Avevamo scoperchiato un pentolone, il primo di molti.

Quando avevamo iniziato l’avventura del Museo Verde (www.museo verde.org.), non ce ne eravamo accorti perchè troppo impegnati nell’impresa di costruire un museo nella selva e realizzare il sogno del cachique ma, dalla piccola comunità ishir di Karcha Bahlut, ci eravamo affacciati su di un mondo affascinante, complesso, quasi sconosciuto. Circa 120 anni fa Guido Boggiani, esploratore, fotografo etnologo, lo descriveva così: … immensa selva…comparabile con le epoche preistoriche più remote…standovi per qualche tempo, a meno di essere completamente insensibili…un senso di ammirazione e di meraviglia subentra nell’animo “. Il misterioso mal del Chaco faceva vittime già nell’800.

Per svelare l’enigma di questo affascinante ed ancora misterioso territorio dobbiamo metterci nei panni di un esploratore, munito di retino acchiappafarfalle e lente d’ingrandimento, armarci di una potente macchina del tempo e risalire fino all’era Mesozoica.

Vale la pena, perché il “senso di ammirazione e di meraviglia” che incantava gli esploratori dell’800, non è scomparso. Armiamoci e partiamo per un viaggio di 225 milioni di anni.

225/100 milioni di anni fa. Lo scenario prende forma

Era Mesozoica. Pangea, un’unica grande massa di terra circondata da un solo oceano, la Pantalassa, è una sconfinata pianura. In basso a sinistra, i territori destinati a far parte del Sudamerica. Al loro interno il Gran Chaco, coperto di foreste primordiali nelle quali si aggirano i primi dinosauri. Pangea inizia a frantumarsi per la deriva dei continenti e il mondo assume la fisionomia che conosciamo.

A metà di questo periodo, 100 milioni di anni fa, un fenomeno apocalittico modifica sostanzialmente lo scenario: il primo cambiamento destinato a fare del Chaco un posto speciale. La Placca di Nazca si sposta verso oriente. Un’enorme pressione si scarica sulla placca Sudamericana e ne solleva il bordo dal livello del mare a 7.000 metri di altezza: la Cordigliera delle Ande. Il resto della Placca Sudamericana si inclina impercettibilmente verso l’Oceano Atlantico.

L’acqua pluviana scende dalle montagne, rallenta il suo corso in pianura incanalandosi in maestosi corsi d’ acqua che scorrono pigramente disegnando ampie curve. Il rio Paraguay, Il Bermejo e il Pilcomayo . Quest’ultimo ha una corrente così incerta che suo corso muta continuamente, spostando il confine tra Argentina e Paraguay. Il rio Parapeti, nel Chaco boliviano, è così lento che evapora e, ad un certo punto, scompare nella depressione dei Banados de Izozog.

Il Gran Chaco è come il mare

20 milioni di anni fa. Un secondo importante cambiamento. Siamo in un periodo di riscaldamento del pianeta. Si sciolgono i ghiacci, le acque del mare si innalzano, penetrano nel continente sudamericano. Il Chaco, come l’Amazzonia, è un immenso golfo di acqua salata. Alla fine del periodo glaciale, mentre il mare si ritira, i fiumi portano sedimenti che livellano una pianura parallela alle Ande alta 200 metri sul livello del mare.

Questo spiega due cose:

-Il Chaco è stato isolato per secoli perché, per il suo processo di formazione geologica, è quasi impossibile reperire il materiale roccioso necessario alla massicciata di strade per accedervi e percorrerlo.

Il terreno prodotto dei sedimenti, è una polvere sottilissima che la pioggia trasforma in una sostanza scivolosa come la neve ed appiccicosa come una colla. Qualsiasi veicolo finisce imprigionato. Persino avanzare a piedi è proibitivo.

– Il Chaco, che in quechua significa terreno di caccia, è stato abitato da cacciatori-raccoglitori e non da agricoltori perché, essendo il letto di un antico mare, il suo suolo è salino e poco adatto alla coltivazione.

Si spiega anche perchè il Chaco emana un fascino analogo a quello dell’ ”alto mare aperto”. Nel 1894 Guido Boggiani scrive: “L’ immensità di quell’orizzonte che si stende come un mare, senz’altro limite che il cielo”. Boggiani ne era attratto perché, come diceva Il suo amico Gabriele D’ Annunzio, “Un Ulisside egli era”.

Un luogo diverso da qualunque altro.

Questi due fenomeni, l’innalzamento delle Ande e la formazione e prosciugamento di un mare interno, hanno fatto del Chaco un laboratorio di sperimentazione di condizioni estreme.

Oggi, come 100 milioni di anni fa, a nord e a sud non esistono rilievi montuosi. I venti, incanalati dalla catena delle Ande, non incontrano ostacoli. Sono torridi, se scendono dai tropici, gelati se salgono dalla Patagonia. La temperatura è soggetta a sbalzi repentini di 20/25 gradi. Se il vento gira da nord a sud si passa rapidamente da pantaloncini e maglietta a giubbotto o felpa. E viceversa.

Non è una conseguenza delle mutazioni climatiche di questa decade. Il 2 febbraio 1887 fra’ Doroteo Giannecchini, cappellano militare di una spedizione inviata alla ricerca di una via attraverso la foresta dell’” Impenetrable” nel Chaco argentino verso la via fluviale del Paraguay, racconta che tremava per un forte vento del sud, “muy helado”. Poco dopo registra 42 gradi all’ombra e “en la arena, se pueden cocer los huevos!”.

Le variazioni stagionali non sono da meno. Le temperature vanno dai -5 ai +50 centigradi, con forti piogge d’estate, siccità d’inverno, inondazioni e incendi.

Questo è lo scenario, con qualche variazione, sia nella parte orientale, il Chaco Umido con maggiori precipitazioni, che in quella occidentale, il Chaco secco.

Per sopravvivere in condizioni estreme, la natura ha prodotto piante xerofile e alberi con legni a densità elevatissima che affondano in acqua e restano intatti se esposti agli agenti atmosferici per decenni. 4 dei 10 legnami più duri del pianeta si trovano nel Chaco.

Il viaggio più lungo della storia.

Come e quando si è popolato questo scenario?

Sul quando è facile rispondere: da poco.

Il letto prosciugato del Golfo del Chaco, come tutto il continente americano, è terra di immigrazione.

L’ uomo non è nato qui. Dati genetici dicono che l’Homo sapiens, apparso nel cuore del Continente Nero, lascia l’Africa circa 125.000 anni fa, si ferma in Medio Oriente, poi prosegue verso l’Europa e l’Asia. Strade e mezzi di trasporto lasciano a desiderare ma l’Homo sapiens non ha fretta. 70.000 anni fa, percorre la costa meridionale dell’Asia, fino all’India ed al Sud Est asiatico dove il suo cammino si biforca: verso Nord, in Cina (67 000 anni fa) e verso Sud fino alla Nuova Guinea e all’Australia (60 000-55 000 anni fa).

Arriva sulle spiagge della più sterminata distesa di acqua salata del globo terracqueo: l’Oceano Pacifico. L’ homo sapiens si applica al problema. Impara a costruire imbarcazioni semplici e geniali, ad orientarsi nella vuota immensità dell’oceano, ad interpretare venti, correnti e meteorologia.

15/20.000 anni fa popola l’Oceania, Polinesia e Melanesia.

E’ quasi alle porte del Continente Americano. Manca solo un ultimo balzo. Come e per dove lo fece? Abbiate pazienza e non cambiate canale. Nella prossima puntata troverete risposta a questo e ad altri interrogativi.

 

 

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