È passata più di una una settimana dal referendum. Sette giorni non bastano per scrivere la storia, ma sono sufficienti per iniziare a leggere tra i dati referendari cosa è successo in Italia e fuori dall’Italia. È tempo di riflettere, valutare, commentare. È tempo, soprattutto, di fare anche autocritica, ma anche di riconoscere ciò che, nonostante tutto, è andato nel verso giusto. Il referendum è stato, come sempre accade in democrazia, uno specchio della società e come ogni specchio ha restituito un’immagine sincera, a tratti spietata. Abbiamo visto un Paese diviso, ma non immobile, un Paese che, pur tra mille difficoltà, ha voluto dire la sua rispetto ai quesiti posti dando una netta risposta. Questo è già di per sé un risultato importante. La partecipazione, anche se non plebiscitaria, anzi in alcune aree come abbiamo visto è stata molto bassa, aldilà del fatto che il dibattito pubblico e politico -istituzionale sia stato poco presente, dimostra che nel Paese si riesce ancora con fatica a mobilitare le coscienze dei cittadini su temi come lavoro e democrazia, ma questo non deve esimere nessuno nel cercare sempre la massima partecipazione dei cittadini per rafforzare al meglio i percorsi democratici. Il dato referendario di circa il 30% di votanti sul totale degli aventi diritto in Italia e all’estero, chiude una fase e ne ha apre un’altra.
La campagna referendaria ha mostrato i limiti della comunicazione politica attuale: slogan semplici per temi complessi, polarizzazione anziché confronto. Ma ha anche permesso di riportare al centro del discorso pubblico questioni spesso lasciate ai margini. Se il “sì” è maggioritario tra chi è andato a votare, ora inizia la vera sfida: cercare di attuare quanto richiesto nei quesiti posti al voto, per esempio non lasciando cadere il dibattito nel Paese. Di certo va anche interpretato il risultato del “no”, occorre quindi interrogarsi sul perché il cambiamento proposto non abbia convinto una parte del Paese. In questo senso due dati risultano essere interessanti e cioè mentre in America latina votano una percentuale alta degli aventi diritto, nel vecchio continente le percentuali sono più basse, ma prevale la partecipazione dei più giovani in modo particolare nei paesi dove abbiamo la prevalenza di nuova emigrazione rispetto a quella storica degli anni 50-60.
Il referendum, va detto, è stato un’occasione persa sotto alcuni aspetti. Il dibattito è stato spesso più acceso che approfondito, più urlato che ragionato. Eppure, nei tanti incontri, nelle piazze, nei social, nel mondo del lavoro, qualcosa si è mosso, i cittadini tornano a informarsi, a discutere, a prendere posizione. La democrazia vive anche di questo. Non basta votare: serve partecipare, comprendere, confrontarsi. In questo senso, è stato un momento di civiltà. Serve che la politica spinga di più i cittadini verso l’esercizio democratico, sia esso referendario che politico. Far vivere la politica tra i cittadini significa far vivere le comunità in un confronto attento e puntuale sui vari temi di interesse collettivo.
Chi ha promosso il referendum – o vi si è opposto – deve ora fare autocritica, anche chi scrive. Si è semplificato troppo o ci si è lasciati trascinare dalle emozioni del momento? Non sempre abbiamo ascoltato abbastanza? Non sempre abbiamo risposto nel merito? Abbiamo sottovalutato forse paure, malcontenti, dubbi legittimi? Certo è innegabile che la macchina pubblica politico-istituzionale non abbia svolto a pieno il suo compito di rendere edotti gli italiani, basta rileggere le dichiarazioni fatte da molti esponenti per capire il clima che ruotava intorno ai referendum.
Pensando al voto all’estero, al taglio delle risorse da parte dal governo, che ha messo a disposizione circa il 30% del fabbisogno richiesto, penso al disimpegno del servizio pubblico, ma anche quello privato, rispetto alla campagna informativa sui referendum, penso al caso del Venezuela dove il voto degli italiani che avviene come sappiamo per posta, non è mai arrivato in Italia in tempo utile, ecc… Sono errori da non ripetere, perché la politica, prima di tutto, è informazione e ascolto dei cittadini, mettendo in campo tutti gli strumenti democratici previsti dalla Costituzione e il referendum è uno di questi.
Eppure, una soddisfazione rimane. Il referendum ha rimesso al centro i cittadini. In un tempo segnato dall’apatia e dalla disillusione, è un segnale importante, la cittadinanza ha votato e ha detto la sua. Lo ha fatto con passione, con senso civico, con una voglia – magari confusa, ma sincera – di contare qualcosa. Sono nate spesso nuove relazioni e nuovi contenitori tra più soggetti anche diversi tra loro, nei quali la discussione è stata ed è sincera e sempre nel merito dei temi. Questo a mio avviso è un altro risultato positivo che ci consegna il post referendum e che dovremmo capitalizzare. Se questo è ciò che resta dopo il voto, non è poco e da qui si riparte per cercare di cambiare la nostra società.
Una settimana è passata. Tante altre ci attendono. Ma ogni cammino, anche il più lungo, comincia da un primo passo. E forse, in fondo, questo referendum è stato proprio questo: un primo passo verso un futuro che possiamo – e dobbiamo – costruire insieme.


