranquillamente rovesciare su Villaggio la celebre battuta sulla Corazzata Potemkin. Stavolta la “cagata pazzesca”, ma sul serio, l’aveva fatta lui.

Locandina inglese.

Il 3 giugno del 2017, anche Villaggio se n’è andato. Non così Fantozzi, ultima maschera italiana e prima in assoluto a bandire quei dialettalismi che, da gloria della commedia dell’arte e sostanza di quella cinematografica all’italiana, erano diventati una pianta infestante insinuatasi persino nel doppiaggio dei Simpson. Certo Villaggio era genovese, ma il suo personaggio, come tutti gli altri della saga, non aveva accenti dialettali. Con la sua maschera nasceva un antieroe nazionale e, non sembri retorico, europeo. I francesi l’avrebbero chiamato “Mr Catastrophe” e Daniel Pennac gli avrebbe in certo senso affiancato, dieci anni dopo, il suo Mr Malaussène. “Fantozzi, come la maggioranza dell’umanità, non ha talento. E lo sa. Non si batte per vincere né per perdere ma per sopravvivere. E questo gli permette di essere indistruttibile. La gente lo vede, ci si riconosce, ne ride, si sente meglio e continua a comportarsi come Fantozzi.” (Villaggio). Contraddicendo una nota battuta di Alberto Arbasino sull’inesportabilità di molta letteratura italiana, il suo cammino avrebbe superato di molto la frontiera di Chiasso.

Tre mesi fa, 14 marzo 2025, restaurato dalla Cineteca di Bologna, “Fantozzi” è tornato al Barberini – e di lì in tutta Italia – a celebrare i suoi cinquant’anni. Con più figli e nipoti (in primo luogo Emanuele Salce) che protagonisti in carne e ossa a festeggiare. Siccome oggi, 21 giugno, parte a Bologna la XXXIX edizione del Festival del Cinema Ritrovato, con i soliti sei/settecento film in arrivo dalle cineteche di tutto il mondo – dai fratelli Lumière a Jerry Lewis a Luigi Comencini, uno dei focus della manifestazione – dedico a questo suo singolare prologo una sintesi di quanto scrissi otto anni fa in morte di Paolo Villaggio. Con quel poco o tanto di buono che aveva e forse mantiene.

HASTA SIEMPRE, RAGIONIERE!

Adesso che se ne è andato, con la cerimonia al teatro all’aperto della Casa del Cinema, sotto lo schermo enorme delle proiezioni estive, si stempererà probabilmente l’effetto web straniante del primo giorno, quando accanto ai prevedibili ricordi grati si erano affollate le testimonianze asprigne, o anche un po’ malevole, di represse antipatie o di pretese piccole e meno piccole meschinità passate, attribuitegli nel ricordo. Perché, da vero innovatore in un paese in cui a tutto si può rinunciare meno che al favore di folla, Villaggio era riuscito evidentemente a stare sulle scatole a molti, senza averlo cercato e senza neanche averci rimesso in popolarità. Come dire la quadratura del cerchio. Perché in realtà, alla pari del Keaton di Lolli e Guccini, anche “lui ci teneva al suo pubblico, più che al suo fegato”, come testimoniano le circonferenze impossibili a cui era arrivato negli ultimi anni e che celava nei camicioni.

Krantz

Fracchia e Kranz. La TV fu la sua incubatrice mediatica e la sua vera forza. “Il miglior Villaggio? Quello della TV. Fantozzi deve tutto a Fracchia (e Kranz)”, titola Aldo Grasso sul Corriere. I grandi comici della generazione prima di lui (Totò, Sordi, Tognazzi, Fabrizi, ecc) venivano dalle tavole del teatro di rivista, o di varietà, o d’avanspettacolo. Ne avevano assimilato la durissima scuola e ne avevano trasferito i segreti al cinema. Non che fosse popolarissimo il teatro di varietà fra gli spiriti elevati, tutt’altro (si sarebbe preso le sue rivincite – anche troppo – da morto) e i suoi attori in gran parte non avrebbero retto il passaggio al cinema. La televisione, in quegli anni cinquanta, non li amava proprio, ma chi è riuscito aveva una cassetta degli attrezzi straordinaria e il mondo ricchissimo dei caratteristi, ancora oggi serbatoio insostituibile del nostro cinema, trasse da questo teatro povero, feroce e sgallettato gran parte dei suoi umori popolari. Quando si cominciò a guardare loro con ammirazione, spesso postuma, li si contrappose invariabilmente – con chiaro tono di spregio per questi ultimi – a “quelli della TV”. “Venire dalla TV” fu a lungo considerato un insulto e del resto solo uno di quei principi del varietà e dell’avanspettacolo, Ugo Tognazzi, era riuscito nell’impresa di attraversare i tre mondi: rivista, TV e cinema

Villaggio/Fracchia, con Gianni Agus

Quello che significò l’arrivo di Krantz e Fracchia – come di Cochi e Renato – nella TV che allora celebrava i trionfi dell’Altra domenica di Arbore (alla radio erano gli anni di Bandiera gialla e Alto Gradimento, come della Hit Parade di Lelio Luttazzi) difficile da raccontare a chi non c’era. Le pillole di You Tube ne danno ancora qualche assaggio, ma chi c’era non lo dimentica. Insieme a qualche sciagurato, come sempre accade, ne ebbero la strada spianata performer come Diego Abatantuono, Teo Teocoli, Antonio Albanese, Paolo Rossi, e tutta la covata del “Derby”, primo e più famoso cabaret milanese (Bisio, Faletti, Andreasi, e compagnia, fino ad Aldo, Giovanni e Giacomo). Il nostro cinema non fu particolarmente geniale nel giovarsene: per lo più si limitò a banalizzarne i personaggi cucendone insieme le battute in un cinema di sketch. I migliori (Abatantuono, Albanese) si fecero strada, come attori di pregio quali erano, nel cinema d’autore (o a teatro, Paolo Rossi). In qualche caso divennero registi in proprio, come Aldo, Giovanni e Giacomo o, più recentemente, i più deboli ma simpatici Ficarra e Picone. Grazie a loro e ad autori come Enzo Trapani, Antonio Ricci, Renzo Arbore, Gianni Boncompagni, Maurizio Costanzo, Gianni Minà, venire dalla TV non fu più un insulto. La TV fu accreditata come palestra non inferiore ad altre di attori e di idee. Finestra aperta sul mondo dello spettacolo di base e creatrice a sua volta di maschere e personaggi.

Fantozzi. Fantocci, poi Fantozzi, creatura letteraria e cinematografica, fu il passo successivo: il tentativo di trasferire successo e senso dell’immenso Fracchia televisivo sul grande schermo e sulla pagina scritta, invadendo in pratica il campo mediatico. Rimanevano esclusi il teatro e l’opera lirica. Il successo, come sappiamo, fu colossale e duraturo, per quanto il risultato in termini di valore dei film fosse per lo più davvero modesto, dopo i primi due episodi diretti da Luciano Salce. Per quanto riguarda il libro (“Fantozzi”), valga quel che vale, non credo ci sia casa italiana dalla quale sia assente, magari ereditato, passato di padre in figlio. E in questi casi c’è poco da dire. Fu sbagliata, ma purtroppo profetica, la ideologizzazione del personaggio, a cui Villaggio fu trascinato dall’ambizione intellettuale e dai tempi. Fu anche eletto al Parlamento nelle liste del Manifesto, ma rinunciò immediatamente, lasciando il posto al secondo in lista e ponendosi quindi fra i primi, deplorevoli, casi di candidatura “civetta”: ne avremmo viste poi di tutti i colori. Ne soffrì anche l’amico De André: Storia di un impiegato” è complessivamente il suo esito meno felice (parere rigorosamente personale), tolte le splendide musiche scritte con Nicola Piovani e qualche pezzo. Lo spirito di quel maldestro “impiegati di tutto il mondo unitevi”, avrebbe poi conosciuto la sua espressione più triste, ma anche il suo trionfo politico, nel filisteismo piccolo-borghese che affolla oggi la rete e trova il suo contrappunto satirico nel personaggio di “Napalm 51” di Maurizio Crozza. Non stupì più di tanto la dichiarazione di voto per “l’amico Beppe Grillo” alle ultime elezioni: il papà di Fantozzi, da Democrazia Proletaria era passato, fantozzianamente, al M5S.

Con Fellini sul set di “La voce della luna”

Fantozzi vive. Un cineclub romano si appresta a replicare un’idea simpatica di qualche anno fa: proiettare di seguito “Il secondo tragico Fantozzi” e “La corazzata Potemkin”. C’ero l’altra volta, non ci sarò questa. Rivedendo quei pezzi (alcuni si possono replicare quasi all’infinito) mi accorsi anche di quanto terribilmente faticoso fosse arrivare in fondo a quelle gag da cinque minuti stiracchiate per venti. “Anni affollati / di spunti divertenti / che il giorno dopo diventano idiozie”: le parole del furente attacco postumo di Gaber agli anni settanta si adattano piuttosto bene alla parabola cinematografica di Fantozzi. Ma Fantozzi vive, e vivrà, come vive l’Italia delle maschere e della commedia. Vivrà nel racconto passato di bocca in bocca, vivrà come “aria che cammina”. Vivrà in quelle parole come “fantozziano” (“ho sempre desiderato diventare un aggettivo” diceva Fellini constatando l’ingresso nei vocabolari del termine “felliniano”) che lo racconteranno. In quelle pillole che You Tube rimbalzerà tramite i suoi utenti, cioè noi, in giro per l’universo sconfinato del web. In televisione, dove tornerà.

D’altronde era diventato sempre più bravo, il “fannullone” (la canzone che aveva scritto con De André), e se era sempre più difficile, per quanto mi riguarda impensabile, vedere dall’inizio alla fine uno dei film della deriva fantozziana, coglierli in televisione in quella visione random che la TV permette, rubarne dei momenti, poteva essere, a volte, davvero piacevole e divertente. Bisognava vincere l’opposizione delle donne, cui non è mai piaciuto molto: ne sopportavano un po’meglio la versione su carta. Nelle “Comiche”, con Pozzetto, si fece – da fumetto quale era sempre stato – puro, gommoso, slapstick. Con un certo successo. Come attore non era nato con Fantozzi, ma con Monicelli (“Brancaleone alle Crociate”), Gassman (“Nullatenenti in cerca d’affetto”), Ferreri (“Non toccate la donna bianca”), Avati (“La mazurka del barone, della santa e del fico fiorone””). Avrebbe continuato con Wertmuller, Olmi e Fellini. Persino nei film a fumetti del grande riminese, disegnati da Manara. Come il mitico “Viaggio di G. Mastorna (detto Fernet)”, rimasto sulla carta, o quel “Viaggio a Tulun” nato dal vano e inquietante inseguimento di Carlos Castaneda in Messico. E prese a raccontarsi, a raccontare le sue idee, mai banali, sulla comicità. Tornò anche a teatro (sei anni dopo l’eclatante esordio con Strehler nell’”Avaro”) con il “Delirio di un povero vecchio”, scalzo, in marsina sdrucita, a raccontarsi con piacere e perizia. Lo vidi con mio figlio, quindicenne, e dopo finimmo in camerino per l’autografo. Era con l’amico Monicelli, molto divertito anche lui da questo giovane, timido ammiratore.

Tavola di Milo Manara da “Il viaggio di G. Mastorna, detto Fernet.

Alla morte di Attilio Bertolucci, il grande poeta della campagna parmigiana, dell’appennino e degli affetti familiari, fu chiesto un ricordo al figlio Bernardo. “Era il preferito di mia madre.”, disse il regista di “L’ultimo imperatore”. Che altro? Ecco: per stravagante che possa apparire, non credo di far torto a una risposta così bella parafrasandola. Paolo Villaggio, insieme a Bud Spencer, era il preferito di mio figlio. Sembrerà strano, ma i miti comici di questo omone basso con tanti difetti ma dal cuore bambino erano Stanlio e Ollio. Sono convinto che questo suo successo con i bambini, così raro fra i suoi colleghi (che del resto quasi se ne vergognano), e pure così significativo, lo rendesse giustamente orgoglioso. Era il bambino cattivo e sapeva che ogni bambino si sente in cuor suo cattivo. Per questo, sghignazzando felici, loro si identificavano in lui. Come Bud Spencer, con i suoi cazzottoni e le panche e i biliardi schiantati sulle teste, ha divertito e in certo senso allevato generazioni di ragazzi che da grandi non avrebbero menato (come giusto) neanche il cane, così quelle stesse generazioni di ragazzi impararono dal bambino cattivo Paolo a non essere adulti cattivi. L’affetto con cui anche oggi continuano a considerarlo un loro beniamino testimonia che aveva ragione. Saranno loro gli ultimi a dimenticarlo. Hasta siempre, ragioniere!

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Condividi.

Bolognese, 70 anni, dal 1978 residente a Roma. Prima segretario nazionale ANIEM-CONFAPI, l’associazione edili di quella confederazione, quindi funzionario di vendita e formatore in campo editoriale. Per la Hachette fino al 1990, per la Treccani (agenzia per il Lazio) dopo. Laureato in giurisprudenza a Bologna. Sposato, due figli. Giovanili trascorsi studenteschi da critico cinematografico.

Lascia un commento

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

Exit mobile version